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“La seggiolina rossa” di Melita Gianandrea

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L’incontro con Melita Gianandrea, scrittrice, poetessa, pittrice, Maestra d’arte, lo considero un grande dono. Ho desiderato conoscerla personalmente incuriosita dalla sua bella pagina facebook, attratta dai contenuti che vi pubblica. In lei, ascoltandola, prevale l’amore per l’arte a tutto tondo ma nello scrivere è davvero straordinaria. Il libro “La seggiolina rossa” ne è la prova. È bella Melita, non solo nell’aspetto ma nell’anima che si svela attraverso il raccontarsi. La sua vita di madre di quattro figli e di artista è affascinante. Ha saputo conciliare tempo, affetti e bisogno di esprimersi artisticamente in un perfetto equilibrio di forze che solo donne forti e temprate dalla vita riescono a fare. C’è un bar pasticceria a cui sono affezionata per la tranquillità della saletta sul retro a farmi da cornice durante gli incontri con persone fantastiche che riesco a contattare. L’ambiente è fondamentale. Mi piace lo spazio in cui vado di tanto in tanto. Il bianco prevale, il profumo della caffetteria è avvolgente, il sorriso del personale simpatico, la gentilezza con cui vengo accolta mi predispone all’incontro, che sa di buono, con chi intervisto.
Melita mi raggiunge all’ora concordata ed è come se la conoscessi da tempo. Lo sguardo è diretto, mi piace anche se vi trapela un velo di malinconia come trattenuta. Ha con sé il suo libro “La seggiolina rossa” che mi dona con una bella dedica. Lo ricevo volentieri soprattutto perché contiene la storia personale della mia interlocutrice e questo mi incuriosisce. Non è semplice raccontarsi, riaprire pagine magari volutamente chiuse, ripercorrendole all’indietro mantenendo intatti e veri i ricordi talvolta non sempre piacevoli. Lo scoprirò leggendo il libro di Melita che vorrei anticipare in una semplice ma non banale frase: “Un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma”».

La narrazione autobiografica e fortemente coinvolgente mi induce a riflettere proprio sulle figure genitoriali così fondamentali nella vita dei bambini. Madri e padri sono investiti in ruoli e funzioni diversi e complementari nell’accudimento dei figli e nella trasmissione di sani valori. Per crescere e sviluppare armonicamente si ha bisogno di fare esperienza sì delle differenze, del confrontarsi, dell’imparare dall’altro le peculiari funzioni del maschile e del femminile. Man mano che si scorrono le pagine del libro appare evidente il “codice affettivo materno” che spesso coincide con altre figure femminili e parentali, tutte improntate alla cura, alla protezione e all’accoglienza. Di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta all’autonomia, l’autrice lo vive con il padre che esce dalla sua vita precocemente. La centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce si smarrisce nei perché di una bimba che non sa spiegarsi la morte, specie con l’impallidimento nel tempo della figura paterna. In Melita bambina, traspare la fatica a capire ed ecco entrare in scena altre figure di riferimento, nonni, amici e un nuovo padre con delle funzioni educative da lei non condivise che anzi le procureranno profonde ferite. Le figure maschili e femminili si alternano in un gioco di luci e di ombre. Afferrano il lettore e non lo lasciano. È come esserci non solo da spettatori ma coinvolti sul palcoscenico dei racconti che capitolo per capitolo snocciolano i quattro “misteri del Rosario”, della vita della scrittrice.

C’è un tema nel libro, doloroso e quanto mai attuale: il maltrattamento dell’uomo verso la donna. La narrazione introduce alla sindrome della donna maltrattata, evidente e dichiarata nella figura materna. Emerge chiaramente dalla narrazione quel terribile meccanismo psicologico che impedisce alle vittime di violenza domestica non solo di ribellarsi al loro aguzzino ma arrivano a giustificarlo sminuendo accadimenti anche gravi. È come se la psiche, per proteggersi dal dolore e farlo sembrare meno terribile, lo avvolgesse così da renderlo accettabile, dignitoso. Viene allora da chiedersi il perché una donna normale, come la madre dell’autrice, nella vita amata e rispettata, debba finire intrappolata in questo circolo vizioso di non-amore e accettare di essere umiliata, malmenata, isolata. Per comprendere ciò che accade ancor oggi nella mente di una donna che subisca violenze domestiche, dobbiamo chiederci cosa scatta nella mente della vittima. Studi scientifici, sociologici di settore in questo ci chiariscono le varie dinamiche. Un passaggio è la negazione, che significa “nascondere” i segni degli abusi come non siano mai avvenuti o minimizzarli.

La trappola, ben descritta nel libro, è che la vittima diventa in questo modo complice del suo carnefice, di cui subisce il totale dominio. Una delle caratteristiche della violenza domestica, descritta dolorosamente dalla scrittrice, ma che avviene sempre è che il partner riesce a manipolare la sua vittima isolandola, e convincendola che solo lui è la persona che le vuole bene, facendo in modo che tagli progressivamente i contatti con le persone della sua cerchia familiare o lavorativa. Uscirne per diverse ragioni, sia pratiche che psicologiche è molto complicato. Dover accettare di aver permesso all’uomo scelto di diventare soggetto abusante in modo così disumano è un po’ come dover accettare di essersi innamorate di un “mostro”.

L’autrice ben descrive cosa accade in questi casi quando la donna maltrattata prova, nei piccoli spazi di azione autonoma che la situazione le permette, di lanciare deboli segnali di aiuto a volte sottovalutati o non compresi. Fuggire dagli abusi domestici è molto difficile e pericoloso anche se finalmente per questa ragione oggi esistono ormai tante associazioni che si occupano di aiutare la donna in ogni modo possibile fornendo un domicilio protetto, sostegno legale e psicologico, a volte anche denaro. È quindi un libro che interroga e fa riflettere quello di Melita Gianandrea e di cui consiglio la lettura.

Ma chi è Melita Gianandrea? Nasce a Vasto (Ch) e vive nelle Marche a Porto S. Giorgio. Il nome d’arte è quello di battesimo: “Melita”. Abilitata all’insegnamento di scuola primaria diviene maestro d’arte responsabile dell’Associazione artistica “Le Nove Muse” con sede a Porto S. Giorgio.

Organizzatrice, pittrice, poetessa, per tutta la vita ha cercato la sua dimensione nell’arte: la pittura, come la poesia, è qualcosa che ha “dentro”.
Melita ha la consapevolezza del precario, del fuggevole, dell’inafferrabile che ci circonda.
Attraverso il segno, il colore, le figure, cerca di entrare nelle cose, per fermarle il più possibile nello spazio, nel tempo, nella luce, così da poterle “indossare” e goderne appieno.
Melita, inoltre, sente il bisogno di fare, organizzare, chiamare gli altri ad entrare nel suo mondo.
Apprezzata da critici e collezionisti, ha al suo attivo personali in tutta Italia, premi e riconoscimenti. •

About Stefania Pasquali

Stefania Pasquali nativa di Montefiore dell'Aso, trascorre quasi trent'anni nel Trentino Alto Adige. Ritorna però alla sua terra d'origine fonte e ispirazione di poesia e testi letterari. Inizia a scrivere da giovanissima e molte le pubblicazioni che hanno ottenuto consenso di pubblico e di critica. Docente in pensione, dedica il proprio tempo alla vocazione che da sempre coltiva: la scrittura di testi teatrali, ricerche storiche, poesie.

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