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Dalla parte degli ultimi

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Don Lorenzo Milani a cinquant’anni dalla morte

La breve biografia di don Lorenzo Milani è molto semplice. Un primo periodo, che si snoda tra Firenze e Milano (1923- 1943), lo vive in famiglia. Il secondo lo trascorre in tre diversi luoghi della Toscana: il seminario del Cestello, a Firenze (1943- 1947), nella parrocchia di San Donato nel comune di Calenzano (1947- 1954) e nella parrocchia di Sant’Andrea a Barbiana (1954- 1967), frazione di Vicchio, nel Mugello. I primi vent’anni sono quelli del Fascismo e della seconda guerra mondiale. I restanti anni sono quelli che attraversano il periodo dell’espansione capitalista liberale, della guerra fredda, del governo della Democrazia Cristiana e in quello di transizione, dal pontificato di Pio XII al pieno sviluppo del concilio Vaticano II, che termina l’8 dicembre 1965.
Cinquant’anni dalla morte del priore di Barbiana non è nulla, nonostante il tempo trascorso. La maggior parte dei suoi alunni di Calenzano o di Barbiana vive tuttora. Molti dei suoi migliori amici e coetanei vivono ancora. Tanti hanno dato la propria testimonianza su don Milani, attraverso la pubblicazione di articoli, libri e rilasciando anche interviste che sono preziose per ricostruire la figura dell’uomo, del sacerdote e del maestro, anche se i tre aspetti vanno visti nel loro insieme. Gli ultimi libri in ordine temporale, scritti da amici di don Milani: Adele Corradi, Non so se don Lorenzo, Feltrinelli, Milano, 2012 e Aldo Bozzolini, Barbiana o dell’inclusione. Un allievo racconta, Emi, 2011. Adele Corradi è stata l’insegnante di lettere, infaticabile collaboratrice di don Milani nella Scuola di Barbiana, Aldo Bozzolini è stato un alunno del priore di Barbiana.
“Poiché molti si sono accinti a comporre una narrazione degli avvenimenti… come ci hanno trasmesso coloro che fin da principio ne sono stati testimoni oculari… è parso bene anche a me, dopo aver fatto diligenti ricerche su tutte queste cose… narrarle per iscritto con ordine” (San Luca). Non sembri irriguardoso l’accostamento con il Vangelo di Marco. È usato anche da José Luis Corzo in uno degli ultimi libri scritti sul priore di Barbiana: Don Milani la parola agli ultimi, editrice La Scuola, Brescia, 2012. Ci sono poi gli articoli e i libri di don Milani, le opere su Lorenzo Milani, i film realizzati su di lui, i programmi televisivi da “La Storia siamo noi” a “Rai Storia”.
Se molti hanno scritto su don Milani e anche recentemente, questo vuol dire che il suo pensiero non è per niente superato, anche se è da filtrare sempre attraverso una ricostruzione storica la più fedele possibile, confrontando fonti storiche e scritti. Indubbiamente rileggere Esperienze pastorali, Lettera a una professoressa, Lorenzo Milani Lettere alla mamma, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, L’obbedienza non è più una virtù è quanto di più valido uno possa fare anche oggi, per riportare come su una lastra fotografica ciò che eravamo e ciò che siamo.
Anche La Voce delle Marche ha ritenuto giusto rivisitare don Milani uomo, sacerdote e maestro, dopo cinquant’anni dalla sua morte, dedicandogli alcuni articoli che usciranno a puntate per non stancare troppo il lettore. L’intento non è celebrativo. Don Milani era solito ripetere che “la più grande infedeltà nei confronti di un morto è restargli fedele”. In un mondo globalizzato e davanti a nuove sfide, cosa dobbiamo prendere del suo pensiero? Don Milani era profondamente illuminista. La sua azione muoveva sempre da un’osservazione diretta della realtà che lo interpellava come persona. Il suo era un metodo induttivo, mai deduttivo. Ogni sua parola e scritto erano documentati. Insomma non scriveva e non parlava a vanvera. Così ci accingiamo a fare anche noi con tutti i nostri limiti, partendo dalla sua malattia che lo porterà a una morte prematura. Questo nostro primo scritto si collega all’articolo di Ludovico Galleni: “La paura dell’ultimo passo nella sera della vita”, pubblicato ne La Voce delle Marche (25 dicembre 2016).

Malattia e morte di don Milani

Lorenzo Milani, fin da piccolo aveva avuto una salute piuttosto cagionevole. Verso i dieci-undici anni visse un’esperienza piuttosto brutta. Fu colpito da irite, una malattia agli occhi, nel suo caso di origine reumatica, che lo costrinse per diversi mesi a restare chiuso in una stanza, al buio, senza poter leggere né scrivere. Soprattutto era fragile di bronchi. Bastava un nonnulla per scatenargli una bronchite o una broncopolmonite. Il clima di Milano, dove il papà Albano Milani aveva trasferito tutta la famiglia, non si addiceva certo alla sua salute, tanto che i medici, dopo una brutta ricaduta, consigliarono di fargli passare i mesi freddi in riviera. Albano e Alice Milani lo mandarono da Beatrice ed Enrico Rigutini, amici che abitavano a Savona. Nella città ligure trascorse due anni scolastici, per ritornare a Milano e dare la maturità. Anche nel corso dei quattro anni di seminario, Lorenzo prese una serie di bronchiti e una grave broncopolmonite. Ordinato sacerdote e nominato cappellano a San Donato, parroco don Daniele Pugi, alla fine del 1951, si ammalò di tubercolosi. La mamma si adoperò invano nel tentativo di convincerlo ad andare in ospedale per sottoporsi a tutte le cure del caso. Rimase in canonica, assicurando la mamma: “Mi curano benissimo anche qui in canonica, stai tranquilla”. E rimase a letto per mesi, attorniato dagli allievi della Scuola Popolare, come un novello Socrate (Neera Fallaci, Dalla parte dell’ultimo, vita del prete Lorenzo Milani, Milano Libri Edizioni, novembre 1974). I primi sintomi della malattia che lo avrebbe condotto alla morte iniziarono a manifestarsi nel 1960, quando era già a Barbiana. Di notte avvertiva dolori persistenti alle gambe, che lo facevano svegliare di soprassalto. Era stato colpito dal morbo di “Hodgkin” o linfogranuloma maligno. Il tumore si stava ora proliferano in un polmone. Ma anche in questa nova situazione, pur sottoponendosi alle cure, non abbandonò mai la Scuola di Barbiana e i suoi ragazzi. Le testimonianze su questo ultimo periodo sono molte e toccanti, tutte raccolte nel libro citato sopra di Neera Fallaci, la sorella della più conosciuta Oriana Fallaci: “Per me Lorenzo ha obbedito e la sua morte sigilla il sacrificio umile della sua obbedienza. Ora che soffro sono finalmente uguale ai poveri, mi disse otto giorni prima di morire” (Testimonianza di don Alfredo Nesi, Dalla parte dell’ultimo vita del prete Lorenzo Milani, pag.311).
Don Arturo Giubbolini, altro grande amico di don Milani, dà questa testimonianza a Neera Fallaci: “Tre o quattro giorni prima che morisse, andai a trovare don Milani in casa della madre (Firenze). Arrivò anche Marcello. Don Milani si fece fare un’iniezione fortissima per ritrovare un po’ di forza. Poi cominciò a parlare, a parlare, a parlare con questo ragazzo che aveva fatto sedere sul letto. Ogni tanto, ma proprio ogni dieci minuti, Marcello diceva una parola. E alla parola che finalmente era venuta fuori, si vedeva splendere la felicità di Lorenzo Milani… Il bambino soffrì molto quando il priore morì. Ricordo una scena al cimitero. Marcello s’era aggrappato alla pietra della tomba, e non c’era verso di strapparlo via di lì” (Ibidem, pag. 323). Marcello era uno dei bambini più infelici di Barbiana. Aveva un grave deficit psichico. Don Milani lo aveva preso sotto la sua protezione e le poche parole che il bambino riusciva a dire erano dovute alle cure di don Lorenzo. La corrispondenza con tutti i suoi allievi, che mandava in giro per il mondo perché imparassero le lingue e un mestiere, divenne un problema quando la malattia progrediva inesorabile. Il priore ricorse allora all’espediente delle lettere uguali per tutti. La prima l’aveva chiamata scherzosamente “Lettera circolare della repubblica di Barbiana a tutti i suoi rappresentanti diplomatici all’estero”. “In queste lettere si preoccupava, anche se al limite delle forze fisiche, di fornire ogni informazione possibile sul mondo barbianese e di fare scuola a distanza. Parlava della propria malattia. Ogni volta che ritornava dai controlli in ospedale, dava ampi ragguagli sul numero dei suoi globuli bianchi e su quelli rossi, sulle terapie con cui i medici cercavano di arrestare la diffusione delle cellule cancerose. La gente, spiegava, fa mistero delle infermità e delle minorazioni, quasi fossero un marchio d’infamia. Invece non bisogna vergognarsi. Io ho il cancro e lo dico. E insegnava a indicare le malattie sempre col loro nome, evitando la maschera sovente ipocrita della perifrasi e degli eufemismi” (Ibidem, pag. 371).
Nel marzo del 1967, dovendo sottoporsi a nuove irradiazioni al cobalto, don Milani si trasferì in casa della madre a Firenze, in via Masaccio 218. Franco Gesualdi, dalla Libia dove era andato a lavorare come saldatore e per imparare l’Arabo, rientrò immediatamente con un volo in Italia e corse al capezzale di don Lorenzo Milani che si commosse quando lo vide: “Una volta, mentre lo assistevo, cominciò a piangere e mi abbracciò dicendomi: Mi date molto di più di quello che ho dato a voi. Perché si stava lì giorno e notte… Un ragazzo a turno per fargli quanto aveva bisogno… Era ridotto… Non c’era più verso di tenerlo in vita” (Ibidem, pag. 504). Mario Rosi, un altro allievo, lasciava sempre a Neera Fallaci questa testimonianza: “Anche il suo desiderio che si andasse a fargli nottata diventava un insegnamento… Voleva che si vedesse che cos’è la morte, la sofferenza giorno per giorno prima della morte… A un certo punto la ghiandola ipofisi non gli funzionava più, e perdeva acqua in continuazione. Si era disidratato. Io gli inumidivo le labbra” (Ibidem pag. 504).
Don Milani era un predicatore di Dio e come tale voleva essere trattato.
Racconta Giorgio Falossi, un suo amico: “Quando ormai stava morendo, ho passato tante ore vicino a lui, anche da solo. E fra le molte cose belle, tristi, disperate, ironiche che diceva, ricordo un discorso. L’unica cosa che importa è Dio. L’unico compito dell’uomo è stare ad adorare Dio. Tutto il resto è sudiciume” (Ibidem, pag. 454- 455).
Il momento più straziante arrivò quando gli s’impiagò la bocca e non riusciva più a parlare. Ricorse allora all’espediente di comunicare, scrivendo su bigliettini che don Raffaele Bensi si ritrovò un po’ di tempo, dopo piegati dentro la copia del libro “Lettera a una professoressa” che don Milani aveva dato al proprio padre spirituale e confessore, conosciuto negli anni di guerra, prima di entrare in seminario. Alcuni sono davvero di una bellezza indicibile: “Io non ho fatto a nessuno quello che questi figlioli fanno a me. Passo le nottate a rimirarli”. Un altro diceva: “Ora comincio a essere stanco oltre i limiti della mia capacità. Ma spero che non sia una bestemmia”. E in un altro aveva scritto: “Era difficile indovinare meglio il giorno del Viatico, perché il giorno dopo non potevo più inghiottire”.
Lorenzo Milani morì lunedì 26 giugno 1967. Aveva dato disposizioni su come vestirlo: paramenti sacri e scarponi di montagna. Un furgone lo portò da Firenze a Barbiana, dove c’era tanta gente ad aspettarlo. Il funerale si svolse lassù. Furono i ragazzi a portare la bara presso il vicino camposanto, quegli stessi ragazzi ai quali don Lorenzo Milani si era rivolto così: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto” (Don Milani, lettere, pag. 324). •

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