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Il sacrificio del piccolo Francesco

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Il florido mercato delle medicine alternative

Dopo infermieri che si fanno il selfie col cadavere di un anziano paziente o medici che per vincere la depressione sentono di accanirsi contro le persone che hanno in cura, ecco il caso di Francesco Bonifazi, il bimbo della Provincia di Pesaro che è morto per le complicanze di una otite curata con metodi omeopatici. 15
Probabilmente la famiglia di Francesco sceglie la via omeopatica perché condanna quella che è stata definita “dominanza medica”, fatta di tecniche spersonalizzanti, marginalizzanti la libertà di decisione del paziente e lesive della naturale capacità del corpo di auto-guarirsi. Il medico omeopata sostiene che il rimedio appropriato per una malattia sarebbe dato dalla sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella persona malata.
Ogni tanto le medicine alternative rimettono in discussione il potere della medicina ufficiale. I cittadini con il “consenso informato” possono limitare il potere del medico fino ad arrivare al rifiuto dei trattamenti sanitari. Nel caso del piccolo Francesco però ci si è spinti molto oltre e si è messa in discussione l’evidenza scientifica. Si deve ammettere che quando entriamo nello studio di un medico, in certo modo smettiamo di essere persone nel momento esatto in cui ci sdraiamo sul lettino.
Da quel momento diventiamo corpo, siamo osservati, visitati, misurati perché coincidiamo con i nostri sintomi.
Della persona che siamo e dell’anima che ci appartiene la scienza non sa che farsene. L’uomo non essendo solo corpo, diffida delle esclusive ipotesi deterministico-scientiste di lettura della sua malattia. A questo livello si crea un florido mercato di medicine alternative, speculare alla riduzione dell’umano alle sue componenti biochimiche.
In certi casi occorre un equilibrio ed una sensibilità che, quando sopraggiunge la malattia, si fa fatica a garantire. Quando salute e “Salvezza” non erano così disgiunte, il medico ed il Prete raggiungevano i malati con la stessa carrozza. Dove falliva l’uno riusciva l’altro.
Verso la fine del 1700 il Prete scese da quella carrozza ed il posto lasciato libero fu occupato dalla deontologia professionale del medico, un’etica “riflessiva” delle professioni, vale a dire stabilita all’interno di un dato ordine professionale capace di selezionare gli ordinamenti giusti per mantenere la propria autonomia ed escludere il giudizio esterno sulla propria operatività.
Le professioni così sterilizzano il giudizio esterno – di cultura diffusa – sull’ambito delle azioni “interne” con le deontologie che serviranno a contenere e giustificare i mondi autonomizzati della divisione del lavoro (differenziazione sociale). Tuttavia, se il giocatore diventa anche arbitro delle sue azioni, il tutoraggio deontologico lascerà il tempo che trova, dato che solo un arbitro esterno al proprio ambito professionale potrà garantire un autentico rispetto di regole generali, evitando la loro pericolosa declinazione per scopi particolari.
Il medico deve agire in scienza e coscienza centrando sulla propria capacità di analisi e di vaglio prognostico la possibilità di operare per la salute del paziente. Tuttavia, fino ai primi anni del 1900, restano delle tracce evidenti della “contaminazione” religiosa della medicina. I malati psichiatrici infatti, all’atto della propria dimissione dai manicomi, avendo completato un confortante percorso di recupero, si vedevano apporre sulle proprie cartelle cliniche una sigla, D.C., cioè “Deo Concedente”.
Tornando al nostro tempo, il fascino misticheggiante di alcuni convincimenti terapeutici mostra la pericolosa oscillazione tra sfiducia nella professione medica e facile affidamento a chi riesce ad aver ragione della credulità personale in epoche di erosione delle certezze e disperata ricerca di un proprio accesso alla felicità. Se nella salute o nella Salvezza – o in frequenti quanto improbabili loro commistioni – purtroppo è questione difficile da stabilire. •

Rossano Buccioni

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