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Martire in odium fidei

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24 marzo: Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, voce dei senza voce

Il 24 marzo ricorre l’anniversario della morte di Monsignor Óscar Arnulfo Romero y Galdámez. Fu assassinato a San Salvador il 24 marzo 1980. Mentre celebrava la Messa fu ucciso da un sicario dei cosiddetti “squadroni della morte” a causa del suo impegno per la giustizia.
Dopo il Concilio Vaticano II, nacque in Sudamerica un corrente chiamata Teologia della Liberazione, di cui molti animatori appartenevano all’ordine dei Gesuiti (anche se papa Francesco ne è sempre stato considerato distante). La Teologia della Liberazione predicava una Chiesa vicina ai più poveri e, nella sua versione più estrema, una vera e propria aderenza all’analisi della società fatta dal marxismo. Alcuni teologi della liberazione dissero che Marx avrebbe dovuto essere per la chiesa moderna ciò che Aristotele era stato per quella medioevale. Altri sacerdoti arrivarono a predicare il rifiuto della comunione per i ricchi, mentre altri ancora parteciparono attivamente ai movimenti rivoluzionari di ispirazione socialista o comunista che sorgevano un po’ ovunque nel continente, in particolare molti sacerdoti parteciparono alla guerriglia sandinista in Nicaragua. Un sacerdote, che dopo la rivoluzione entrò a far parte del governo sandinista, disse che prima di diventare cristiani bisognava essere marxisti-leninisti.
Quando il 3 febbraio 1977 Mons. Romero fu nominato arcivescovo di San Salvador, in Vaticano erano convinti di aver trovato la persona giusta per moderare l’impostazione troppo progressista data alla Chiesa salvadoregna dal predicente arcivescovo Chàvez y Gonzáles. Romero infatti, nato 59 anni prima in un paese di montagna, era un presule conservatore che diffidava di tutto ciò che avesse a che fare con il concetto di liberazione. Nei primi discorsi e nelle prime lettere che produsse come arcivescovo condannò la guerriglia di sinistra che combatteva nel paese, sostenendo che la violenza non era giustificabile. Il teologo gesuita Jon Sobrino parla di una “conversione” avvenuta il 12 marzo 1977: «Credo che l’assassinio di Rutilio Grande sia stato l’occasione della conversione; monsignor Romero conosceva molto bene Rutilio, lo considerava un sacerdote esemplare e un amico… ma troppo politicizzato… credo che davanti al cadavere di Rutilio a monsignor Romero siano cadute le bende dagli occhi». L’omicidio colpì profondamente Romero, che tempo dopo disse: «Quando guardai Rutilio che giaceva morto davanti a me pensai: “Se lo hanno ucciso per ciò che faceva, allora io devo seguire il suo stesso sentiero”».
Arrivò a considerare legittima la violenza di autodifesa perché i cittadini «davanti a una situazione così iniqua, spesso si sono visti obbligati ad autodifendersi, anche in forma violenta» (Quarta lettera pastorale, n. 117). Cinque giorni prima della morte, Mons. Romero dichiarò al Diario di Caracas: «Destra significa nettamente l’ingiustizia sociale e quindi non è mai giusto mantenere una linea di destra». «Il Partito democratico cristiano si sta facendo complice dell’oppressione del popolo». Gustavo Gutiérrez, uno dei padri della teologia della liberazione, ricorda di avergli telefonato prima della morte: «Terminai la nostra amichevole conversazione con un’espressione forse ingenua, gli dissi: “Monseñor, devo andare. Abbi cura di te”; dopo un breve silenzio che a me parve lunghissimo rispose: “Gustavo, per aver cura di me dovrei andarmene dal mio paese”». Romero sapeva bene che prima o poi l’avrebbero ucciso ma non indietreggiò mai. Un giorno disse: «Se mi ammazzeranno, risusciterò nel popolo salvadoregno».
Mons. Oscar aveva un seguito enorme nel suo paese, grazie ai suoi sermoni domenicali trasmessi alla radio. All’epoca erano il principale, se non l’unico, modo che i salvadoregni avevano per conoscere cosa stesse accadendo veramente nel paese. Durante i sermoni Romero leggeva la lista delle sparizioni, degli assassini e delle torture degli oppositori politici. Venne ribattezzato “la voce dei senza voce”. Il 2 febbraio 1980, a Lovanio in Belgio, ricevette la laurea honoris causa per il suo impegno come difensore dei poveri. La mattina del 24 marzo del 1980 Romero stava partecipando a una funzione, nella piccola chiesa della Divina Provvidenza nella capitale San Salvador.
Secondo alcuni testimoni, verso la fine della messa, un automobile arrivò davanti alla chiesa e venne parcheggiata proprio davanti all’ingresso. Dalla macchina uscì un uomo solo che appoggiò un fucile alla portiera dell’auto aperta. L’entrata della chiesa era spalancata, quindi l’uomo prese la mira, da dove si trovava, e sparò un solo colpo. Romero, colpito alla testa, cadde immediatamente. Secondo la registrazione audio della funzione religiosa, il colpo venne sparato durante la consacrazione eucaristica, mentre il celebrante alzava il calice verso l’alto. Papa Francesco, con proprio decreto del 3 febbraio 2015, ha infine riconosciuto il martirio, in odium fidei, di monsignor Romero, che è stato elevato alla gloria degli altari, come beato, in una solenne celebrazione in San Salvador il 23 maggio 2015.
La sua festa è stata fissata al 24 marzo, giorno della sua uccisione, la stessa giornata è stata proclamata dalle Nazioni Unite “giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime”. •

Marco Ercoli

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