Home » prima pagina » Basta con le chiacchiere

Basta con le chiacchiere

Stampa l articolo

La mancanza di fiducia nei politici fa nascere i comitati

Il cittadino chi? Al contrario della logica classica, nell’Italia dei contrappesi e dei controsensi, ancora una volta più che l’ascolto delle istanze dei cittadini meglio il commissario. Alla fine poi si sa, dicono i cittadini, l’incarico di risolvere i problemi delle persone che hanno visto la loro esistenza sconvolta da una calamità naturale tocca sempre all’amico che ha scelto di essere devoto.
Si dovesse cercare una dimostrazione pratica dell’incapacità della politica di prendere coscienza del mondo fuori del Palazzo eccola pronta: non potremmo trovare una prova migliore di questo proliferare di comitati spontanei per la ricostruzione che vediamo sorgere intorno a noi. I fautori di tali comitati confermano, senza dirlo, la bocciatura degli indirizzi accentratori e personalizzati della ricostruzione.
Basta con i commissari straordinari, dicono, no a soluzioni che non trovano una via per allevare il nuovo, e no pure a pastrocchi che ad ogni terremoto riportano le lancette sempre allo stesso punto di partenza: le case distrutte, i morti, gli sfollati, i ritardi nella ricostruzione.
Si chiede a gran voce una legge che consenta ai cittadini di esprimersi e ai politici di rimediare agli errori del passato. Gli stessi decreti emanati finora, sentiamo dire, l’uno che contraddice l’altro, necessitano di essere rivisitati e riscritti.
Regole incomprensibili per il cittadino comune, che si sente escluso e ritenuto non all’altezza di competere per il proprio posto al sole, non lasciano prorompere quel torrente di energia pratica e costruttiva che nasce dal coinvolgimento dei terremotati.
I politici della Regione, a loro volta, sempre meno legati al territorio, non sono in grado di dare aiuto ai cittadini e di captarne le istanze. E allora che fare? Ho letto la proposte di un nuovo modello di ricostruzione dei comitati spontanei “Rivas”, “Officina 2630”, “La terra trema noi no” emerse nel recente riunione a tre tenutasi a Muccia, che ritengo sia importante conoscere per capire l’essenza del dibattito in corso. Ne dà un resoconto ampio e puntuale Carla Campetella nell’articolo Una voce comune per i comitati nati dopo il sisma (L’Appennino camerte del 23 febbraio u. s.).
Il senso più profondo di una ricostruzione antisismica, veloce e sicura, a cui guarda il popolo degli eterni esclusi è più realista del re. Ricostruire da zero con un nuovo progetto. Ricostruire da zero l’economia.
Un nuovo modo di edificare, una nuova comunicazione, nuovi poteri ai sindaci, nuove zonizzazioni, un nuovo modo di comunicare, nuovi materiali, nuovi vantaggi fiscali… Tutto nuovo!
Diego Camillozzi, Roberto Micheli, Fulvio Santoni e Bruno Pettinari affidano ai sindaci e alla gente il manifesto ideale degli anni che verranno: fare tabula rasa del vecchio, ricostruire da zero, tutto nuovo. Il senso politico, profondo di quei comitati, di quell’urlo al governo è: vogliamo dire la nostra. È una litania di sfiducia, un pianto generalizzato, e però anche un argomento che rimbalza e rotola in continuazione nei camping della costa e nei luoghi dove risiedono gli sfollati.
Il confronto aperto, anche aspro, è salutare, vitale e si capisce che un problema di qualità della produzione di leggi e decreti c’è: l’illusione che una soluzione chiavi in mano esista e contenga in sé non un punto di vista su cui aprire un confronto in parlamento e nel Paese, bensì la ricetta finale. Si è pifferai della soluzione facile, che non è capace, in quanto tale, di comprendere i tempi che guida, di ascoltare le persone, di mettere i piedi dentro le terre del cratere.
Il timore è che ci aspetti una legge all’italiana come quelle che si materializzano nel momento in cui un paese non si rende conto che la distanza di pensiero, la diversità di opinione è – essa stessa – radice di democrazia. Carla Campetella chiude il suo articolo del 23 febbraio citando le parole di Diego Camillozzi che rilancio pari, pari perché, nei momenti importanti – e questo lo è – bisogna fare gruppo e serrare i ranghi:
“Sono circa due mesi e mezzo che noi ci ritroviamo a parlare sempre delle stesse cose e siamo sempre fermi al punto di partenza. La gente deve muoversi e gridare la gravità della situazione. È per questo che chiediamo partecipazione, perché le battaglie da soli non si fanno”.
La storia dei comitati dunque non finisce qui.
Benvenuti nell’Italia dei poteri centralizzati e dei tentativi di sparigliare le logiche del confronto, ignorando la gente e standosene chiusi nel Palazzo.
E siccome la bontà dell’Altissimo è illimitata a noi resta da sperare che anche in questo brago infinito del cratere sismico possa questa volta sbocciare un fiore. •

Valerio Franconi

About la redazione

Vedi anche

Cucina, tradizione, territorio

Ristorante chilometri zero. Ma nel senso di pappardelle al sugo di lepre, calcioni con ricotta …

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: