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Un gruppo di sfollati dell’alto Nera, sul piazzale de “La risacca”

Classe dirigente inesistente

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Undicimila firme contro l’operato della Regione Marche

Potrebbe essere l’ennesima dimostrazione di una classe dirigente non all’altezza dei suoi compiti e inadeguata in tutto, l’elenco delle strutture disponibili ad ospitare i terremotati dopo la data del 30 aprile, reso noto di recente dalla regione Marche. Una vera e propria doccia fredda per gli sfollati che a quella data dovranno lasciare gli alberghi e i villaggi vacanze della costa per trasferirsi in altre strutture di accoglienza.
Una sorta di eco-boomerang, una conflagrazione l’ha definita uno degli sfollati, da cui emerge ancora una volta la cronica e deprimente assenza della regione Marche che si è limitata ad annotare a tavolino i posti dichiarati disponibili, bontà loro, dai gestori delle singole strutture convenzionate con la Regione stessa, disposte ad accogliere “gli sfrattati” dopo la data del 30 aprile, senza neppure verificarne l’idoneità e l’efficienza. Con il risultato che una famiglia di tre persone – padre, madre e una figlia in tenera età – si sono visti assegnare un alloggio di sedici metri quadrati e un piccolissimo bagno. Guardando la luna e non il dito viene da chiedersi se i politici della Regione ci sono o ci fanno. Che senso ha mettere a disposizione soltanto 337 posti in provincia di Macerata, parcellizzati in una micro distribuzione che vede un posto disponibile in una struttura, tre in un’altra, sette in un’altra ancora e così via, con esigenze non facili da rispettare – lavoro, distanze, figli, dolorose separazioni, anziani e disabili bisognosi di cure, sfollati sprovvisti di autovettura, già disorientati per il trasferimento in altro luogo e in altra struttura che davano per scontato che sarebbero rimasti vicini ai loro familiari. Proprio quelli che si sono precipitati a Macerata per accaparrarsi posti in un noto residence del luogo, pagando ottocento euro di cauzione, come richiesto dai gestori. Con questo risultato: a una famiglia di cinque persone è stato assegnato un alloggio composto di una camera matrimoniale e un piccolo soggiorno dove dovrebbero dormire in cinque, padre, madre, due figlie di età superiore ai venticinque anni e la loro nonna. Materia per la Guardia di Finanza o per la magistratura. Qualcuno potrebbe obiettare che vi sono posti disponibili in provincia di Fermo e di Ancona. Vero, ma insignificante nel momento in cui anziché guardare la luna torniamo per un attimo sul dito. Quello che nessuno guarda mai, a causa del proverbio.
Il problema pratico non è nel numero, bensì nel completo isolamento di camping e alberghi rispetto ai luoghi abitati più vicini, con le distanze che aumentano a dismisura, penalizzando quelli che devono recarsi nei luoghi di lavoro.
Ora mi chiedo che fine ha fatto quello spirito solidale che fin dall’inizio della crisi sismica ci ha spinto a “guardare avanti”, espressione obsoleta, e passi, brutta in italiano, e passi, ma ormai bugiarda. E questo spirito di vicinanza era invece un punto centrale per una popolazione che pensava, o si illudeva che la regione Marche fin da gennaio avrebbe preso contatti con i gestori dei camping – peraltro non contrari a trovare una soluzione – per assicurare la permanenza dei pochi sfollati rimasti in loco dopo la partenza di quelli che hanno chiesto l’autonoma sistemazione e di quelli che hanno la casa agibile. Una grande tristezza invade lo spazio che fu della speranza e delle comunità riformatesi dopo il terremoto. Lo fa nel pensiero, nelle reazioni anche clamorose, nell’idea di politica, nell’anima. E lo fa pure con la rabbia di chi si rifugia nel sommo grido del “no”, in difesa di valori e legami magari evaporati, ma che risuonano come panacea ai mali di un oggi che sembra dire che tutto finirà in polvere. Su questo argomento anche i sindaci si sono mossi tardivamente, a ridosso della scadenza dei contratti: forse presi da altri gravi problemi per lo più sono stati assenti. Anche i consiglieri di opposizione in Regione hanno taciuto per troppo tempo. La muta di Portici sarebbe stata più loquace di loro.
Il processo del dopo terremoto a cui stiamo assistendo è opposto alle promesse e al sentimento che ci spingeva, in ogni caso, ad andare avanti, ad immaginare come stimolante l’ignoto e quindi la vita futura. Oggi non possiamo essere soddisfatti di ciò che conosciamo ma di ciò che ci promettono di immaginare. Il soffitto di cristallo si è rotto. E forse la débacle della regione Marche non ha ancora chiuso il ciclo.
Quando, fra dieci anni, lontani dai riflettori e dalle polemiche della cronaca, fuori dai tatticismi e dalle finte autocritiche dei politici, analizzeremo questo momento storico, dove stanno cambiando le persone e il loro modo di stare al mondo, ci chiederemo: di cosa si stava occupando la regione Marche? Di cosa, mentre migliaia di uomini e donne lontano dalle loro case distrutte urlavano la propria rabbia e il proprio no al modo con cui la stessa Regione ha concepito la risposta a una crisi sismica senza uguali? Di cosa lor signori mentre il presidente Ceriscioli, che non è mai venuto a far visita agli sfollati ma è stato sempre presente ad ogni arrivo del presidente della Repubblica o della Camera, s’intratteneva subito dopo la partenza delle autorità non con i terremotati presenti, ma con i giornalisti, per farsi intervistare? E di cosa mentre gli allevatori con il loro bestiame attendevano da ottobre le strutture prefabbricate, in mezzo al turbinio della neve? Di rassicurazioni sui media, di terremoto epocale invocato come giustificazione, di decreti incomprensibili, di contributi per reti elettrificate, di turismo, di congressi, di promesse parlavano. Di nulla. Se questi politici, come appare dalle prese di posizione, faranno ancora finta di non percepire il rivolgimento in corso, ostinandosi per comodità a vedere sempre e solo la luna, faranno un regalo a chi ritiene che bisogna ricorrere ai forconi come in Sicilia e che i tempi sono maturi per il cambio di regione e il passaggio all’Umbria. Non guardiamo più al passato: nel ritorno alla nostra naturale appartenenza geografica vediamo un barlume di futuro. Lo scorgiamo nello spirito che anima la regione Umbria, a noi confinante. Terra viva. Anticonformista e fiera. In lotta contro l’ingiustizia e il conformismo. Sta nelle battaglie civili che facevano un tempo i nostri antenati contro le iniquità. Vogliamo replicare oggi quel loro atteggiamento di diversità dignitosa. Le undicimila firme raccolte contro l’operato della regione Marche sono la versione assordante del tacere di un tempo dove trovare il tono per tenere la testa alta di fronte a una classe dirigente inadeguata, inconcludente, che ha smesso da tempo di mostrare vergogna. •

Valerio Franconi

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