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La pace è un dono

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Dedicata alla “speranza che non delude” 

“Sono sicuro, Dio mi ama”. È l’esercizio chiesto dal Papa ai circa 7mila fedeli che hanno gremito l’Aula Paolo VI per l’udienza generale. “È facile dire Dio ci ama”, molto più difficile averne la sicurezza, ha spiegato Francesco ribadendo che “la speranza non delude mai”. È vero, quelli che si vantano “li chiamano pavoni”, l’esordio di Francesco mutuato da un proverbio della sua terra. Il cristiano, però, come ci spiega san Paolo, ha un solo vanto: “Io mi vanto dell’amore di Dio perché mi ama”. “Tutto è dono”: se capiamo questo, “siamo in pace con noi stessi”, in famiglia, al lavoro.
“Nella mia terra quelli che si vantano li chiamano i pavoni”, esordisce il Papa spiegando che “fin da piccoli ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi”. Ed è giusto, perché “vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi”. Nella Lettera ai Romani, però, “san Paolo ci sorprende, per ben due volte ci esorta a vantarci”. “Di cosa allora è giusto vantarsi? E come è possibile fare questo, senza offendere gli altri, senza escludere qualcuno?”. “Siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede”, la risposta.
“Se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Tutto è dono!”. “Se facciamo attenzione – suggerisce Francesco – ad agire, nella storia, come nella nostra vita, non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia”.
“Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà”, assicura il Papa: “E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.
“La pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza”, puntualizza Francesco: “Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.
“La speranza cristiana è solida, ecco perché non delude mai”, ribadisce il Papa: “Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere”, perché “il suo fondamento è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi”. Poi un’altra parentesi a braccio:
“È facile dire Dio ci ama, tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire ‘Sono sicuro che Dio mi ama?’ Non è tanto facile dirlo, ma è vero”. “È un buon esercizio, questo, di dire a se stessi: Dio mi ama”, l’invito di Francesco ancora fuori testo: “E questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E questa sicurezza non ce la toglie nessuno”. Poi l’invito a “ripetere: sono sicuro, Dio mi ama!”.
“Io mi vanto dell’amore di Dio perché mi ama”. E’ la conclusione, ancora a braccio, della catechesi. “La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli”, spiega il Papa:
“Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”.
E allora “il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri”. •

M.Michela Nicolais

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