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Morire d’amore. La morte si paga con la vita

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Storie di ordinaria follia o di straordinaria follia.

Morire d’amore. Morire per amore. Al cuor non si comanda, recita un vecchio adagio. Ma la pulsione di vita (Eros) può trasformarsi in pulsione di morte (Thanatos), all’esito di una raccapricciante metamorfosi che si fa allegoria di un Dono. Fatale.
La morte diventa allora una conquista dell’amorperduto per sempre, per vendicare il furto del quale si ripropone la scena del crimine. “Amor ch’a nullo amato amar perdona”, cantava Dante nel toccante episodio di Paolo e Francesca. Ma qui la dinamica è “singolare”.
Non c’è un fatto scabroso a scatenare il delitto, e neppure la volontà di sopprimere chi non asseconda certi istinti, gelosie, ricatti, quello che oggi si definisce con un neologismo alquanto discutibile “femminicidio”. Qui c’è un cuore che batte ancora, a distanza di qualche mese dalla “nientificazione” dell’oggetto dei desideri, accanto a una lucida e spietata follia che matura nelle latebre dell’anima, alimentandosi in una spirale che si avvita sempre più su di sé, fino a deflagrare. Un piano elaborato senza elaborare un dolore senza nome, il lutto che porta l’ambascia e il dolore della vita, le lacrime e i sorrisi impressi a fuoco, lo spaventuoso vuoto di un letto orbo di carezze e calore. Perché solo il perdono (“per donum”, che non significa “amnistia”) può aiutare a metabolizzare un evento senza portata, che non ha nome né significazione, se non la consapevolezzza del non-più. Metafora di un vissuto? No: amore, senza orpelli.
Complici, probabilmente, anche il fatto che l’altra parte (l’uccisore della consorte) non si era mai curato di avvicinarsi al dolore lancinante di chi, a sua volta, sarebbe diventato il suo assassino, l’ambiente di un paesotto che – immagino – non abbia dato una mano al vedovo a rialzarsi su, inducendolo a farsi una ragione di quel che era ormai irrimediabile; e, non ultimo, il gioco letale e senza regole che ha come teatro il web. Fabio “il Gladiatore”: vittima o carnefice? Vittima e carnefice all’un tempo. E i Soloni, ora, non s’impanchino come sono soliti fare a tranciare le loro stucchevoli sentenze senza appello, discettando degli effetti di una mente deviata e comunque di una personalità scissa che non regge all’urto della vita, perché chi ama sa cosa significhi perdere l’amore: perché perdere l’amore è anche perdere una parte di sé. Per sempre. Mi vengono in mente i versi di una ballata: “Noi non siamo tutti uguali, ma l’amore non lo sa, e fa danni devastanti ovunque va”. •

VASTO. Quattro colpi in sequenza e a bruciapelo. Quattro colpi sparati con una pistola semiautomatica da Fabio Di Lello contro l’uomo che a luglio ha investito e ucciso la moglie. Poi la visita al cimitero, il dono dell’arma del delitto alla sua adorata Roberta e la telefonata un amico: «Ho ucciso D’Elisa, chiama i carabinieri».

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