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Abramo e la cacciata di Agar

Appuntamento nella piazza del cielo

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Dedicata alla figura di Abramo

Due piazze: quella del consueto appuntamento del mercoledì e quella del cielo, dove ci incontreremo tutti per sempre. Ad evocarle è stato Papa Francesco, nell’udienza dell’ultimo mercoledì di marzo, pronunciata di fronte a 13mila persone e dedicata alla figura di Abramo, “padre di tutti i popoli” e “padre della speranza”. Alla fine, un appello per la pace e la protezione dei civili in Iraq, a partire dai quartieri occidentali flagellati di Mosul.
“Il Dio che si rivela ad Abramo è il Dio che salva, il Dio che fa uscire dalla disperazione e dalla morte, il Dio che chiama alla vita”, esordisce Francesco sulla scorta dell’interpretazione della figura di Abramo contenuta nella lettera ai Romani: san Paolo ci fa comprendere che Abramo non è solo il nostro padre nella fede, ma anche padre nella speranza, perché ha creduto in Dio e alle sue promesse, nonostante sembrassero inconcepibili. Abramo non ha mai vacillato, ed è questa per Francesco l’esperienza che siamo chiamati a vivere anche noi, soprattutto nel mistero della Pasqua. Abramo è padre di molti popoli, annuncio di “un’umanità nuova, riscattata da Cristo dal peccato e dalla morte e introdotta una volta per sempre nell’abbraccio dell’amore di Dio”.
La speranza cristiana non si regge su ragionamenti, previsioni e rassicurazioni umane: si manifesta dove non c’è più niente in cui sperare, proprio come è avvenuto per Abramo, di fronte alla sua morte imminente e alla sterilità di sua moglie Sara. Abramo ha sperato ogni oltre speranza, perché la speranza si radica nella fede, ed è capace di andare oltre ogni evidenza, anche quella che sembra votata alla morte. Da qui la domanda, a braccio, ai 13mila presenti in piazza: “Siamo convinti di questo? Siamo convinti che Dio ci vuole bene e che tutto quello che ci ha promesso è disposto a portarlo a compimento? Aprite i vostri cuori, e la forza di Dio farà cose miracolose, e vi insegnerà cosa sia la speranza! Questo è l’unico prezzo: aprire il cuore alla fede, e lui farà il resto”.
Quando Dio promette, porta a compimento quello che promette, assicura ancora a braccio Francesco. Colui che ha risuscitato suo Figlio risusciterà anche noi e ci renderà davvero una cosa sola con lui, insieme a tutti i nostri fratelli nella fede. “Noi tutti qui crediamo, canteremo il Padre Nostro, riceveremo la benedizione, ma questo passa”, dice riferendosi alla piazza di oggi.
“Se oggi abbiamo il cuore aperto, tutti noi ci incontreremo nella piazza del cielo, per sempre, che non passa mai! E questa è la promessa di Dio”. Questo è il paradosso e, nel contempo, l’elemento più forte, più alto della nostra speranza, aveva spiegato poco prima Francesco: una speranza fondata su una promessa che dal punto di vista umano sembra incerta e imprevedibile, ma che non viene meno neppure di fronte alla morte, quando a promettere è il Dio della Risurrezione e della vita. Non uno qualunque, ma il Signore della vita, ripete a braccio il Papa, esortando a chiedere la grazia di rimanere fondati non tanto sulle nostre sicurezze, sulle nostre capacità, ma sulla speranza che scaturisce dalla promessa di Dio, come veri figli di Abramo. Prima di salutare i fedeli di lingua italiana, l’appello per la pace e la riconciliazione in Iraq, partendo dall’impegno per la protezione delle popolazioni civili intrappolate nei quartieri occidentali di Mosul. •

M.Michela Nicolais

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