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La mamma celeste abbraccia il Figlio, la chiesa e il mondo

Nel buio una stella di grazia

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Per il mese mariano: ode a Maria

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (GV 15, 9-17)

Inaudito quel tuo grido sotto un cielo di pietra.
Pure dicevi “Padre, io faccio nuove tutte le cose…”.
Il sangue della terra s’impasta dentro la bocca riarsa, disseccate le vene, le sorgenti zampillano acqua putrida.
“Léma sabachtani…”.
Inaudito quel grido che squarcia i cieli e travolge i secoli; e noi pusillanimi, chiusi nelle nostre comode meschinità, a batterci il petto davanti alla Tua Autorità Immensa, come se questo bastasse a rendere ragione di una mancanza, uno spergiuro, un’assenza.
Bestemmia il popolo all’urlo del “crucifige!”, ma almeno Tu non maledirlo, Fiore di verginale purezza, venuto a noi per sbaragliare le tenebre.
Quegli sputi, gli insulti, la fitta sassaiola dalle mani sacrileghe un giorno saranno balsamo e incensi che spanderai ai quattro venti, effondendo glorioso lo Spirito.

Padre, perdona loro…
Padre, Tu che dimori nell’alto dei Cieli, Padre Eterno, che da sempre sei e per sempre sarai, dilla Tu la Parola Ultima per scamparci alla follia.
Ci hai fatto a Tua similitudine, circondando i nostri passi di giardini, e adornandoli di fiumi e di nevi.
Ma la donna, l’Eva degli evi ha mangiato del frutto innominabile, irretita nelle spire mortali del Male.
Strali e tempesta hanno allora sfigurato il Cielo, quel cielo che era trapunto di stelle; bruciato l’erba, quell’erba un tempo dipinta di fiori; offuscato l’aria, quell’aria odorata di gemme e voli.
Le tue lacrime silenziose non vanno però oltre lo schermo delle pupille, intense d’Amore e di cielo.

Hai gemme dentro agli occhi, che scintillano la Luce. Un serto cinge la tua fronte immacolata, i giorni hanno il sapore del pane e del vino.
A cospetto dell’Immenso, porti sulle spalle un carico obbrobrioso di pena e iniquità, espiazione per tutta l’umanità.
Tu lo sai che sono tornate le rondini nel cielo d’aprile, gli stormi fanno a gara felici per piroettare e disegnare ellissi nell’azzurro, sai che i cigni sussiegosi alzano il collo al cielo, e le brine dei mattinali estivi sono come lacrime d’offerta al giorno che viene.
Sei nella natura, nelle cose, e cresci, ti fai uomo, sempre più forte, sempre più bello, e talvolta sei talmente dentro a questo sogno di terra e di acqua, che ti scordi per un attimo che sei anche Dio.
Ma l’infinita sapienza del tuo sguardo è lume al pellegrino.
Tua Madre, Tua Madre continua in un’incantata stupefazione a partorirti dentro di sé come fossi ancora l’incipit dell’Angelo, continua a generare Te, il Pargolo adorato, Prodigio d’un fiat che ha sconquassato la terra.

Quei passi felpati, non fanno rumore.
Ti muovi nel frusciare delle vesti, d’aria e di petali odora la tua pelle, sei piena di Grazia e non capisci –forse- il perché della Tua elezione a Madre, Madre dell’umanità.
Fiorita di sempre nuove aurore, il volto risplendente nel luccichio delle rugiade, cadono una ad una le ore dalla torre del borgo, e ti rapiscono all’Immenso.
Voli a non finire ricamano teneri il cuore, l’ebbrezza delle rondini è un omaggio alla tua umile grandezza.
Ma sotto quella patina di verginale purezza gli occhi già vedono lo strazio, già “sentono” il dolore, perché conoscono il Decreto cui non è dato disobbedire.
Ti guarda silenziosa, e aspetta.
Trepida aspettazione di secoli, quando il mondo franerà su se stesso, e le valli si vestiranno allora di germogli nuovi, e i fiori avranno colori e profumi nuovi, dopo che la strada sarà sfociata in quel bivio ultimo di abiezione ed eresia.
Lei aspetta, e Tu pure, lo sguardo oltre il dorso dei millenni, posi i tuoi occhi innamorati su un Sogno di Madre.
Chino sugli abissi, riflesso dentro indicibili trasparenze d’azzurro.
Fino al giorno in cui, sbaragliato l’inganno del tempo, la bacerai – Tu solo!… – sulla bocca. •

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