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Vicario generale, docente, Preside dell’ITM

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Curriculum vitae et studiorum di mons. Gabriele Miola, traghettatore della chiesa fermana nel post Concilio 

Mons. Gabriele Miola nasce a Montegiberto il 19 Febbraio del 1934. All’età di tre anni inizia a vivere a Falerone con la sua famiglia. Entra nel Seminario di Fermo nel 1945 e vi frequenta le Scuole medie e il Liceo, fino al 1954. Frequenta il Corso di teologia a Roma al Laterano, alunno del seminario romano.

A chi deve la sua vocazione?
A don Elia Malintoppi, primo parroco di Piane di Falerone. Molti non lo ricordano, ma per me è stato significativo. Fu nominato parroco da mons. Norberto Perini. La frazione di Piane era, allora, una parrocchia di comunisti, don Elia invece era un feroce anticomunista. Apertamente attaccava i comunisti, senza paura. Entrò così in rotta con la popolazione. Mons. Perini fu costretto a mandarlo a Potenza Picena, nel santuario e parrocchia di S. Girio.
Fu lui, don Elia, però a suggerirmi di entrare in Seminario. Fu lui ad accompagnarmi agli esami di ammissione a Fermo. Io non ero mai uscito da Piane di Falerone. Per me fu un’avventura venire a Fermo. Era la prima volta. Ricordo come fosse adesso quando salimmo sul trenino. E, quando, dopo gli esami, mi portò a visitare la Cattedrale e il Girfalco. Tante volte mi viene in mente quando davanti al parapetto di granito del Girfalco, don Elia indicandomi l’orizzonte mi disse: “Guarda laggiù. Quell’azzurro che vedi è il mare!”. Non lo avevo mai visto! In seminario fu mio sostegno Damiano Ferrini, allora teologo.
Per l’esame di ammissione alla scuola media di Montegiorgio fui preparato dalla maestra Lina Macchini, sorella dei famosi Macchini impegnati in politica.
Ricordo con piacere la scuola media dove il livello era buono. Del Ginnasio e del Liceo, negli anni 1948-54, ho un ricordo piuttosto negativo per la mancanza di professori impegnati con noi.

Come le è venuto in mente di studiare Bibbia?
Dopo l’esame di maturità, il rettore di allora, mons. Stefano Cardenà, mi chiese di andare a Roma a studiare teologia presso la Pontificia Università Lateranense, per la formazione presso il Pontificio Seminario Romano, erano gli anni ’54-’58. Io accettai. La formazione era sulla stessa linea di quella di Fermo: disciplina, studio e pratiche di pietà. Ci accorgevamo però di alcune storture nella formazione. Ma il fatto che la Lateranense era una grande università che raccoglieva molti studenti provenienti da altri Seminari, permetteva confronto, dibattiti e apertura. La teologia, il più delle volte, si studiava purtroppo in funzione degli esami.
Mi entusiasmarono invece gli anni al Pontificio Istituto Biblico che frequentai dal 1958 al 1961. Abitavo allora nella parrocchia di S. Ignazio sull’Appia Nuova. Erano due le università pontificie dove si studiava bibbia. Formavano le due scuole di riferimento: il biblico dei gesuiti, progressista e la Lateranense, conservatrice. Ricordo gli insegnanti di allora, dei giganti, come Max Zerwick e Stanislas Lyonnet.
Dovevo discutere la laurea in teologia, ma capitò l’opportunità di perfezionare gli studi biblici a Gerusalemme e colsi quella oppurtunità. Negli anni ’61-’62 ho frequentato i Corsi nell’Istituto Biblico Francescano di Gerusalemme. Terminai il corso con due amici: Giuseppe Barbaglio (morto il 28 marzo 2007) e Enzo Cortese, di Aqui Terme. Con loro visitammo per lungo e per largo la Palestina, la Giordania, il Sinai, l’Egitto, ci spingemmo a visitare la Mesopotamia, l’Irak, Babilonia, Ur dei Caldei, l’Eufrate.

Come fu il suo ritorno in Diocesi?
Venni ordinato sacerdote il 22 Marzo 1958. Nel 1962 rientrai in diocesi e mi fu chiesto di insegnare greco e latino in ginnasio. In teologia poi insegnai tante discipline: teologia dogmatica, liturgia, ecumenismo, introduzione all’Antico Testamento, ebraico e greco biblico. Dopo aver affiancato come vice-rettore mons. Cardenà, l’allora arcivescovo, mons. Cleto Bellucci mi nominò rettore del Seminario nel 1972 e vi rimasi fino al 1978. Furono anni cruciali. Cercai di guidare quella effervescenza dei tempi post-conciliari e i malcontenti che serpeggiavano tra i seminaristi teologi. Si cercavano esperienze nuove nei movimenti ecclesiali. Alcuni seminaristi vollero fare esperienza nel movimento dei Focolari o nei gruppi di Gioventù Studentesca. Cercai di impostare la vita su una liturgia rinnovata. Fu resa più viva la celebrazione dell’Eucaristia secondo le direttive del Concilio. Vennero mandati in parrocchia i seminaristi per l’attività pastorale al sabato e alla domenica. Alcuni sceglievano le parrocchie di origine, altri no. Per conoscere il mondo degli operai furono fatte esperienze di lavoro in azienda durante l’estate. Dal 1978 al 1988 fui nominato Vicario generale della diocesi di Fermo.

Come trovò la diocesi di Fermo?
Piuttosto tradizionalista. L’Arcivescovo Mons. Norberto Perini, mons. Marconi, mons. Perfetti erano tutti perplessi sul Concilio Vaticano II. L’unico innovatore fu don Rolando Di Mattia, parroco a Loro Piceno a cui ero legato da una profonda amicizia. Con lui trascorrevo i mesi estivi di ritorno da Roma. Con lui pensammo di far conoscere i documenti del Vaticano II in Diocesi. Chiedemmo collaborazione. Si formò un gruppo che doveva girare per la diocesi a far conoscere lo spirito del Concilio. A questo gruppo appartenevano don Rolando Di Mattia, don Angelo Fagiani, don Duilio Bonifazi (che poi lasciò per frequentare filosofia ad Urbino), don Romolo Illuminati (che poi lasciò perché prese l’insegnamento di Religione Cattolica al liceo classico di Fermo), don Filippo Concetti. Chiedemmo al vescovo di riunire i preti in incontri zonali. Dividemmo la diocesi in 6 vicarie. Ogni mese incontravamo i preti e facemmo conoscere la SC, la DV, la LG, la GS. Ciò che si diceva creava sorpresa sui preti. Alcuni addirittura facevano opposizione come don Luigi Lorenzetti o don Verdini di Morrovalle. Avevano paura che con il rinnovamento la chiesa perdesse la sua capacità di guida.

Negli anni ’80 è stata promossa una Scuola di Formazione Sociale e Politica a Civitanova Marche. Come è nata l’idea?
Le scuole di partito erano scomparse. Ci si improvvisava amministratori, sindaci, assessori. Volevamo allora accompagnare i politici locali ad una preparazione più ampia non solo amministrativa. Volevamo coinvolgere gli assessori, gli uomini politici, i giovani che volevano affacciarsi alla politica. Volevamo indicare l’uomo nella sua interezza, nella sua globalità, nel suo essere immagine di Dio nel mondo. Insomma volevamo offrire una preparazione a 360 gradi: antropologia, economia, teologia, bibbia. Volevamo proporre una scuola, non soltanto alcune conferenze. All’inizio furono tanti i partecipanti. Ma quando fu il momento degli esami, molti abbandonarono.
E quindi, dopo tre anni, quell’esperienza unica nelle Marche, fu chiusa.

Quali furono i cambiamenti nell’insegnamento della Teologia a Fermo?
Mons. Cardenà fu un bravo rettore. Riguardo alla Sacra Scrittura, disciplina che insegnava, era molto aperto. Mi lasciò il corso sulla Genesi. Insegnavo che nei primi capitoli non si racconta una storia ma si legge un discorso sapienziale. Non è un libro storico. Ricordo che ebbi molte resistenze. Allora ebbi l’idea di chiamare a Fermo i miei professori del Biblico per fare aggiornamento. Vennero Max Zerwick (biblista), Stanislas Lyonnet (biblista), Tommaso Federici (liturgista), Salvatore Marsili (liturgista), padre Benedetto Calati (liturgista)… Servì molto per far conoscere agli studenti di teologia, e non solo, il mondo della cultura cattolica.
Chiesi al Vescovo che tutti i giovani capaci cogliessero l’opportunità di formarsi a Roma per approfondire discipline teologiche.

Perché la Diocesi di Fermo ha investito in teologia e le altre diocesi marchigiane molto poco?
Perché Fermo aveva la fortuna di avere un Seminario e un Istituto Teologico. Aveva bisogno di un corpo docente ben preparato, competente e formato.
Ricordo che mons. Perini spinse presso la Congregazione perché l’Istituto Teologico di Fermo avesse il privilegio di rilasciare i titoli Accademici di Baccellierato e Licenza. Non ci riuscì. Ci riprovò senza esito anche mons. Cleto Bellucci, il quale ci teneva molto a che i sacerdoti avessero i titoli accademici.
Purtroppo però qualche docente di Fermo ha fatto il doppio gioco. Ha svalutato l’Istituto teologico di Fermo parlandone male e facendolo passare come un istituto di progressisti.
C’è da dire che se l’Istituto Teologico Marchigiano Regionale è nato è grazie all’opera della Conferenza Episcopale Marchigiana e può andare avanti grazie a molti docenti dell’Arcidiocesi di Fermo.

Lei è stato Vicario Generale, poi si è dimesso. Cosa l’ha spinta a questa decisione?
Per correttezza debbo dire che la mia decisione fu appoggiata da don Rolando Di Mattia. Senza il suo consiglio e il suo conforto non avrei fatto questa scelta.
Fu verso la fine degli anni ’80. Si voleva una partecipazione corale dell’intera diocesi anche nei conti nell’amministrazione diocesana. Volevamo che il clero diocesano sapesse le spese della diocesi. Purtroppo mons. Bellucci, appoggiato da prelati romani, non volle questo tipo di trasparenza. Si rifiutò di fare chiarezza. Ci fu un momento in cui il suo segretario era economo e anche cassiere della Curia. Noi volevamo che la responsabilità economico-amministrativa diventasse comunitaria, nella diocesi. Invece continuò ad essere personale, solo del Vescovo e del suo segretario.
In quell’epoca ci fu la vendita dei benefici diocesani della Vallata del Chienti. Il clero approvò tale operazione, ma voleva sapere come sarebbero stati spesi quei soldi. Cosa che non si è mai saputa. A quel punto, sotto la pressione del clero diedi le dimissioni.

Nella memoria di molti è rimasta la giornata per i giovani celebrata al Palazzetto dello Sport di Porto S. Elpidio con la presenza di Madre Teresa di Calcutta. Si ricorda anche la celebrazione finale della domenica di Pentecoste, nel parco dinanzi alla Cattedrale con più di 15000 persone. Come ricorda quell’incontro con Madre Teresa, oggi santa?
Umile e obbediente. Così la ricordo. Avevamo programmato la sua presenza per la Giornata dei Giovani. Andai ad incontrarla un anno prima. Poi lei partì per l’India dove rimase per 6 mesi. Durante la sua permanenza in India le scrissi diverse volte, ma non mi rispose mai. Di ritorno dall’India andai a Roma ma lei declinò l’invito per impegni sopraggiunti. Allora chiamai al telefono il vescovo e lo feci parlare con Madre Teresa. Alla parola del Vescovo divenne obbediente e ribadì la sua presenza in Diocesi.
Per non farle perdere tempo allora andai a prenderla in macchina. Fu il dottor Astorri che mi accompagnò con la sua auto. Madre Teresa era avvolta dalla presenza di Dio. Ricordo che era maggio. Percorrevamo la strada Salaria. La Madre aveva il volto attaccato al finestrino e guardava ammirata la natura fiorita e lussureggiante di verde e del giallo delle ginestre. Il sabato incontrò i giovani al palazzetto dello Sport di P. S. Elpidio e nel pomeriggio dopo l’adorazione in Cattedrale parlò agli adulti. Quindi ripartimmo immediatamente perché la Madre aveva impegni. Le offrimmo per le sue opere di carità nove milioni di lire.

Come vede il prete nel futuro?
Lo vedo come un uomo di Dio pieno di zelo che deve continuamente aggiornarsi. Il Concilio ha indicato alla chiesa di saper leggere i segni dei tempi. Quindi c’è bisogno di un aggiornamento costante. Non è più tempo di dire “qui comando io”.
Non c’è solo la chiesa gerarchica, ma la chiesa “popolo di Dio”.
Il sacerdote allora deve essere un ponte tra Dio e il mondo. Deve essere competente in teologia e in antropologia, deve conoscere Dio e le persone. Deve essere un pastore che cresce nella conoscenza delle esigenze della Chiesa e della vita sociale. Papa Francesco indica il sacerdote come il pastore che “prende l’odore delle pecore”, che conosce l’ovile, i pascoli erbosi e la sorgente di acqua zampillante.

Mons. Miola non rimpiange niente della sua vita. Si è sempre sentito parte della Chiesa. E ha lavorato alacremente nella chiesa fermana. Oltre ad essere preside dell’Istituto Teologico Marchigiano per la sede di Fermo, è stato direttore dell’Ufficio diocesano per l’Insegnamento della religione cattolica, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della salute. Con Mons. Rolando Di Mattia che è stato tra i fondatori della rivista Firmana.

Guardando indietro, vedendo la strada percorsa finora, qual è il giudizio che darebbe?
Quel che desideravo e che si è realizzato solo in parte, era raggiungere uno spirito di collegialità a tutti i livelli: tra vescovo ed organismi di partecipazione, tra clero nelle vicarie, tra parroci, tra preti ed organismi parrocchiali, tra preti e laici in genere, tra insegnanti negli Istituti di teologia.
Nonostante una visita pastorale, un congresso eucaristico, un sinodo e le tante settimane di aggiornamento non sono esplose quella comunione e quella collegialità che l’ecclesiologia del Vaticano II e tutto il Concilio avevano messo a fondamento del rinnovamento della Chiesa. Mi sembra che sia un cammino lento ancor oggi. •

About Nicola Del Gobbo

Direttore de La Voce delle Marche

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