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LA SFEROLATRIA

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Un culto idolatrico con milioni di adepti in tutto il mondo

“C’è una differenza di linguaggio. Moggi è più grezzo di un Moratti, ma dal punto di vista etico non vedo grande differenza” (così in una intervista del 2006 il compianto Oliviero Beha)

Tempo fa ebbi a definire il fenomeno “sferolatria”, ovvero adorazione della palla-idolo, diffondendomi su quello che è il mondo che ruota intorno a questa dimensione, che catalizza gli appetiti più bassi e gli istinti belluini di troppe persone, “desolatamente” sole.
Il mio calamo colpì duramente interessi che si agglutinano intorno ad un universo marcio, senza più alcun valore, comunque assolto antequam processus sit per statuto, perché le partite piacciono troppo a chi ha le leve del comando.
Non voglio spingere troppo sull’acceleratore, perché lo spettacolo che offre il calcio è magnifico: la mia disamina vorrebbe andare un po’ più a fondo, con gli inevitabili limiti che si porta appresso.
A mio avviso, il calcio è un salvacondotto in cui converge per l’appunto la parte non “elaborata” di una moltitudine indistinta e “abbrancata” che, attraverso una metafora/allegoria, traduce il proprio malcontento, le proprie frustrazioni, la propria dis-appartenenza al “reale” convogliando ogni ragione nel verdetto di un match che dura 90 minuti. In altre parole, lo sfogo istintivo/istintuale serve o a sublimare, o – di converso – a precipitare ancor più uno stato d’animo inguaribile: una stimmung che omeopaticamente ci si illude di medicare con un trofeo che è cosa d’altri, ma che per traslato si pensa appartenga (anche) a chi porta il tifo della squadra del cuore: di qui quella eu-foria che spesso si traveste di teppismo (et viceversa). Per carità, il tifo è una “realtà” quasi innata: chi non ha mai tifato per una squadra?…anche il sottoscritto – prima di aprire gli occhi su uno spaccato che definire vomitevole è poco – seguiva le gesta gloriose dei suoi eroi, le vere partite posso dire, dove i giocatori – mi piace pensare- non erano né dopati né venduti al totogol-totocalcio-calcioscommesse, e chi più ne ha più ne metta.
Oggi il “pallone” è un soccer telematico: ripeto, il tifo è “sano” nei giovani, nei ragazzi pieni di vita, con davanti agli occhi l’orizzonte. Ma gli episodi dei moggi degli arbitri venduti degli autogol a tavolino non possono non indurre a una amare riflessione: tutte le strabordanti royalties a che servono, se non (attraverso il pilotamento delle partite) a lubrificare e rimpinguare le casse di lobbies senza scrupoli, a finanziare operazioni “occulte”, che si prova vergogna nel commentare, tanto sono moralmente riprovevoli?
Ritornando alla dimensione psicologico-morale, il dato che la sconfitta della squadra del cuore sia all’origine di deliqui pianti dirotti e sconsolati e, talvolta, di infarti la dice lunga sul fatto che questo feticcio non è altro che un riempitivo di un vuoto esistenziale che nessuna palla nessuna “ola” nessun terzino fluidificante potrà mai riempire.
Il football dovrebbe essere un qualcosa che si pone a lato della formazione e costituzione della personalità, che non necessita di panem et circenses per consolidarsi: ma si sa, il mondo è vecchio quanto se stesso, e di pane e di-vertimento (secondo l’etimo latina) è  sempre vissuta la “massa”, a partire  dagli antichi romani che pure tanto ci hanno insegnato: in ultima analisi, il calcio è un investimento metaforico in “essere” che non ha però sostanza, a meno che per sostanza non s’intenda Mammona. •

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