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La fede dipinta e tramandata

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Sibilla maga, Sibilla veggente, e poi fata ed anche strega… Decine sono le caratterizzazioni, le vulgate e le leggende sulla Sibilla appenninica.
Il mito e la magia restano forti. Ed oggi lo sono ancora di più dopo che il suo ventre – come il ventre di tutti i Sibillini – ha ruggito ad agosto del 2016.
Il Monte Sibilla è alto 2173 metri. All’apice, una corona di rocce rende la vetta di una regalità assoluta.
Centinaia sono gli escursionisti che ogni anno la raggiungono salendo da Montemonaco (in provincia di Ascoli Piceno) e, la più parte, dal rifugio omonimo e sottostante. Un tratto del percorso è lo stesso compiuto dal Guerin detto il Meschino. Le gesta del cavaliere errante e solitario che, alla ricerca delle sue origini e della sua famiglia, raggiunse la maga per interrogarla, furono narrate da Andrea da Barberino. Un racconto molto noto e popolare che ispirò Wagner per il suo Tannhäuser.
In questi mesi, un gruppo di persone capeggiato dal dr Lando Siliquini, medico, scrittore, cultore di antropologia, a lungo sindaco di Montefortino (provincia di Fermo), e presidente del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea, sta preparando la richiesta all’UNESCO di riconoscimento della Sibilla e dei Sibillini come patrimonio materiale e immateriale dell’Umanità.
I percorsi per raggiungere la cima con nel fianco il piccolo pertugio – l’antro (in gran parte franato) – sono stati riaperti e hanno visto un nuovo interesse.
60 chilometri circa in auto, e poi tre ore di cammino, distanziano la montagna dal mare Adriatico.
Nei giorni limpidi di primavera, le cime innevate si scorgono dal porto turistico e peschereccio di Porto San Giorgio. Il Mercato ittico ha una struttura all’avanguardia: cemento e ferro, e una forma quasi di balena che si rituffa nelle onde. La cittadina balneare fu raccontata da Gabriele D’Annunzio, ammiratore e partecipe dei Canottieri piceni. Eleonora Duse aveva 15 anni quando recitò nel Teatro comunale che si trova sotto la Rocca Tiepolo, podestà fermano di origini venete come l’altro: Ranieri Zeno, che fu prelevato da una flotta della Serenissima perché eletto doge mentre era podestà di Fermo.
Il vescovo e guerriero del papa, Niccolò Bonafede, definì la città di Fermo «splendore delle Marche». Era la fine del Quattrocento. Qualche decennio dopo, Sisto V, già vescovo fermano come Felice Peretti, la rese arcivescovado. La sua statua campeggia in piazza del Popolo, affacciandosi dalla parete del Palazzo dei Priori sede della ricca Pinacoteca dove si conservano, tra gli altri, L’Adorazione dei Pastori di Pier Paolo Rubens e le tavole con La vita di Santa Lucia di Jacobello del Fiore. Ricchissima Biblioteca civica (350 mila volumi e documenti), palazzi nobiliari e agrari, chiese medievali e Cattedrale in pietra d’Istria rendono unica questa città, capoluogo di provincia, custode della Casula di Thomas Becket.
Risalendo il fiume Tenna (Tignum per i Romani, Tinna per gli Etruschi), una breve deviazione porta a Montegiorgio, dove gli affreschi della Cappella Farfense raccontano la storia di Elena alla ricerca, a Gerusalemme, della Vera Croce.
Tornati in piano, dopo il grande teatro romano di Falerio Picenus (oggi Piane di Falerone) costruito in età augustea, appare la «città ideale»: Servigliano, già Castel Clementino, uno dei Borghi più belli d’Italia. Ha la forma quasi quadrata, come di un accampamento romano: tre porte, una piazza centrale con diverse altre piazze minori intorno. Celebre per il Torneo Cavalleresco di Castel Clementino e per l’antica Fiera del piano.
Attraversato l’imbocco per la zona montana, un tempo controllato da due rocche al di qua e al di là del fiume: Belluco e Ajello, si scorge Smerillo, conosciuto come il «Tibet delle Marche», quasi mille metri sul mare e con una Fessa (apertura nella roccia) le cui pareti conservano i fossili, specie conchiglie, eredità di dieci milioni di anni fa, quando il gruppo montano si erse dalle acque.
Poco più in là, Montefalcone conserva uno stupendo quadro dell’Alemanno.
L’odore di acqua sulfurea annuncia l’Abbazia dei santi Ruffino e Vitale, uno dei primi insediamenti monastici nella zona.
Amandola è cittadina aristocratica, quasi capitale dei monti, numerosi sono gli stranieri che la abitano (inglesi, scozzesi, israeliani), passaggio obbligato, un tempo, di pellegrini e pastori transumanti verso le pianure laziali e Roma.
Nella chiesa del Santuario della Madonna dell’Ambro, in territorio di Montefortino, tra il verde e all’inizio di una gola, sono dipinte le varie sibille. Quella «alchemica» è la sibilla appenninica.
L’altra gola: quella dell’Infernaccio che portava a Capotenna e all’eremo di San Leonardo mentre andiamo in stampa è ancora chiusa per i danni del sisma.
Montefortino è un piccolo paese che possiede una delle più belle pinacoteche del centro Italia. È stata ribattezzata «la piccola Louvre degli Appennini». La minuscola chiesa di sant’Angelo in Montespino, usciti dal centro e presa la strada per Montemonaco, guarda, il Vettore, la Sibilla e la Priora. Da quel luogo, genitori attenti a storia e leggende, indicano ai figli, sul lato sinistro della Sibilla un immaginario Cavaliere errante alla ricerca dell’Antro misterioso.
Il monte fatate lo si attacca da Isola San Biagio, provenendo da Montemonaco, centro che conserva intatto il suo Medio Evo e la presenza dei Cavalieri Templari. •

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