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Territorio, casette, viabilità e futuro

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A Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, poco tempo fa è stata distrutta una lapide in memoria di Giacomo Matteotti.
A Salerno hanno sfregiato le targhe dedicate alla memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Pippo Fava.
A Ussita già tempo addietro venne scheggiata la targa posta dagli amici dell’epoca in ricordo di Pietro Capuzi. Quando un pezzo di memoria va in frantumi non è detto che faccia rumore. Ma i gesti sono violenti: di una violenza quasi silenziosa, non appariscente. Non per questo, però, trascurabile. Da dove viene questa strana rabbia che cerca nemici a ritroso nella storia? Quali sono le sue ragioni, i suoi obiettivi? Non è facile ammettere che è soltanto un gioco indifferente, un esercizio di semplice stupidità. Non è facile nemmeno misurarne la consapevolezza. Ma il segno che lascia questa animosità non è per niente neutro né superficiale. Squassa il rapporto che un paese, una comunità di persone ha con il proprio passato e, più specificatamente, con il sacrificio altrui. C’è ancora la vecchia lapide lungo il torrente Ussita, vicino al monumento eretto dove Pietro Capuzi, prima di essere fucilato, fu malmenato dai tedeschi perché si rifiutò di scavare la fossa.
“In quel preciso punto, in località Sorgenti dell’oro – mi disse una volta Ascenzio Montebovi – Pietro Capuzi dimostrò fino all’ultimo che per combattere efficacemente il nazifascismo nel campo politico occorre opporgli esempi di dignità con resistenza forte. Farne cioè una questione di carattere, di intransigenza”. Quella targa è ancora lì – un masso di pietra e un nome – per tramandare traccia della scelta più difficile in un periodo di scelte difficili.
“Percosso, insultato, non aggiunse parola, ostinato nel rifiuto”, raccontò un ussitano che assistette alla uccisione di Pietro Capuzi nascosto nel bosco vicino. E aggiunse: “Egli era realmente un uomo capace di dare l’esempio”.
È pur vero che targhe, lapidi, monumenti servono a noi vivi, a noi “beneficiati”, molto più che ai “sacrificati”. Ma se servono a noi non devono servire come cartelli stradali o come indicazione di un luogo di sosta.
Anche quando sembrano – e per molti lo diventano in fretta – indicazioni fuori tempo, anche quando il presente, in movimento, volta le spalle, indicano pur sempre un’occasione umana, un orizzonte di dignità, in molti casi di grande coraggio.
Impraticabile? Eroico? Forse.
Tanto più necessario per questo, se chiarisce – per un attimo, come in un lampo – che cosa ha scelto in un giorno di maggio di tanti anni fa, un uomo, magari giovane, magari desideroso di vivere, magari col pensiero rivolto ai suoi cari.
Più precisamente: che cosa ha scelto chi ha scelto davvero.
Riletta oggi, quella lapide scheggiata restituisce alcune verità troppo spesso dimenticate o rimosse.
Chiarisce ancora una volta quanto la ragione fosse da una parte e il torto dall’altra, anche se non toglie niente alla drammaticità delle scelte individuali.
Mentre seguita a soffiare un vento malato, mentre l’esaltazione della illegalità rischia di essere legalizzata come atteggiamento politico, mentre si accettano raduni fascisti senza battere ciglio, c’è chi si dedica a spedizioni punitive a ritroso. Si cercano nemici nel passato, si attaccano in pubblico, si offendono. E in questo contesto mi rendo conto ancora di più quanto quella targa di Pietro Capuzi sia ancora per me un laboratorio concreto e per niente utopico di un’altra Italia, possibile.
Quanto mi abbia educato fin da bambino a tenere alto il tiro, a riflettere sui temi decisivi della vita: la religione, la politica, la giustizia, i sogni da realizzare e i sogni perduti.
Pietro Capuzi è un passato che pretende un confronto e un’opposizione seri, motivati, nobili, senza fanatismi. Lui è un protagonista del Novecento impegnato e lacerato che mi ha dato uno spazio nella visione del mondo che nessuno è riuscito a smentire, rafforzandomi nelle mie convinzioni. Lui è il totem che non si lascia abbattere come si abbatte una targa, è un simbolo che intimorisce e costringe a un percorso di liberazione mentale. Ti fa crescere, ti fa volare in alto.
Il pensiero diventa più forte e il mondo più interessante: l’oblio incosciente, gli atti di sfregio sono solo motivo di una riflessione amara sul tema della memoria generazionale e un pericolo per il presente, più che un danno alla memoria del sacrificio altrui. •

Valerio Franconi

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