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Correva l’anno 1956

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CIVITANOVA MARCHE: Sessant’anni dalla rivoluzione di Budapest

Pomeriggio culturale trascorso nella sala conferenze “Don Lino Ramini”, in via del Timone 14, a Civitanova Marche, quello del 25 febbraio 2017, per rivivere pagine di storia lontane dal tempo ma utili anche oggi per capire il nostro presente. Nonostante fosse sabato, erano presenti all’appuntamento più di cinquanta persone. Tutto ha avuto inizio alle 17,15 con la presentazione dell’evento ad opera di Alvise Manni, presenti in sala, il regista del film Correva l’anno… MCMLVI (1956), Gilberto Martinelli e Làslò Molnàr, profugo della rivoluzione ungherese del 1956, rifugiato in Italia e studente universitario a Bologna negli anni successivi ai tragici fatti d’Ungheria. L’appuntamento culturale è stato organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura, 1956-2016, Ungheresi Marche, dall’Archeoclub d’Italia, sede di Civitanova Marche e dal Centro Studi Civitanovesi. La prof.ssa Anna Vecchiarelli ha portato i saluti dell’Archeoclub d’Italia, sede locale.
La proiezione del film-documentario ha occupato circa cinquantacinque minuti, filati via come d’incanto. Bella la fotografia di Giancarlo Leggeri, sapiente il montaggio di Roberto Cuello, coinvolgenti le musiche di Andrea Ridolfi e Vito Abbonato, trascinanti le musiche originali di Emilio Stella, impeccabile la regia di Gilberto Martinelli. Sui tragici fatti che portarono alla rivoluzione di Budapest, schiacciata dall’intervento militare sovietico, sono stati girati molti film. Il merito di Gilberto Martinelli è stato quello di rileggere gli eventi di allora in chiave italiana. Si alternano nel film immagini di repertorio di truculenti carri armati sovietici che sferragliano per le vie di Budapest, la resistenza disperata degli insorti ungheresi, operai e studenti, che combattevano ad armi impari, le vie e le piazze di Roma che accolsero a braccia aperte i profughi. Castel Sant’Angelo, il colonnato della Basilica di San Pietro, il Colosseo, scorci di paesaggi romani carichi di silenzio e di struggente bellezza si alternano a nuove immagini di profughi che varcano il confine, saltano su carri trainati da trattori, si pigiano su torpedoni dell’epoca, sono scaricati nelle piazze e accolti da una popolazione che si fa in quattro per dare accoglienza e assistenza.
Suggestivo è quanto viene scritto nella locandina che fa da presentazione al film-documentario: “È l’alba, Roma si sveglia. Tra i rimasti della notte appena andata, coloro che si apprestano al lavoro, verso la nuova giornata. Un’alba d’autunno, la radio, notizie inquietanti, da Budapest. Un popolo in rivolta contro un oppressore, straniero. Roma recepisce, medita e reagisce. Pio XII condanna e accende la reazione solidale, la società civile accoglie. La politica si schiera, una parte si ritrae, un’altra mistifica, ma di certo, con la statua di Stalin, abbattuta a Budapest, in Italia barcolla un’intera ideologia. Quelle notizie, da Budapest hanno reso al mondo un servigio di libertà, la stessa a cui aspiravano quei profughi arrivati nella eterna capitale. Una Roma universale che ha saputo accoglierli, come figli, perchè Roma non adotta, non è matrigna, ma sempre e solo Madre. Per tutti”.
Cinquemila carri armati, circa settantacinque mila soldati dell’Armata Rossa si avventarono su Budapest all’alba del cinque novembre del 1956 dopo il drammatico appello trasmesso alla radio il quattro novembre da Imre Nagy, il presidente del Parlamento Ungherese, che riuscì a riparare attraverso un salvacondotto presso l’ambasciata Iugoslava. I rivoltosi furono accusati di tradire la rivoluzione socialista. Niente di più lontano dalla realtà. Quelli che scesero in piazza contro i carri armati furono operai e studenti comunisti che reclamavano riforme e libertà. La rivolta ungherese fu un movimento spontaneo e di popolo che rimase da solo a combattere contro l’invasore, nel silenzio più totale dell’Occidente. Se le democrazie occidentali non mossero un dito in difesa della rivolta, non così avvenne in Italia per la società civile che si adoperò in mille modi in favore dei profughi. Arrivarono in Italia circa quattro mila rifugiati, aiutati dalla Croce Rossa Italiana. I partiti di governo, in testa la Democrazia Cristiana, manifestarono interesse verso i profughi. Molti di loro, circa duecento quelli rimasti oggi nella città eterna, scelsero l’Italia come la seconda patria, duecento cinquanta mila quelli che emigrarono in altri paesi.
Pio XII intervenne ripetutamente sui fatti d’Ungheria con tre brevi encicliche, tra il 28 e il 5 novembre 1956. Il 29 giugno 1956 pubblicava la lettera apostolica Dum maerenti animo (Mentre con l’animo afflitto), in cui il papa ricordava le sofferenze della Chiesa nell’Est europeo e invitava tutti i cristiani alla preghiere, in particolare per i polacchi e gli ungheresi. Il 28 ottobre promulgava l’enciclica Luctuosissimi eventus. “Gli eventi luttuosissimi da cui sono colpiti i popoli dell’Europa orientale, e soprattutto l’Ungheria a Noi carissima, insanguinata al presente da una terribile strage, profondamente commuovono il Nostro animo paterno…”. Il 31 ottobre inviava un telegramma di felicitazioni e di speranza al cardinale Jozsef Mindszenty, liberato poche ore prima. Il primo novembre dello stesso anno dava alle stampe Laetamur admodum (Motivo di grande letizia), dopo l’instaurazione del breve governo Nagy e il ritiro temporaneo delle truppe sovietiche. Il cinque novembre, invasa l’Ungheria dall’Armata Rossa, nella Datis nuperrime (Con la recentissima lettera), prevaleva il dolore: “Le notizie che in un secondo tempo sono giunte hanno riempito l’animo Nostro di una penosissima amarezza; si è saputo cioè che per le città e i villaggi dell’Ungheria scorre di nuovo il sangue generoso dei cittadini che anelano dal profondo dell’animo alla giusta libertà…”. Grande amarezza suscitano le immagini di quei giorni durante i quali, in Italia, la destra con in testa giovani studenti inneggiava alla rivolta ungherese con slogan, inni e saluto romano, ricordando le famigerate “Croci Frecciate” di Ferenc Szàlasi, pensando in questo modo ad una rivalsa verso la sconfitta del nazi fascismo. Tristezza senza fine anche le immagini di repertorio di camionette della polizia italiana che fronteggiavano le manifestazione di quanti invece alzavano il pugno contro la rivolta ungherese perché comunisti. Il dramma di quegli eventi segnò in modo indelebile la storia del PCI che non scelse di stare dalla parte degli insorti ungheresi vedendoli come dei traditori. Pajetta, Amendola, Napolitano non conoscevano affatto la Russia. Togliatti che conosceva bene Stalin non fece nulla contro l’invasione delle truppe dell’Armata Rossa, anzi l’appoggiò. Solo una minoranza si schierò contro l’invasione. Il risultato fu l’espulsione dal partito. D’altronde Ignazio Silone lo aveva vissuto sulla propria pelle qualche decennio prima.
Se una lezione è da trarre da questi tragici fatti, ha commentato Làslò Molnàr, profugo della rivoluzione ungherese del 1956, è che la società italiana si comportò in modo eccezionale verso i profughi che ricevettero amicizia, sostegno e solidarietà dalle istituzioni ma anche da semplici cittadini. Queste pagine di storia lontane nel tempo servono di ammonimento per il nostro presente. Rigurgiti di nazionalismi striscianti. Slogan usati e abusati da quanti sostengono che ognuno è padrone in casa propria. Frontiere chiuse ermeticamente con la costruzione di muri per bloccare profughi, disperati, emigranti generici che cercano solo la libertà e la possibilità di vivere una vita in un paese dove non ci sono guerre. Rispettavamo il paese nel quale eravamo ospiti e tutti ci manifestavano rispetto perché ci sottoponevamo ai controlli stabiliti. Eravamo aiutati con borse di studio. Non potevamo non essere felici. Io ho potuto terminare l’Università a Bologna, ha testimoniato Làslò Molnàr. La solidarietà e l’accoglienza devono andare di pari passo con la tutela e la sicurezza dei cittadini. •

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