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Nell’educazione servono eroi

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Nonostante si parli sempre più spesso di educazione, la fuga degli adolescenti dalle comunità cristiane dopo la Cresima è in costante aumento. Parallelamente, cresce il numero di adolescenti che cade in gorghi esistenziali. Un esempio su tutti: in Italia e in un solo anno, i quindicenni che usano eroina sono aumentati del 100% e quelli che usano cannabis di quasi il 25%.
Lo sanno i sacerdoti, i catechisti, i genitori e lo sanno bene pure gli insegnanti. Ad una siffatta emergenza ecclesiale e sociale, drammatica e talvolta tragica, il mainstream dell’educazione risponde che l’educatore deve essere consapevole della sua fragilità e farsi compagno di viaggio di coloro che sono affidati alle sue cure.
Sono indicazioni ovviamente condivisibili, direi lapalissiane perché tutti, in quanto esseri umani, siamo fragili e tutti siamo in cammino giacché viviamo nel tempo; in più, aggiungo, l’educatore non dev’essere un duro-e-puro, ma umile, amorevole, attento e paziente.
Tuttavia, assodato questo, se io fossi un ragazzo di 14 anni, direi: se tu adulto sei fragile come me, perché dovrei dar retta a te e non ai miei amici che magari sono pure più simpatici?
Se tu adulto ti metti al mio fianco e cammini con me, io vado e tu mi accompagni, mi vorrai dire se sai dove andare e dove hai intenzione di portarmi?
Parallelamente, anche il linguaggio dell’educazione sta subendo un cambio di paradigma: parole solide come méta e identità, sono state sostituite da parole liquide come percorso e fragilità, quasi che tra loro fossero incompatibili, mentre ogni strada ha la sua meta ed ogni identità si forma attraverso il costante superamento delle fragilità. Mi pare che questa prospettiva educativa liquida tradisca un po’ il non sapere cosa fare e il non sapere dove andare, finendo tutti insieme per girare in tondo come Pollicino nel bosco, senza nemmeno le molliche di pane a far da misera guida.
Suggerisco allora una méta educativa concreta: chi gira negli oratori e nelle parrocchie sa che non pochi giovani educatori e talvolta catechisti pensano che farsi una canna o ubriacarsi ogni tanto non sia poi un gran problema; una prima méta potrebbe essere quella di educare o rieducare gli educatori a non diventare, anche inconsapevolmente, complici della devastante cultura della canna e dell’alcol, affiché possano essere solidi formatori nelle comunità cristiane. Solidi, sì, perché oggi gli educatori devono essere come gli eroi di Rigopiano, capaci di tirar fuori ragazzi e ragazze sempre più giovani dalle valanghe esistenziali e portarli in salvo sulle spalle forti, come nuovi san Cristoforo.
Serve essere questo, a mio modesto avviso, non compagni di gite parrocchiali. •

Marco Brusati

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