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Soli in un mondo senza adulti

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Scomparso il mondo che faceva partorire l’umanità

Devono far coincidere l’interno con l’esterno; l’interiorità con l’esteriorità. Trovare in fretta una linea di coerenza tra dimensioni diverse: come loro vedono il mondo e come questo li vede. Nella società riusciamo a starci se la linea di galleggiamento della coscienza trova acque sufficientemente tranquille per permettere lo sviluppo di una navigazione che mantenga una rotta e che non risulti travolta dalla prima mareggiata. Come ci percepiamo noi stessi non coincide mai con la percezione che gli altri hanno di noi.
Per stare insieme usiamo delle categorizzazioni semplificanti – professionali, politiche, esteriori – che se nascono con l’intento di facilitarci la coerenza tra le diverse parti che ci connotano e i tanti teatri dell’io che ci legano per sempre alle nostre origini e alle nostre interpretazioni del mondo, possono anche essere delle gabbie dalle quali non riusciremo mai ad emanciparci. Maltrattiamo gli altri anche se non vorremmo. Con gli altri siamo condannati a non sentirci mai in empatia assoluta: non possiamo entrare nei pensieri dell’altro; abbiamo un apriscatole, è vero e sia chiama linguaggio, strumento potente ma che difficilmente garantisce il totale coinvolgimento con il patrimonio cognitivo e sentimentale di un nostro simile. Del resto per funzionare, il linguaggio necessita di terminare immediatamente sulla concretezza delle cose e sull’incontestablità dei suoi referenti (quella mela è verde e non è rossa). Purtroppo il nostro è il mondo della morte della referenza e dell’allentamento dei vincoli denotativi; se tutti comunicano, i paradossi dell’eguaglianza risalgono – come i salmoni – il percorso che determinava l’attribuzione di gerarchie di significato da un Centro verso la sterminata periferia.
I più esposti a questo vertiginoso aumento di oscillazione sono i giovani che avrebbero – al contrario – necessità di un ordine simbolico stabile su cui esercitare la propria componente eversiva e magari anche corrosiva. Non lo trovano e dirigono su di sé la rabbia e la frustrazione che, dirette sul mondo per emendarlo in chiave emancipativa, hanno sempre concesso all’umano una nuova versione della storia, dopo la consumazione e l’archiviazione di una precedente configurazione antropologica. Non ho un mondo che si incarica di partorire la mia umanità e non ho delle persone che posano beneficiare del fatto che io, per primo, traggo beneficio della mia crescita. Non cresco mai perché la nascita alla mia cultura nessuno mi ha concesso di completarla davvero. Ma loro, i giovani, presto comanderanno. Vanno presi terribilmente sul serio, per come sono e per i disagi (immensi) che esprimono. La sofferenza che li attraversa li legittimerà a cancellare in fretta il mondo che gli abbiamo consegnato, abitanti naturali della velocità assoluta (quanto assurda) del tempo presente. Faranno un falò delle tante offese che ricevono, soli in un mondo senza adulti. Si, solo un Dio ci (li) può salvare. •

Rossano Buccioni

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