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L’Istituto Teologico di Fermo: una conquista

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Mons. Miola ha creato un ampio gruppo di docenti di teologia

Ho sempre insegnato nell’ITM-ISSR, fin dal 1962 appena tornato dalla Terra Santa, dove avevo frequentato un anno presso l’Istituto Biblico tenuto dai Francescani. Ho insegnato anche quando ero vicario generale o impegnato con il sinodo, con la SFISP ecc. Facevo le introduzioni bibliche di Antico e Nuovo Testamento all’Istituto Teologico Marchigiano sezione di Fermo (ITM) e all’Istituto Superiore di Scienze Religiose (ISSR). Per l’insegnamento di esegesi era venuto don Raffaele Canali. Don Raffaele era prete della diocesi di Ascoli, aveva fatto la licenza al Pontificio Istituo Biblico (PIB), era del Seminario Romano, compagno di don Paolo De Angelis, che me lo segnalo. In Ascoli non c’era più il seminario teologico, non trovò una cattedra e il vescovo Mons. M. Morgante gli permise di venire a Fermo. Mons. Bellucci lo accolse in diocesi, gli assegnò la cappellania di Stella Maris a Civitanova e i corsi di esegesi in seminario cominciando a sostituire mons. Cardenà. Diventammo amici e collaborammo. Trovò subito buona accoglienza e gli studenti erano entusiasti di lui. Faceva parte del cammino neocatecumenale e ne era un punto di riferimento in diocesi. L’intesa tra noi fu sempre buona; ci scontrammo solo in un punto. Come vicario generale avevo richiamato i neocatecumenali sulla celebrazione della veglia pasquale. La liturgia propone una celebrazione solenne e unitaria e chiesi ai neocatecumenali di partecipare alla veglia parrocchiale. Vennero in commissione per sostenere la loro prassi di una veglia propria, c’era anche don Raffaele, ci scontrammo su questo punto, ma non essendoci direttive specifiche sul movimento e le loro liturgie non ottenni nulla, anche perchè l’arcivescovo Cleto, che si diceva d’accordo con la linea che avevo proposta, in pratica tollerò la prassi dei neocatecumenali. Rimanemmo amici anche se con qualche ombra.
Don Canali divenne rettore del seminario neocatecumenale Redemptoris Mater di Macerata e continuava ad insegnare. Nel 1991 accusò una cardiopatia, gli consigliarono di fare un intervento in una clinica specializzata di Roma. Sottoposto ad intervento chirurgico non si risvegliò dall’anestesia. Erano i primi giorni del gennaio 1992. Quasi presago della fine, poco prima del ricovero in clinica, lasciò uno scritto, come una preghiera e un testamento, veramente toccante, ricco di fede; vi annunciava la sua eventuale morte come l’incontro gioioso con Cristo ed invitava a celebrare l’eucaristia del suo funerale con i canti festosi tipici del “cammino”.
Mons. Bonifazi era l’incaricato per la cultura in diocesi e in seminario. Dopo il dottorato in teologia alla PUL, si era laureato in filosofia, aveva fatto l’abilitazione, aveva pubblicato insieme al prof. Luigi A1ici “Il pensiero del novecento” un testo di storia della filosofia, aveva vinto il concorso a preside e fece due anni il preside in una scuola superiore di Falconara, era sempre presente a convegni culturali e politici. Faceva un solo corso di teologia nell’ITM e ne conservava la presidenza. Preferiva insegnare all’ITM di Ancona e all’ISSR, che opportunamente da Loreto era stato trasferito nel capoluogo. I colleghi di Fermo non lo tolleravano perchè non pensava affatto ai nostri Istituti, di cui era anche preside, ma solo alla sua situazione. Liberatasi la presidenza del liceo scientifico di Montegiorgio ottenne il trasferimento da Falconara a Montegiorgio e poi fu preside al liceo scientifico di Fermo. A questo punto un gruppo di professori di teologia, seccato di questo modo di fare e di pensare solo alla sua carriera, andò dall’arcivescovo e in modo perentorio, (mi riferì mons. Bellucci) don Albanesi disse a nome dei presenti: “O fuori don Bonifazi o fuori noi dall’ITM-ISSR”. Fu allora che l’arcivescovo mi chiamò e mi pregò di prendere la direzione dei due Istituti di teologia. Così nel 1991 mi sobbarcai anche a questo non piccolo compito.
Mio primo impegno fu quello di tenere unito il corpo docente e per quanto possibile di farlo lavorare, consapevole però che Istituti di periferia come i nostri non potevano essere grossi centri di studio e di produzione. I due Istituti erano (e sono) dipendenti dalla Pontificia Università Lateranense (PUL), l’ITM aveva due sedi: quella di Ancona e quella di Fermo, ma la direzione e la segreteria generale stavano nel capoluogo; l’ISSR, anch’esso collegato alla PUL, aveva sede a Loreto e a Fermo, ma direzione e segreteria stavano a Loreto. Ci tenni a dare risalto alla nostra sede sia perché a mio parere aveva un corpo docente più qualificato e un numero superiore di iscritti. Alcuni nostri docenti, per esempio Bonifazi ed Illuminati, preferivano avere più ore di insegnamento a Loreto e in Ancona perché c’era una retribuzione per ore di lezione e un consistente rimborso viaggi.
Feci un consiglio di sede e portammo avanti diverse iniziative. Organizzammo incontri di buon livello. Chiesi collaborazione al Segretariato per Unità dei Cristiani, cioè al sottosegretario Mons. Fortino, che conoscevo bene, e al PIB, di cui ero stato alunno e presso cui don Antonio Nepi, don Andrea Andreozzi e la signora Rosanna Virgili erano studenti. Cominciò cosi una serie di giornate di studio con relatori specialisti su temi ecumenici, biblici, teologici e di attualità. Da qui il passo alla pubblicazione di una rivista dell’ITM-ISSR fu breve. Don Rolando Di Mattia, la cui amicizia mi sostenne sempre, mi spronava ad una pubblicazione culturale-pastorale per il clero e mi promise il finanziamento del primo numero. Con lui trovai il titolo per la rivista rifacendoci al nome che i Capranica, vescovi di Fermo, nel ‘500 dettero al collegio romano che accoglieva studenti di Fermo: Sapientia Firmana. Tolsi quel Sapientia che mi sembrava troppo pretenzioso e lasciai Firmana dandogli un colorito neutro di “cose fermane” e aggiunsi come sottotitolo Quaderni di teologia e Pastorale. Organizzammo un primo convegno su “Giustizia e violenza” e invitammo relatori di prestigio come il prof. Bovati del PIB e il prof. Penna della Pontificia Università Lateranense (PUL). Tutte le relazioni formarono il primo numero della rivista.
Fu un successo tanto che ci fu richiesta da diversi Istituti e docenti. Il mio lavoro fu di far collaborare i professori e trovai risposta da Nepi, Virgili, Petruzzi, Giustozzi, Castelli, Albanesi, Tosoni e da altri. Illuminati invece non volle mai scrivere una riga. Diceva che lo assorbiva la scuola di religione al liceo Annibal Caro della città. Bonifazi, sebbene fosse sempre prodigo di giudizi e di consigli su tutto, era chiuso nel suo mondo, ma se richiesto, scriveva. Problema grosso fu poi quello di trovare i soldi per la stampa, ma tra abbonamenti ed offerte di preti, un finanziamento della Carifermo e di qualche laico, come il dott. Patrizio Astorri, feci fronte alle spese. Collaboratrice preziosissima fu la signorina Dolores Dolomiti, che chiamai come applicata di segreteria e mi faceva il paziente lavoro di sbobinatura delle relazioni registrate dei professori invitati, che io correggevo prima di mandarle agli autori per una revisione. La rivista uscì più o meno regolarmente e s’impose anche nei confronti di Quaderni di Scienze Religiose edita dalla sede di Loreto.
D’accordo con i professori reimpostammo l’orario delle lezioni, stabilimmo lezioni di 45 minuti e così dalle 8.15 alle 12.30 venivano 5 lezioni ogni giorno con la possibilità di dare più ore alle discipline principali, di avere spazi per i corsi opzionali, e lezioni per latino e greco per alunni che ne erano digiuni. Io ero sempre presente negli Istituti e seguivo le vicende di ciascuno. Il segretario, don Ferdinando Pieroni, tra impegni di scuola di religione e parrocchia non era molto presente, comunque seppe affrontare e sbrigare diversi problemi.
Ci tenni ad invitare professori laici come Luigi Alici prima e poi Roberto Mancini, professori di Filosofia a Macerata; convinsi l’arcivescovo ad investire sui laici che volevano fare teologia e ad aiutarli anche finanziariamente. Fu così che Mons. Bellucci dette sussidi alla Virgili, alla Serio, a Gobbi, mentre Tosoni, Castelli, De Marco, che avevano alcune ore di religione alla scuola statale si pagarono le spese per conto proprio. Sono poi tutti entrati come docenti in ITM-ISSR.
Attenzione posi anche alla biblioteca, strumento indispensabile di lavoro. La biblioteca del seminario era sfornita di opere di teologia, di S. Scrittura, soprattutto di volumi recenti e riviste. L’arcivescovo aveva permesso l’affitto di spazi del seminario in modo d’avere entrate per far fronte alle spese di manutenzione di uno stabile immenso; pose mano ad alcuni lavori urgenti: risistemò le camere dei teologi che erano senza bagni interni, spostò i locali di teologia al pian terreno e riportò la biblioteca egualmente al pian terreno vicina all’ingresso del seminario creando così uno spazio omogeneo tra ITM-ISSR e biblioteca. I problemi della biblioteca erano enormi: catalogazione, fondi per l’acquisto di libri e abbonamenti a riviste. Chiesi ai singoli professori pareri ed indicazioni di acquisti per ogni disciplina e controllai che le somme di spesa stabilite fossero effettivamente fatte, perché gli amministratori, prima don Dino Scoppa e poi il rag. Giancarlo Calza, non erano uomini di cultura e sviavano i fondi della biblioteca per spese, secondo loro, più urgenti. Nell’elenco delle riviste io e don Di Mattia mettemmo a disposizione i nostri personali abbonamenti in maniera tale che studenti e professori potevano sempre richiederle. Le cose certamente migliorarono, ma molti problemi rimasero irrisolti, anche perché nessuno si voleva prendere l’incarico di dirigerla.
Un momento cruciale per l’ITM fu il passaggio da Istituto “affiliato” ad “aggregato” alla PUL. Si era nell’anno 1994-95. Don Bonifazi da preside del liceo di Montegiorgio era passato allo Scientifico di Fermo, ma vi durò poco. Trovò una forte opposizione. Cadde in depressione ed avviò la pratica di pensionamento per malattia. Diversi preti del seminario dicevano che era tutta una finzione per ottenere una pensione completa per malattia. Io l’aiutai materialmente a svolgere qualche pratica in Ascoli e a Roma. Di fatto ottenne il pensionamento e poco dopo guarì (!), riprese la sua attività d’insegnamento in Ancona all’ITM di cui divenne anche preside. Il vescovo di Senigallia, Mons. Odo Fusi-Peci, incaricato della CEM per gli Istituti Teologici di Ancona e Fermo, avviò presso la Congregazione per l’Educazione Cattolica la pratica per il passaggio dell’ITM da “affiliato” ad “aggregato”. Don Bonifazi ebbe l’incarico di redigere lo statuto dell’ITM, ma fece un lavoro che noi della sede di Fermo giudicammo pessimo, perché, basandosi sul modello dello statuto della teologia di Assisi, che aveva già ottenuto l’aggregazione e che era un Istituto con una sola sede, declassò il nostro Istituto di Fermo a pura appendice dipendente in tutto da quella di Ancona, che aveva ogni diritto sulla nostra sede, anche quello di nominare i professori. Lo stesso arcivescovo Bellucci ci rimase male e dovemmo scontrarci con Bonifazi, io e don Albanesi, che, come professore di diritto, redasse un preambolo allo statuto, che riservava diritti essenziali all’arcivescovo e alla sede di Fermo, come la presentazione dei professori, del vice-preside, l’autonomia amministrativa. Ne derivò purtroppo un atteggiamento guardingo e di sospetto permanente di noi nei confronti della sede di Ancona e della direzione di Ancona nei nostri riguardi. •

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Direttore de La Voce delle Marche

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