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Don Milani nella parrocchia di Calenzano

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La forza di un riformatore contrastato e contestato. Terza tappa: l’esperimento pastorale della Scuola Popolare (1947-1954) 

“L’esperienza fatta nella Scuola Popolare ci dice che quando un giovane operaio o contadino ha raggiunto un sufficiente livello di istruzione civile, non occorre fargli lezione di religione per assicurargli l’istruzione religiosa. Il problema si riduce a turbargli l’anima verso i problemi religiosi. E questo, col lungo contatto assicuratoci dalla scuola, ci è risultato estremamente facile” (Don Lorenzo Milani, Esperienze Pastorali, pag. 51).

La cultura per don Milani ricopriva due funzioni.
La prima era di carattere sociale. Il sapere consentiva al povero di elevarsi al rango culturale del ricco.
La seconda funzione era di carattere pastorale. L’istruzione permetteva all’uomo di fede la comprensione dell’insegnamento religioso.
Le due funzioni in don Milani erano rigidamente distinte. La scuola popolare doveva solo trasformare delle “bestie” culturalmente parlando, in uomini. L’evangelizzazione si svolgeva in canonica e nessuno dei ragazzi che frequentava la scuola popolare vi era obbligato: “Vi prometto davanti a Dio che questa scuola la faccio soltanto per darvi l’istruzione e che vi dirò sempre la verità d’ogni cosa, sia che faccia comodo alla mia ditta, si che le faccia disonore”. Per garantire l’assoluta aconfessionalità della Scuola Popolare giunse anche a togliere il crocifisso dalle pareti, scatenando un putiferio con le altre associazioni parrocchiali che usavano lo stesso locale per le loro riunioni. Don Milani raccolse tutta la storia della Scuola Popolare di San Donato nel libro Esperienze Popolari al quale lavorò per sette anni circa, tra il periodo di Calenzano e Barbiana: “La Scuola Popolare serale fu iniziata dal cappellano nel 1947 come scuola privata. Solo più tardi vi collaborò per cinque mesi l’anno anche un maestro statale” (Esperienze pastorali).
Il maestro di cui parla don Milani nel libro era Umberto Betti che veniva in bicicletta ogni sera da Firenze a Calenzano. Partecipava alla scuola, aiutando il giovane cappellano, poi rimaneva a dormire in canonica e ripartiva la mattina presto per Firenze per le supplenze nelle scuole elementari. Dopo le difficoltà iniziali dovute alla novità della proposta, i giovani iniziarono a frequentare la Scuola Popolare, conquistati dagli insegnamenti del giovane pretino che non faceva niente per vincere ma tutto per istruire senza porre in mezzo tra lui e i giovani né il crocifisso, né discorsi di parte, né discorsi edificanti. Molti giovani erano con lui perché faceva le parti giuste ed era contro tutti, disprezzava i giornali dei preti e l’Unità allo stesso modo, insegnando a pensare sempre con la propria testa. Il grande insegnamento di don Milani andava contro il conformismo, contro le mode che rendono l’uomo pecora. Chi non si allinea si sente emarginato. Scriveva invece: “Chi sa volare non deve buttare via le ali per solidarietà con i pedoni, deve insegnare a tutti il volo” (Esperienze Pastorali, pag. 192).
Altri giovani provenivano anche da “La Chiusa” che “dista dalla Chiesa e dal centro due o tre chilometri ed è chiusa nel più cieco comunismo come poteva esserlo il resto del popolo di S. Donato nel 1946” (Esperienze Pastorali, pag. 231).
Don Milani, nella Scuola, si limitava ad essere solo uno strumento: “Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, sono io che l’ho imparato da loro. Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi mentre loro mi hanno insegnato a vivere… Sono loro che hanno fatto di me quel prete dal quale vanno volentieri a scuola, del quale si fidano più che dei loro capi politici, per il quale fanno qualsiasi sacrificio, dal quale si confessano a ogni peccato senza aspettare che sia festa. Io non ero così e perciò non potrò mai dimenticare quel che ho avuto da loro” (Esperienze Pastorali, pag. 235).
“Il venerdì di ogni settimana era riservato a una conferenza di un estraneo alla scuola. Vi si avvicendarono le più svariate persone e i più svariati argomenti: scienziati, letterati, artisti, sindacalisti, tecnici, uomini di parte, stranieri” (ibidem, pag. 223).
Tra gli uomini di parte che don Milani aveva invitato alla scuola serale, c’era un padre gesuita. Doveva discutere con i ragazzi presenti, di Lutero e della riforma protestante. Il sacerdote affrontò l’argomento in modo a dir poco banale. “Spiegò insomma che il monaco tedesco, non sapendo tenere a freno le passioni sessuali, elaborò delle teorie che le giustificassero e sposò una monaca. Don Milani diventò paonazzo di rabbia. Scattò in piedi come morso dalla tarantola e svergognò il gesuita davanti ai suoi ragazzi: Vi prometto che d’ora in poi nessun prete all’infuori di me parlerà nella nostra scuola. Il gesuita, visibilmente irritato, tentò di giustificarsi: Sa, don Lorenzo, quando si parla ai rudi non si può fare troppo sottili distinzioni, se no non intendono. Peggio che andar di notte. L’ira di don Milani si fece caustica come un rasoio tagliente: Scusi, padre, per lei forse esistono delle notizie storiche che sono vere in campagna e false in città?”.
Molti amici di don Milani e non si ritrovarono invitati venerdì sera alla Scuola Serale di San Donato: Giampaolo Meucci, presidente del tribunale dei minori di Firenze, Gaetano Arfé, politico, giornalista e storico del Partito Socialista Italiano, Mario Gozzini, scrittore, politico e giornalista, Giorgio la Pira, sindaco di Firenze. Centrotrenta erano gli scolari della scuola, una cinquantina al venerdì per la conferenza che veniva preparata scrupolosamente per tutta la settimana. A San Donato, don Milani si serviva degli intellettuali come strumenti per fare scuola. Non era facile che sorgessero attriti come ai tempi di Barbiana dove, a un certo momento, parecchia gente si prestava al suo gioco solo perché era ormai un uomo famoso, perché era elettrizzante frequentare un prete scomodo per la Chiesa, per le gerarchie militari e civili. La cosa giustamente mandava in bestia don Lorenzo Milani e gli provocò un crescendo d’insopportazione per i detentori del potere intellettuale. A San Donato, se rimproverava qualche oratore perché era stato oscuro, usava un tono cortese. Così scriveva a Mario Gozzini, venuto alla scuola popolare a parlare dell’esistenzialismo: “I ragazzi hanno avuto l’impressione che lei fosse preparatissimo sull’argomento, ma che non si fosse messo affatto a tavolino a preparare parola per parola una lezione veramente creata per noi e per noi soli. E se questo è vero io la perdono perché so che lei non ha un minuto di tempo libero e so anche che non ha premeditato questo misfatto ma l’ha anzi consumato, soffrendoci. In tutti i modi nulla va perso. Ogni venerdì si impara qualcosa da qualcuno e si impara facendogli in processo addosso senza rispetto”.
Questi processi agli intellettuali rappresentavano una delle direttrici pedagogiche più importanti della Scuola di don Milani perché minavano alla radice gli schemi della cultura dominante, secondo i quali era impensabile che dei ragazzi, figli di operai e contadini, quasi analfabeti, si permettessero non solo di interloquire ma addirittura di processare uomini di cultura. La lezione pedagogica di don Milani si dirigeva dunque verso due direttrici.
Da un lato costringeva gli intellettuali a un brusco e umiliante ripensamento del loro ruolo sociale che era rispettato e consentito solo se il sapere era funzionale al progetto socio-politico di liberazione degli oppressi.
Dall’altro lato spronava i ragazzi a uscire dal loro stato di timidezza umana, per aggredire la realtà sociale che nelle classi subalterne appariva spesso immodificabile e fatale e i rapporti di classe acquisiti per sempre. Con la dissacrazione degli intellettuali don Milani innestava nella psicologia e nella cultura dei suoi ragazzi la convinzione che il già compiuto potesse comunque essere modificato. L’uomo, insomma, indipendentemente dal suo stato sociale, è protagonista della propria storia e di quella collettiva. Nulla in fondo è fatale, nemmeno la miseria.
Col tempo, la Scuola Popolare prendeva il volto definitivo, così come il maestro voleva: “Lo sai te cos’è per me la scuola popolare, vero? È la pupilla destra del mio occhio destro. È funzionata quattro anni e quest’anno anche d’estate perché ci vediamo ogni venerdì. È nata come scuola e lo è stata fino a poco fa. Ora è diventata qualcosa di più. Una specie di ditta, una società di mutuo incensamento, un partito, una comunità religiosa, una loggia massonica, un casino, un cenacolo d’apostoli… Gli avventizi sono stati una sessantina ma i fedelissimi sono forse dodici. Il più piccolo ha quindici o sedici anni, il più vecchio ne ha venticinque, gli altri sono tutti intorno ai diciannove. Sono tutti operai e contadini, sono iscritti a partiti e sindacati varii. Alcuni vengono completamente dall’altra sponda, altri vengono dall’altra ancora. Di comune hanno poco (neanche l’amicizia fra tutti) fuorché un bel progresso che hanno fatto nel cercare di rispettare la persona dell’avversario, di capire che il male e il bene non sono tutti da una parte, che non bisogna mai credere né ai comunisti né ai preti, che bisogna nuotare sempre controcorrente e leticare con tutti e poi il culto dell’onestà, della lealtà, della serenità, della generosità politica e del disinteresse politico”.
La Scuola Popolare mirava in alto. Aveva l’obiettivo di preparare degli individui capaci di fare delle scelte autonome, senza farsi condizionare da nessuno.
Scriveva don Milani: “Altri guardano a queste cose (sono le spese eccessive che un povero faceva in occasione di matrimoni, di cresime) con occhio di benevola indulgenza. Vuoi negare al povero, dopo una vita di sofferenze, anche questa giornata d’oblio sognata dalle ragazze fin dall’infanzia e poi ricullata nel ricordo fino alla vecchiaia? Non, non gliele voglio né negare né proibire, poverine. Così come sono oggi non le voglio. Cioè senza idee, senza ideali, senza il senso della loro dignità d’operaie… Non si può proibire a quelle poverine di spendere male i soldi che hanno guadagnato. Ma si può e si deve fare scuola alle poverine e ai poverini. Fare scuola d’idee più sane. Far loro capire che il vanto di un povero non è di scimmiottare per un giorno le parate antisociali degli oppressori per poi tornare il giorno dopo nella schiera anonima degli oppressi e brontolare sterilmente contro il mondo ingiusto. Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l’avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola” (Esperienze Pastorali, pag. 105).
Spesso gli altri amici preti gli domandavano il segreto della sua scuola, come faceva ad averla piena e insistevano perché scrivesse per loro un metodo, dei programmi, le materie e la tecnica didattica: “Sbagliano la domanda – rispose don Milani – non dovrebbero preoccuparsi di come fare per fare scuola, ma solo come bisogna essere per poter fare scuola. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dall’ansia di elevare il povero ad un livello superiore” (Esperienze Pastorali, pag. 239- 243).
L’azione pastorale di don Milani non poteva passare inosservata in paese presso la gente e presso le forze politiche, soprattutto quelle che non vedevano di buon grado l’innalzamento culturale dei poveri, voluto da don Milani. La gente non faticava molto a convincersi che il prete era don Lorenzo, quando facevano confronti con altri preti della zona che erano più intenti al commercio delle gazzose nei vari ricreatori parrocchiali.
Dalla curia fiorentina poi, dove era stato mandato da Roma l’arcivescovo Ermenegildo Florit come coadiutore del vecchio cardinale Elia Dalla Costa, iniziavano a piovere addosso a don Milani accuse gratuite. Veniva accusato di fare il gioco delle sinistre, di dividere il popolo che era già diviso, di non tenere il crocifisso nella Scuola Popolare e di non parlare mai in classe di religione. La goccia che fece traboccare il vaso nei difficili rapporti tra la curia e don Milani, complice la Democrazia Cristiana di Calenzano, fu l’atteggiamento tenuto da don Milani in occasione delle elezioni amministrative del 1951.
Il giovane cappellano non venne meno alla direttiva dell’episcopato toscano e della Santa Sede ma lo fece in modo che, evidenziando l’ipocrisia delle gerarchie cattoliche, finì per gettare benzina sul fuoco delle polemiche. Don Lorenzo, infatti, ligio alla lettera del decreto dei vescovi, consigliò ai suoi parrocchiani di votare per la DC ma non per i partiti laici con i quali era alleata, perché li riteneva non cristiani e massoni. I vescovi toscani avevano emanato, infatti, un decreto per prescrivere ai cattolici il dovere di votare per quei candidati che difendevano i diritti di Dio, della Chiesa e della famiglia cristiana.
L’Osservatore Romano a sua volta aveva escluso dal novero dei partiti da votare anche i socialisti di Giuseppe Romita e di Giuseppe Saragat. La convocazione in curia dal cardinale Elia Dalla Costa fu l’occasione per don Milani di stilare un promemoria al cardinale stesso: “Ben dolorosa e inaspettata fu per me l’improvvisa chiamata di Vostra Eminenza e l’ordine di tacere. Chiesi spiegazione e non ne ebbi. Esposi il mio punto di vista. Mi permisi di osservare che, tacendo improvvisamente, dopo che avevo invitato il popolo per la domenica seguente a un’ulteriore chiarificazione, avrei compromesso il buon nome di Vostra Eminenza quasi che Ella volesse collaborare con coloro che giustificano il mezzo col fine. Pagherò io davanti a Dio, rispose Vostra Eminenza. Ma è giusto il mio atteggiamento? Sì, ma è rischioso. Queste sue parole, Eminenza, hanno scavato nella mia anima di neofita e di giovane sacerdote una ferita che solo lentamente si va rimarginando. Il mio primo impulso fu di rivalsa, dare cioè pubblicità a ogni cosa. Fu la tentazione di un attimo e la vinsi subito anche perché la mia Mamma, che pur essendo ebrea, mostrò più sensibilità cristiana di me e mi disse: Un figliolo non deve mai mettere in pubblico le miserie del suo babbo” (Lettere alla mamma, promemoria al cardinale, op. cit. pag. 99- 100).
Don Milani però non si piegò all’utilitarismo politico della DC locale e della Curia e per evitare nuove polemiche se ne andò via una settimana, quella calda delle lezioni, a trovare alcuni amici in Germania. Qui prese alcuni contatti per far ristampare la carta della Palestina utile alle sue lezioni di catechismo.
Alle lezioni politiche del 1953 il ragionamento politico di don Milani si fece più sottile e scomodo per la Curia fiorentina. Dopo aver distinto i cattolici dai non credenti, sostenne che a questi ultimi non poteva essere chiesto di votare per la DC. Spiegò, infatti, che al disoccupato o al senza tetto non credente “non si possono offrire riforme che lo raggiungeranno dopo la sua morte” (Esperienze Pastorali, pag. 261).
Altri episodi locali poi accrebbero l’ostilità di una parte dei notabili democristiani verso don Milani. Al funerale di un certo Libero, comunista, morto per un incidente alla Cementeria di Calenzano, i capi comunisti più facinorosi non vollero sentir regioni e portarono in chiesa vessilli e bandiere del Partito Comunista. Don Milani, in chiesa non fece nessuna scenata, come precisò in una lettera indirizzata a Giovanni, fratello del segretario comunista di Calenzano “solo perché di fronte alla tragedia della famiglia non mi pareva il momento di fare polemiche” (Lettere alla mamma, pag. 114- 115).
I benpensanti di San Donato corsero dal vescovo a riferire l’accaduto delle bandiere rosse in chiesa. I benpensanti ci sono anche oggi e ci saranno sempre. Vivono di questo. Fanno la spia. Sono più lealisti del re e se potessero, troglierebbero il mestiere anche al Papa. Don Milani, accusato di ammiccare al PCI? Niente di più falso. Basta leggere la lettera a Pipetta, un giovane comunista di Calenzano: “E’ un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocefisso” (Lettere, pag. 4-5).
Don Milani affatto tenero verso il Comunismo è tutto nella lettera a don Piero, in Esperienze Pastorali, pagine 443- 471. Va riletta. Comunque, il trasferimento di don Milani verso l’esilio di Barbiana iniziò a delinearsi dopo il 12 settembre 1954 con la morte dell’anziano proposto don Daniele Pugi. Per la curia fiorentina era l’occasione per mettere ordine nella parrocchia di San Donato. •

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