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I primi anni vissuti nella Parrocchia San Donato

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Don Lorenzo Milani (1947- 1954): continua la presentazione del prete che Papa Francesco vuole innalzare agli onori dell’altare

“Fai conto che qui io mi trovi in un istituto pieno di sordomuti non ancora istruiti. Che ne diresti se pretendessi di evangelizzarli senza aver prima dato la parola? I missionari dei sordomuti non fanno così. Fanno scuola della parola per anni e poi dottrina poche ore. E il loro agire è logico, obbligato, perfettamente sacerdotale. Domani poi, tra questi sordomuti ritornati alla luce della parola, ci saranno santi e dannati. E quel giorno la responsabilità della salvezza ricadrà su ognuno di loro com’è nell’economia normale della salvezza. Ma se invece mi rifiuto di creare questo ponte, allora per loro non ci sarebbe che il Limbo dei bambini e per me il castigo di chi non ha fatto il suo dovere”
(don Lorenzo Milani, Esperienze Pastorali, pag. 200, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1972).

Don Lorenzo Milani, dopo l’ordinazione sacerdotale del 13 luglio 1947 nel duomo di Firenze, restò a disposizione del parroco di Montespertoli, dove era anche la sua villa di famiglia. Era evidente che il giovane sacerdote si trovava a disagio. La sera ritornava nella sua dimora “principesca”, assai diversa dalle case dei contadini che lavoravano i poderi della tenuta di famiglia. La nomina a cappellano nella Parrocchia San Donato a Calenzano, retta dall’anziano parroco don Daniele Pugi, è del 3 ottobre 1947. Diluviava la sera di giovedì 9 ottobre 1947, quando don Milani vi arrivò, in corriera, da Firenze. L’accoglienza fu festosa: “C’era sott’acqua una quindicina di ragazzi e giovanotti ad aspettarmi e che mi hanno accompagnato in corteo fino a casa e poi si sono attaccati alle campane e hanno suonato a gran doppio a distesa per annunciare l’arrivo del tanto atteso cappellano” (Don Milani, Lettere alla mamma, pag. 69). Don Daniele Pugi era parroco della Parrocchia San Donato fin dal 1913, alto, robusto di corporatura, brontolone ma buono come il pane appena tolto dal forno. Volle subito un gran bene a don Lorenzo così ricco di fede e di entusiasmo appassionato. “La ‘un ci faccia caso a don Milani. Perché l’è un po’ in quella maniera ma gli è tanto bòno”, disse un giorno al professore Dino Pieraccioni, tirandolo in disparte. Don Lorenzo ricambiava la stima verso il vecchio sacerdote: “Mi ha voluto sempre bene e mi ha tollerato con tanto affetto”. A volte, scherzando aggiungeva: “Non posso mica imporgli le mie idee”. Trovava che il suo “Babbo-proposto” aveva una serietà e un impegno cristiano tali che gli si potevano perdonare anche certe chiusure conservatrici. In una lettera si augurava che il Proposto “abbia lunga vita e lunga pazienza” (Don Milani, Lettere alla mamma, pag. 86). Don Pugi, finché restò in vita, appoggiò sempre don Lorenzo, anche se a volte non ne condivideva le idee, tra i due c’era una differenza abissale d’età, ma si stimavano a vicenda.
Calenzano è un grosso borgo vicino a Prato. Oggi conta sedici mila abitanti. Negli anni quaranta appena mille seicento. Nell’immediato dopoguerra registra un forte aumento demografico. Molti operai lavoravano nell’industria tessile, altri nella Richard Ginori di Sesto Fiorentino, altri in campagna. Non mancavano poi gli immigrati dell’Italia meridionale. Don Milani, prete novello, in principio, per quasi due anni si comportò come gli altri giovani pretini della zona. I giovani operai e non volevano solo divertirsi e Milani pensò che fosse giusto dare loro quanto chiedevano. C’era poi da vincere la concorrenza con i divertimenti organizzati dalle case del popolo in mano al PCI e, se per attirare i giovani in chiesa occorreva dare loro il pallone, il biliardo, il ping-pong, per sottrarli agli altri, su questo, pensava don Milani non c’era niente da eccepire. Così ricorda questa tentazione: “Una domenica sera lasciai il vespro al Proposto e scesi in paese. La piazza era deserta. Al campo sportivo c’erano tutti. Per me fu un colpo. Quella totalità non indicava un episodio sporadico ma qualcosa di serio che andava analizzato. Ma c’era di peggio: pioveva. Il campo era un pantano: Gli spettatori vi si accalcavano con i vestiti buoni. Quel giorno presi una decisone che mi si è rivelata poi falsa. Ragionai così: il popolo vuole il pallone e per il pallone e affini è disposto anche a farsi martirizzare nel fango e dalla pioggia. Non teme né di spendere né d’ammalare e non attende che lo si chiami a casa. Dunque gli darò anche io il pallone di modo che invece di venire quaggiù, verrà lassù intorno alla chiesa e tutto verrà risolto nel modo migliore. Comprai dunque il pallone. Ma dopo pochi giorni un’altra constatazione mi ributtò in alto mare: al mio pallone non venivano tutti. Anzi era facile che nascesse un certo antagonismo tra quelli che venivano e gli altri. Gli uni erano figli di una data parte del popolo e gli altri di un’altra. S’accentuava dunque, per opera di quel pallone, il fossato già tanto triste che divideva il popolo in due parti. C’era poi la questione dell’età. Quelli che venivano a giocare erano per lo più ragazzucci di età insignificanti. Impuberi o appena pubescenti. Assoluta mancanza di interessi, di problemi e di fermezza di carattere. Cattolici, se di genitori cattolici. Comunisti, se di comunisti. Sincretisti, se di sincretisti. Insomma delle nullità. Infine l’ultima amarezza. Perfino quei pochi e insignificanti ragazzi era difficile tenere. Ogni poco compariva in paese qualche attrazione più grande e allora la precedente perdeva ogni valore. E allora bisognava buttarsi nella concorrenza: magline loro? Magline e scarpe noi. Tesserino in tasca loro? Tesserino e distintivo noi. Cinema, televisione, biliardo loro?… Ho voluto solo indicarvi lo sdrucciolo in cui stavo per infilarmi” (Don Milani, Esperienze Pastorali, pag. 131- 133). Bruciava intanto nel giovane prete il desiderio di trovare altre vie per fare apostolato. Dopo aver constatato l’abisso culturale di molti giovani operai della sua parrocchia decise di aprire per loro una scuola privata serale, gratuita e aconfessionale, che accogliesse i figli dell’uno e dell’altro popolo a lui affidato. Don Milani stava tagliando i ponti con il passato, anche se all’inizio trovò non poche difficoltà a far coesistere la scuola da una parte e il divertimento dall’altra. Scrive infatti: “Per qualche mese scuola e ricreazione vissero una a fianco dell’altra. Poi la scuola prese il sopravvento. Dopo due anni, della ricreazione non era restato che un po’ di ping-pong e un po’ di chiasso che comparivano fugacemente in qualche ritaglio di tempo. Ma la situazione andava diventando insostenibile. Da un lato avevo giovani che ricchi di un par d’anni di scuola disdegnavano ormai chiasso e gioco… dall’altro lato avevo giovani appena arrivati oppure più leggeri per costituzione o educazione… Io ero combattuto tra la paura di sdegnare questi poveretti e l’intima convinzione che dovevo schierarmi con gli altri perché avevano ragione. Brancolai per qualche tempo alla ricerca di soluzioni di compromesso ma senza accorgermene andavo intanto diventando sempre più insofferente del chiasso e del tempo perso. Al terzo anno la situazione precipitò. In una memorabile scenata gli attrezzi del ping-pong volarono in fondo al pozzo. Il dado era stato tratto ma in un momento di eccitazione e molto prima che io fossi convinto che fosse bene farlo. Nell’anno 1951-1952 non ci fu vera scuola perché stetti male. Quando ripresi la scuola nel 1952-1953 avevo ormai superato ogni interiore esitazione. La scuola era il bene della classe operaia, la ricreazione ne era la rovina… Mi perfezionai allora nell’arte di far scoprire ai giovani le gioie intrinseche della cultura e del pensiero e smisi di fare la corte ai giovani che non venivano. Non perdevo anzi occasione di umiliarli e offenderli. Per esempio capitava che andando in paese a telefonare trovassi uno di loro nel bar ad arrabattarsi con l’elenco telefonico. Se mi chiedeva di aiutarlo, invece di accontentarlo alzavo la voce e lo infamavo Se avessi avuto io a fare la figura che hai fatto te ora, di doverti raccomandare a un prete, te operaio, sarei stato a patti di non mangiare e non dormire e di non conoscere domeniche né ferie finché non ce l’avessi sfangata da me. Gli operai come te sono proprio come li vogliono i signori. Non lo vedi che organizzano apposta il Giro d’Italia per imbambolarti e tenerti lontano dalla scuola e dal sindacato? Ma loro la Gazzetta non la leggono e badano a star dietro al loro sindacato e a mandare i loro figlioli all’università e poi ridono alle tue spalle, finché non l’avevo fatto verde” (Don Milani, Esperienze Pastorali, pag. 128-129). L’analfabetismo in senso legale era sparito. Esisteva solo tra i vecchi. Non c’era nessun giovane a San Donato che non avesse fatto almeno tre classi delle Elementari e che non sapesse leggere e scrivere sia pur faticosamente. Ma la vita moderna richiede al cittadino un crescendo di prestazioni intellettuali che non erano richieste al bracciante del secolo scorso: “Non è dunque esagerazione sostenere – scrive don Milani – che l’operaio d’oggi con il suo diploma di quinta elementare è in stato di maggior minorazione sociale che non il bracciante analfabeta del 1841” (Don Milani, Esperienze Pastorali, pag. 166-172).
Eredità di don Milani! Oggi si parla di analfabetismo di ritorno, diffuso tra tutte le pieghe della società. Colpisce studenti universitari che non sanno comunicare in lingua italiana, professionisti, finanche professori che dovrebbero essere i cultori della parola parlata e scritta. Si legge sempre meno. “Don Milani è nostro contemporaneo anche per quello che è forse il cuore, il nucleo pulsante della sua opera: la scuola. C’è irrisolta una grande questione educativa. Perché se è vero che nel nostro Paese – ma il discorso può essere esteso ad altre democrazie avanzate – la povertà assoluta e relativa opprime milioni di persone, è anche vero che ci troviamo di fronte a un diffuso analfabetismo di ritorno, e che l’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica…Nella società della comunicazione, le parole tendono sempre più a diventare strumenti di potere invece che segnavia della ricerca della verità. Don Milani, che nella parola umana come strumento di conoscenza e di dignità avvertiva lo stesso eco liberante della Parola di Dio, non avrebbe certo taciuto di fronte allo scempio linguistico dei discorsi che etichettano, che diffamano, che manipolano la realtà e nascondono la verità” (Postfazione di don Luigi Ciotti, in “Michele Gesualdi, l’esilio di Barbiana, pag. 246- 247, San Paolo, Milano 2016).
Secondo don Milani, l’analfabetismo di allora metteva la gente del popolo nella condizione di non sapersi difendere a parole e la poneva intellettualmente alla mercé di chi avesse fatto anche una sola classe oltre le elementari. Prese corpo allora in don Milani l’idea fissa che lo accompagnerà per tutta la sua attività di maestro: ai poveri mancava la padronanza della lingua italiana per capire e farsi capire. Un suo ex allievo nella Scuola di San Donato, Benito Ferrini, così ricorda questa idea: “Noi sul principio non ci si voleva credere. S’era sempre a chiedergli il disegno tecnico e Gianfranco voleva la stenografia e basta, perché gli avevano detto che avrebbe trovato lavoro e Gigi voleva l’avviamento tutto completo e Mino, che occorrevano i volumi e la radice quadra, per il concorso delle ferrovie. Don Lorenzo, per accontentarci, cominciava un po’ qualcuna di queste cose, poi gli veniva a noia e su una parola ci stava un’ora. Una parola da nulla diventava un mondo. Ci diceva da dove veniva. Come la si poteva usare in mille frasi diverse. Ci spiegava tutte le sfumature dei suoi significati. Come la si ritrovava in altre lingue. Come si componeva con altre parole. Quante altre parole derivavano da essa, finché s’era fatta mezzanotte e le penne erano ancora da intingere e i quaderni bianchi e diceva: la radice quadrata vi prometto che si farà domani” (N. Fallaci, pag. 124).
Don Milani si era convinto della necessità di privilegiare la lingua come strumento di comunicazione sociale. Non si poteva lottare nelle fabbriche senza colmare questa profonda lacuna che costringeva il popolo di San Donato in uno stato di inferiorità culturale e sociale. Scriveva in una bellissima lettera ad Ettore Bernabei, allora direttore del Giornale del Mattino: “La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. Parole come personaggi, si chiama una tua rubrica. Ecco, questo appunto è il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata. Un’utopia? No. E te la spiego con un esempio. Un medico oggi, quando parla con un ingegnere o con un avvocato, discute da pari a pari. Ma questo non perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio della parola. Ebbene a questa parità si può portare l’operaio e il contadino senza che la società vada a rotoli. Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, non c’è rimedio. Ma questo non importa affatto chi si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’operaio (chiamo uomo chi è padrone della sua lingua). Questa non fa parte delle necessità professionali, ma delle necessità di vita di ogni uomo, dal primo all’ultimo che si vuol dire uomo” (Don Milani, Lettere, pag. 58- 59). Una grande utopia. Cinquant’anni dopo la morte di don Milani, cosa rimane di questo grande ideale? Niente o quasi. Contadini e operai non esistono più. Tutti aspirano ad avere tutto in una gara senza esclusione di colpi. Poveri ce ne sono. Ma è come se non ci fossero, perché oggi dichiararsi povero è una colpa grave. Che cosa ha fatto la scuola per portare ogni cittadino ad essere uguale? “Poi insegnando imparavo tante cose. Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia” (Lettera ad una professoressa).
Non avessi mai citato questo passo in quel Consiglio di Classe. Eppure pensavo di avere attorno a me, se non tutti, almeno qualche collega che dimostrava una buona sensibilità. Mai fidarsi delle apparenze. Un professore di Matematica, molto preparato, mi rideva quasi in faccia. Anni prima era stato sulle barricate, in nome del niente. Il suo problema d’insegnante non era uguale a quello degli altri. Un giorno mi precisò meglio il suo pensiero. Mi disse che aveva messo vent’anni per capire come andava il mondo. Don Milani aveva messo vent’anni per uscirne, lui vent’anni per rimanere nel proprio mondo. Stava nella scuola, ma ci teneva ad avere i piedi in più staffe, mi diceva. Un’altra collega, anche lei colta, mi diceva apertamente: “Va, tu e il tuo don Milani”. Spocchiosa, per non dire altro, ribadiva che lei aveva i suoi libri da leggere e incontrare i suoi amici. “Dicesi maestro colui che non ha nessun interesse culturale quando è solo”. Gli interessi culturali di quell’insegnante erano diversi da quelli del maestro secondo don Milani. Non poteva di certo impegnarsi nel tempo prolungato che pur faticosamente si stava costruendo. Era favorevole solo al tempo normale perché al di sotto di esso non si poteva andare. Altri, assieme a lei citavano continuamente l’assioma gramsciano: “L’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione”, scegliendone ovviamente la seconda parte. Altri ancora parlavano di sano egoismo. Eppure, ricordo che il tempo prolungato in quella scuola del milanese, dove ho insegnato per diciotto anni di seguito, anche in mezzo a tante difficoltà, è stata una realtà positiva per ben dodici anni, poi sono ritornato nelle Marche. Eravamo un discreto gruppo di docenti, ben affiatati, con il preside che era favorevole all’iniziativa. Laboratori di teatro, di pianoforte, ricerche di storia locale, produzione di audiovisivi, e molto altro, sono stati per anni il fiore all’occhiello. Gli alunni erano contenti, i genitori soddisfatti. Ovviamente con il tempo tutto si andava ridimensionando perché non si poteva combattere contro i mulini a vento. Forse l’ideale di don Milani l’ho vissuto appieno in due esperienze: la scuola serale parrocchiale (1978-1984) e l’insegnamento della lingua italiana agli immigrati (1991-1996). La seconda dura tuttora e Fiorella, una collega di allora, ne è ancora la bandiera. La prima era una realtà che trovai appena arrivai a Giussano, nata alcuni anni prima all’ombra della parrocchia Ss. Filippo e Giacomo, la seconda proposta dalle ACLI locali. Al mattino e al pomeriggio l’insegnamento nella scuola media, dopo cena, lunedì, mercoledì, venerdì, dalle 20,00 alle 24,00 scuola serale, gratuita. Avessi ancora gli anni che avevo allora, rifarei tutto con lo stesso entusiasmo, pur di andare controcorrente, come don Milani. •1010

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