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I volontari Vittorio Emanuele Caccavallo (a sinistra) e Fausto Fantuzi con Salvatore Cascioli, sfollato novantenne di Ussita, sul piazzale de “La risacca”

Lode ad un’Associazione che sostituisce lo Stato

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Porto Sant’Elpidio: al camping La Risacca la Protezione Civile si è fatta in quattro per aiutare

Dici Protezione civile e pensi subito alle motivazioni, agli ideali, alla gestione delle risorse. Ripercorri anni di storia, di aggiustamenti organizzativi, di normative, di leggi e anche un certo numero di vittime che hanno condotto alla costruzione dell’attuale Protezione civile, moderna e a carattere nazionale, basata sui principi della solidarietà. Ed è questa Protezione civile – strutturata su una rete di servizi e di relazioni virtuose con le popolazioni colpite dal sisma – che abbiamo conosciuto a Porto Sant’Elpidio.
Che sia meritoria e straordinaria. Che sia l’iniziativa e l’altruismo, lo stato di necessità e l’efficienza operativa, il sacrificio, l’organizzazione, l’entusiasmo. Che sia quello che niente e nessuno avrebbe mai potuto immaginare per gli abitanti del Centro Italia colpiti dal terremoto, un primo aiuto al loro arrivo sulla costa e poi più e poi molti, tutti quelli messi in atto dai giorni successivi agli eventi sismici di ottobre, inizialmente tristi, poi più sereni e fattivi, infine tranquilli, che hanno continuato operativi fino ad oggi. Il gruppo di Protezione civile di Porto Sant’Elpidio. Concetto di una benemerita organizzazione che flirta da mesi con l’affetto dei terremotati, così pronto a scivolare in quel contiguo sentimento che in comune, oltre al senso di riconoscenza, ha certo la saturazione e la consapevolezza delle difficoltà da affrontare, ma anche quel rigoglio impetuoso e rigonfio di linfa vitale che conduce i volontari alla più completa soddisfazione interiore. Elenco di missioni da portare avanti, di cose già programmate, già fatte, il trasporto periodico degli sfollati, quelli che devono andare nei luoghi di cura, i malati, i disabili, gli anziani, le persone sole, i turni di servizio nei camping, la distribuzione del materiale di prima necessità. Ma insomma che cos’è questo gruppo di Protezione civile di Porto Sant’Elpidio? È un’istituzione che c’è anche quando ti sembra che non ci sia perché non la vedi. Uno, una o tanti che hai incontrato durante il giorno, a cui hai fatto finora ricorso in caso di necessità.
Uno, una o tanti di cui ti fidi, perché ti hanno dimostrato, e non hai dubbi, che se il caso lo richiede loro saranno lì per te. Avere volontari o volontarie così è il più gran patrimonio che un paese possa possedere, non risente dei crolli di Borsa, dei capovolgimenti amministrativi, dei cambiamenti di abitudini e dei sali e scendi economici. Lui il volontario, lei la volontaria anche se non l’hai richiesto ti sono vicini perché, al contrario degli altri, non conoscono la consunzione dello spirito di sacrificio e la dimenticanza degli impegni spontaneamente assunti. Non tutti i paesi sono fortunati e hanno persone simili, perché di volontari che sanno creare istituzioni del genere ne esistono pochi. Sono quelli generosi, che non danno per avere ma per gioia di dare. Sono quelli che hanno una diversa dimensione del tempo, che non vivono l’altruismo come esibizione di bravura, ma come cemento di semplicità, di sacrificio personale, di rinuncia al riposo e al tempo libero. I rapporti informali, gli atteggiamenti familiari, lo spirito di corpo sono la caratteristica dei volontari del gruppo di Protezione civile di Porto Sant’Elpidio, che per noi si sono trasformati in segno di socialità e in espressione di speranza. Riflettono e portano dentro di sé le emergenze presenti e passate, il soccorso alle popolazioni colpite dalle recenti crisi sismiche e il legame dei tanti frammenti che compongono il volontariato. Diventano promozione di una nuova identità civile che aumenta gli standard della generosità: confortano, interrogano, incalzano gli egoisti e gli indifferenti, non sbriciolano i sentimenti e si commuovono di fronte alle persone in mezzo alle macerie a cui hanno dato tutto il materiale che ha potuto portare sui luoghi colpiti dal sisma, dichiarando che avrebbero voluto darne di più.
Persone del gruppo di Protezione civile di Porto Sant’Elpidio che hanno fatto dono di sé ogni giorno per assistere gli sfollati che si trovavano sulla costa. E pazienza allora se io mi sento inadeguato a parlare di loro, di questi benemeriti che ogni giorno vigilano sulla vita e sul senso della vita degli altri; di noialtri, insomma, incapaci del loro sacrificio, ma consapevoli di essere protetti e salvati dalla spontaneità con cui assolvono i doveri quotidiani, senza mai tirarsi indietro. A “La risacca” c’è Fausto Fantuzi, che dice: “Siamo qui per voi, dite quello che vi serve e vi sarà fornito”. Segni particolari: è riflessivo, compassato, pronto all’ascolto, sempre disponibile, non dice mai “non posso”. C’è insieme a lui Vittorio Emanuele Caccavallo, che può fregiarsi della stella di maestro del lavoro. Decano dei volontari per anzianità di servizio, con riferimento al suo nome si presenta celiando: “Sono il quarto re d’Italia”. Segni particolari: se gli chiedete un aiuto, ve lo concederà subito, aggiungendovi la scintilla dell’allegria intelligente, quella in cui si ride del mondo mettendoci dentro anche se stessi.
Certo, a ciascuno di loro, come a tutti gli altri volontari, trovarsi nell’articolo farà l’effetto della propria immagine riflessa in uno specchio a lente d’ingrandimento, il piccolo trauma di scoprire pregi che non sapevano di avere. Basta non dimenticare che gli sfollati, intanto, li considerano i loro angeli custodi. A questo punto, volendo fare esercizio di citazione e arrampicarsi sugli specchi dell’informale, possiamo dire che il servizio svolto dai volontari presso i camping e gli alberghi della costa – inizialmente tre giorni, poi due – racconta l’impegno, la passione, lo spirito di sacrificio di chi opera nella Protezione civile.
La filiera della dedizione, delle sinergie e degli aiuti partiti dal giorno del nostro arrivo a Porto Sant’Elpidio, secondo atto successivo alle operazioni di soccorso portato sui luoghi della tragedia, è ormai arrivata a ridosso del 30 aprile – inizio di una nuova diaspora per i terremotati – mettendo il sigillo a questa fase d’intervento dei volontari che noi identifichiamo come coloro che ci hanno portato soccorso e solidarietà nei momenti difficili. Tutti loro ci hanno insegnato che se vivi nella consapevolezza del bene, non puoi non farlo, perché il senso della Protezione civile è proprio l’agire a favore degli altri, esattamente come indica lo statuto fondativo.
Gli sfollati, per mio tramite, li ringraziano di cuore e con il cuore perché hanno dimostrato di saper rispondere con dedizione alle necessità degli altri e, grazie alla scelta di far parte della Protezione Civile, ci hanno aiutato seguendo i principi radicati nella loro coscienza ed espressi quotidianamente con la loro presenza. Nel nostro cuore c’è posto per tutti loro, volontari e volontarie addetti ai camping, alla cucina della sede del corpo, all’immagazzinamento e alla distribuzione del materiale, ai trasporti, alla sala radio, ai sismografi all’addestramento e alla custodia dei cani dell’unità cinofila. C’è perfino posto per la pubblicazione di alcune foto, per l’essere in qualche modo ricordati, visibili all’attenzione dei beneficiati. Ma c’è posto soprattutto per una remunerazione più profonda, più vera che è quella della soddisfazione interiore. Quella non ha prezzo, non ha scadenze, non passa di moda.
Spesso non gratifica subito, anzi a volte sconta l’indifferenza, il giudizio affrettato, la non corrispondenza dei mezzi all’impegno richiesto. Il suo valore si rivela nei percorsi di una sotterranea sensibilità votata alle ombre nascoste del dare e a un rapporto di partecipazione collettiva e solidale. In controluce si staglia un gruppo di persone indimenticabili e modeste, tranquillamente caparbie nella fedeltà alle consuetudini civili. Cittadini silenziosi, senza pose vistose né piedistalli di marmo, che sbaglieremmo a collocare in una dimensione angusta di volontariato.
Sono ancora qui questi volenterosi, a prendere nota delle necessità di ognuno e ad elaborare progetti per un’idonea sistemazione degli sfollati costretti in gran parte a lasciare le attuali strutture di accoglienza. Sono qui ad assisterli, ma anche a riempire il vuoto operativo della regione Marche e a tirar calci al muro di gomma frapposto dai burocrati. Sono una sorta di breviario, di manifesto, per dire ai politici che nonostante mesi di assenze, di abbandoni, di promesse mancate, di illusioni, di disincanti, gli abitanti dei paesi terremotati non vogliono chiudere.
Un memento, un monito, un avvertimento per una classe dirigente non più contegnosa, occupata altrove in chiacchiere che non hanno senso, se mai ne hanno avuto uno.
Invece c’è un senso nei volontari della Protezione civile di Porto Sant’Elpidio. Un senso per ammirarli. Un senso per capirli. Un senso per affiancarli, che è quello doppio del conservarne il ricordo e di ringraziare. Dal colore giallo con strisce blu delle loro divise esplode la solidarietà e l’imprevedibilità del vivere, dove c’è posto per le nostre ultime speranze.
Ciascuno custodisca le sue. •

Valerio Franconi

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