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L’esperienza di un oncologo

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Intervista al dottor Giustini, primario all’ospedale di Fermo

Incontro il dottor Lucio Giustini, primario del Reparto di Oncologia dell’ospedale di Fermo, all’Hospice di Montegranaro. Ho con lui un appuntamento alle 11,00.
Aspetto però più di un’ora in corridoio perché lo vedo molto occupato nel calibrare terapie ai pazienti, nel parlare con i loro parenti, nell’impartire ordini stentorei al personale infermieristico. Dà l’impressione di un professionista competente ed esigente, che, accanto al tono burbero, mette nel suo lavoro grande passione e grande umanità. Poco dopo mezzogiorno mi siedo davanti alla sua scrivania e gli pongo alcune domande.

Lei è un oncologo di lungo corso. Negli anni è cambiato qualcosa nell’approccio al tumore e nella sua terapia?

Sono cambiate molte cose. Quando, poco dopo la metà degli anni 70, ho iniziato la professione, la percentuale di guarigione dei tumori era del 2%, ora di aggira attorno al 55%. Sono migliorate le tecniche chirurgiche, meno invasive e molto più precise. Anche le terapie del tumore hanno fatto passi da gigante, e risultano molto più tollerabili. Oggi sono disponibili anche terapie a target molecolare in cui si fa uso di farmaci che hanno un bersaglio preciso, In questo tipo di terapia c’è una significativa riduzione del livello di tossicità indotta nell’organismo. Non si può sottacere, però, il fatto che anche le terapie a target molecolare producono altri tipi di tossicità.

In ambito oncologico come si configura il rapporto medico – paziente?

Nella Terapia oncologica il rapporto medico-paziente presenta connotazioni particolari. In genere, nel paziente si crea un legame affettivo molto forte con il medico, da lui visto come una sorta di salvatore. Questo tipo di legame si potenzia particolarmente in pazienti nei quali si verifica una ricaduta nella malattia.
I pazienti che guariscono tendono invece, in genere, a rimuovere la malattia, e i rapporti con il medico divengono saltuari. Da parte del medico occorre mota attenzione nel gestire i rapporti che si creano con i pazienti in terapia, altrimenti si rischia di incorrere nella sindrome di burnout, una forma di esaurimento emotivo che può manifestarsi nelle professioni con implicazioni relazionali molto accentuate.

Qual è il momento più triste della sua professione, e quale, invece, quello più esaltante?

Il momento esaltante capita quando si ha la guarigione di persone affette da tipologie tumorali gravi e molto espanse nel corpo. Ricordo la guarigione di una paziente, che presentava metastasi al cervello, al fegato, ai polmoni. Sembrava alla fine. Ma è completamente guarita.
Un momento indubbiamente difficile è quello in cui si comunica al paziente il tipo di malattia da cui è affetto.
Occorre comprendere la persona che si ha davanti, cosa può capire della sua malattia, quanta verità è in grado di sopportare. A volte la verità va detta in modo parziale. Occorre sempre, inoltre, lasciare spazio alla speranza.
Il paziente va quindi capito, e le cure vanno adattate non soltanto alle sue condizioni psichiche, ma anche alla particolarità della sua malattia e della sua costituzione somatica. Quest’ultimo aspetto è, indubbiamente, la componente più complessa e difficile del mestiere dell’oncologo. Non si cura il paziente, ma questo, quello, quell’altro paziente, con le sue specifiche caratteristiche.

In che modo parenti e amici possono accompagnare un malato di tumore?

Per il paziente oncologico la vicinanza di parenti e amici è essenziale. I problemi legati al tumore non sono soltanto quelli fisici, connessi al dolore o alla percezione del decadimento del proprio corpo. Nel momento in cui una persona viene a sapere di essere affetta da una qualche forma di tumore le crolla il mondo addosso, e ha bisogno di sostegno e attenzione da parte di arenti e amici.
Qui si inserisce l’apporto dello psiconcologo, una figura professionale in grado di offrire una forma di sostengo nel momento in cui ad un paziente viene diagnosticato un tumore, nel momento della ricaduta, o anche nella fase più complessa e delicata della malattia, quella terminale. I problemi, però, non ci sono solo per quelli che si ammalano, ma anche per quelli che guariscono.
Spesso incontrano serie difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro. Oppure, e la cosa vale particolarmente per giovani donne guarite da tumore al seno, si registrano difficoltà legate all’insorgere di disturbi che rendono talora estremamente complesso il rapporto con il proprio partner.
Da quel che lei vede, nel paziente oncologico C’è consapevolezza del fatto che la sua malattia lo potrebbe portare all’ultimo passo della vita? Oppure si preferisce occultare a se stessi la possibilità di un esito non positivo?

Nella maggior parte dei casi, c’è desiderio di conoscere la propria malattia e consapevolezza di ciò che essa può comportare. Sono pochi quelli che non voglio sapere. In ogni caso, però, anche nella fase terminale della malattia, la speranza non deve mai morire. Certo, quando il paziente è consapevole della propria condizione, e parenti e amici gli parlano senza remore della sua malattia, c’è in lui maggiore serenità e affronta meglio anche la fase terminale.

In cosa consistono le terapie palliative?

Si tratta di terapie finalizzate a eliminare o ad alleviare i sintomi, non a curare. Contribuiscono soprattutto a togliere il dolore. Esse non vanno però riservate solo alla fase finale della malattia. Il trattamento palliativo può essere contemporaneo alla terapia, perché garantisce al paziente una migliore qualità della vita.
In tale senso, l’Hospice non è soltanto il luogo dove si viene a morire, ma una struttura in cui, parallelamente alla terapia antitumorale, si mette a punto una rete di cure palliative che consentono di eliminare o di attenuare quegli stati di dolore che compromettono seriamente la qualità della vita del paziente.
All’Hospice di Montegranaro vengono praticate terapie palliative che, per la loro efficacia, hanno ricevuto riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. Oggi si tende a considerare il tumore più una malattia cronica che una malattia mortale. La sinergia tra terapie può infatti contribuire non solo a migliorare, ma anche ad allungare la vita del paziente oncologico. Certo, a volte, per guarire il malato occorre praticare una terapia molto forte, che lo sottopone a dure condizioni di stress e gli procura fastidi non indifferenti. Comunque, anche al malato che non guarisce si può garantire una discreta qualità di vita e serie possibilità di un suo prolungamento.
La bravura del medico sta nel praticare un approccio al malato che si caratterizza per la capacità di tener conto delle specifiche caratteristiche della sua malattia e della sua condizione fisica. Va evitato in tal senso un approccio condotto unicamente facendo riferimento a paradigmi di cura stereotipi standardizzati.
Nella terapia del paziente oncologico risulta inoltre importante, come ho accennato in precedenza, la collaborazione con la figura dello psiconcologo. Il malato di tumore ha un fortissimo bisogno di parlare. Non sempre, però, il medico ha tempo disponibile per praticare un ascolto attento e partecipe. Per questo, il reparto di Fermo, primo nelle Marche, ha assunto, con contratto a tempo indeterminato, una psiconcologa. Il suo compito è affiancare il paziente nel momento della diagnosi, nelle varie fasi della terapia, nei casi di recidiva del tumore.
Oltre alla psiconcologa, nell’Hospice di Montegranaro, agisce l’Associazione Abbraccio, un gruppo di volontariato che svolge un’importante opera di supporto umano dei pazienti. •

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Un commento

  1. Lucio Giustini

    c’è qualche imprecisione anche tecnica ma il senso dell’intervista è quello che traspare don Filippo

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