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Regolamento

…e la tecnica illuminò a giorno la città di Fermo

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Una pagina di storia. Oggi ci sono iniziative per spegnere le lampade pubbliche. Il 30 ottobre 1898 Fermo salutò l’arrivo della luce

Erano ormai trascorsi quasi cento anni dall’invenzione della pila elettrica di Alessandro Volta e ancor più dalle prime osservazioni e sperimentazioni sui vari fenomeni elettrici, quando il 30 ottobre 1898, l’amministrazione comunale stipula un contratto con la Società Picena di Elettricità, con sede in Fermo, che prevede l’elettrificazione della cittadina con una concessione di trenta anni. La stessa si era impegnata a fornire per la pubblica illuminazione una potenza pari a 22kw, così distribuita: 8 lampade ad arco da 500w e 1000 candele nominali; 330 lampade ad incandescenza da 54w e 18 candele nominali. Dopo la mezzanotte venivano spente 150 lampade ad incandescenza, quelle ad arco. Nelle sere in cui si svolgevano festeggiamenti pubblici al teatro dell’Aquila, tutte le lampade rimanevano accese fino alle due del mattino. La piazza del Girfalco veniva illuminata con 8 lampade ad arco di potenza 500w e 1000 candele ognuno.
Pochi mesi più tardi, il 12 maggio 1899, la giunta comunale approva il “Regolamento per la concessione della illuminazione elettrica ai privati” che stabilisce con la chiarezza tipica dei tempi la modalità di distribuzione e l’uso dell’energia elettrica, avvalendosi di numerosi articoli, di un prospetto che indicava per ciascun mese dell’anno, le fasce orarie di fornitura e di tabelle recanti le tariffe per gli abbonati, a forfait e a contatore. Fermo sta per entrare nel “secolo dell’elettricità”. Si sviluppano le prime linee elettriche aeree di media e di bassa tensione, costituite prevalentemente da pali in legno recanti mensole e ganci corredati di isolatori di ceramica di diverse tipologie e misure; prodotti da alcune delle più antiche e importanti marche. Compaiono i primi impianti elettrici, costituiti da una componentistica in ceramica bianca e nera.
Valvole unipolari, bipolari del tipo Edison, prese e interruttori, connessi fra loro grazie a filo a treccia ricoperto di tela; fissato per mezzo di isolatori sulle pareti e sui travi all’interno delle case; braccioli in ottone o bronzo semplici oppure ornati, recanti un portalampada ed in alcuni casi una tazza di vetro bianco o colorato sistemati in ambienti interni. Vengono posizionate lampade a contrappeso usate anche all’interno di piccoli laboratori. Nelle abitazioni e nelle botteghe artigianali si accendono le prime lampadine a incandescenza che diffondono una luce sfumata ed equilibrata. Fanno il loro ingresso i primi “elettrodomestici” come piccoli ferri da stiro e stufette elettriche.
Questa conformazione di impianti elettrici, unita ai primi sistemi di illuminazione pubblica, pur non essendo rispondente alle attuali norme di sicurezza, si è presentata ben inserita nelle varie realtà abitative e non, dell’epoca, divenendo un insieme di peculiarità tecniche che hanno arricchito e armonizzato lo stesso contesto urbano e architettonico, infondendo degli effetti luminosi che la nostra attuale illuminotecnica a fatica riuscirebbe a riprodurre. Diversi sono gli episodi legati all’elettrificazione di Fermo, ma ve ne è uno particolare: una causa civile intentata dalla Società Picena di Elettricità nei confronti di una nobildonna di Fermo, la quale non voleva che attraverso un suo fondo venisse scavato il canale dove sarebbe dovuta scorrere l’acqua prelevata dal fiume Tenna fino alla Officina Elettrica. Tale signora però si dispiaceva che a Fermo tardasse l’illuminazione, dimostrando un forte attaccamento verso il suo paese, per cui suggerisce di scavare il canale dentro il fosso aderente un suo confine occidentale, ponendo come unica condizione, di verificarne la fattibilità. Il Regio Tribunale Civile e Penale di Fermo in data 9 ottobre 1899, respinge le motivazioni della Società Picena di Elettricità, condannandola al pagamento delle spese e accoglie la proposta conciliativa avanzata dalla Contessa. •

Alessio Marucci

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