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… c’è la Fonte della Carità…

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Monte Vidon Combatte: Collina Vecchia e Collina Nuova

Collina Vecchia. Un borgo medievale in basso, che contraddice il nome. Un borgo fantasma. Nessuno più in giro. Nessun’anima vivente. Mille e mille anime invece passate nei secoli. Cammino un luogo deserto. Calpesto viottoli e strade di fondovalle un tempo molto transitate.
Occorre avere altri occhi per cogliere volti scomparsi. Scriveva Hildegarda di Bingen nell’anno Mille: «I luoghi hanno i loro ricordi, filtrano nell’aria come profumi segreti e possono essere percepiti solo dai pochi che hanno la mente aperta». Tento di averla e di cogliere ciò che fu e ciò che è.
La campagna è quella tra Monte Vidon Combatte e Montottone. Lo stradello pulito dall’ultimo abitante scende dalla Montottonese.
Si può arrivare, a piedi, anche da San Procolo, sfiorando i calanchi.
Due rivi s’incrociano: il Retruso e il Collina. Una breve torre campanaria spunta, superstite, tra rovi ed edere prepotenti. La chiesa o, meglio, i suoi resti, i suoi ruderi, ha impressi i simboli dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. Se c’erano loro: gli Ospitalieri, c’erano pellegrini e mercanti, e gente di transito. Come c’era, e ancora c’è, la Fonte della Carità. Prova ulteriore di passaggi e accoglienza.
Un alto muro tradisce l’antica fortezza, il castello al cui interno vivevano donne uomini vecchi bambini. Storia di millenni, anche precedente Roma (un camminamento romano di valle lambiva i luoghi).
La vegetazione ha coperto quel che sopravvisse alla decisione di abbattere Collina Vecchia per edificare più sopra Collina Nuova. Erano i primi decenni del Millenovecento. Una campagna di scavi e pulizie potrebbe riservare sorprese. Intanto, guardo le pietre restanti. La poetessa spagnola Maria Zambrano si domandava e rispondeva: «Perché ci attraggono quelle pietre? Perché sono vive». È il caso di recitare qui, proprio qui, i versi di Davide Maria Turoldo: «E l’abside dice: io sono il confine della tenebra. E la facciata dice: io sono la muraglia del cielo. E la navata maggiore dice: io sono la Via Lattea del Signore. E le colonne dicono: noi siamo la selva immobile…». Tutto questo non c’è quasi più, ma c’è stato e ha parlato. E parla ancora, se solo sapessimo ascoltare.
Tenta di tener pulito e far memoria, Domenico Screpanti, ora pensionato che ha ripreso in mano libri di storia e codici in latino. Sa tutto del sito e di quelli circostanti. Abbraccia micro e macrostoria. Resterei volentieri a sentirlo.
Lascio a malincuore Collina Vecchia per traversare la nuova Collina, dalle mille case diverse, e raggiungere il capoluogo. S’accede al Castello di Monte Vidon Combatte per un doppio arco (doppia porta di quercia, un tempo). Minuscolo il centro storico, oblungo, e rettangolare dinanzi alla chiesa, abitato da un’unica famiglia. Il due di luglio ospiterà Valdaso in Fiore dell’amico Roberto Ferretti. Un modo per riportare vita in un borgo.
Belle le case fuori dalle mura, la Villa Pelagallo su tutte (e la sua macchia). Il Parco dei bambini ha al centro una colonna spezzata: la vita che se ne andò di quei giovani costretti al fronte nelle due guerre mondiali. La scalinata che vi conduce richiama Redipuglia e quegli scalini con la scritta: Presente Presente Presente. •

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