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Il restauro ha creato un tempio unico e vivo. Un mosaico di luce con migliaia di tasselli

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Il recente restauro, compiuto dall’estate del 2015 all’estate del 2017, si è reso indispensabile per il deterioramento del tetto e le innumerevoli penetrazioni di acqua, per l’usura e la ruggine di tutta la struttura in ferro, per l’improrogabile ricostruzione dell’intera superficie esterna dei vetri, oltre che per la rifondazione delle vetrate stesse, che oramai poggiavano solo sulla polvere della loro stessa ruggine, e per il restauro di tutte vetrate istoriate all’interno, intere aree delle quali erano rimaste senza vetri essendo questi crollati e distrutti in questi ultimi anni. A ciò si aggiungano effrazioni innumerevoli ad altezza d’uomo, procurate sia all’intera composizione della Via Crucis posta lungo tutto il perimetro interno, sia alle vetrate stesse, in quanto completamente non protette. Ovunque siano passate persone, fedeli adulti e ragazzi, giovani e bambini, si è dovuto intervenire centimetro per centimetro sulla Via Crucis, sui vetri, sui piombi.
Il restauro dà finalmente l’occasione di parlare di questa chiesa.
Pochi numeri, da soli, bastano a dare un’idea della sua unicità e ad evidenziarne alcune caratteristiche straordinarie.
Ogni facciata è di poco inferiore ai 100 mq di superficie; è costituita all’esterno da 328 pesanti vetri spessi 4 cm e mezzo per un totale di 1312 “pezzi unici” costruiti al millimetro e assegnati ognuno al proprio riquadro, così voluti per risolvere il problema termico ed evitare “l’effetto serra” che ha reso l’Aula impraticabile in estate per oltre 40 anni. Ogni “pezzo” è costituito da alcuni vetri uniti, ai quali si aggiungono due spessi strati di gas inerte (argon). L’area vetraria complessiva è quasi di 800 mq. di cui la metà costituita dalle “pareti” esterne delle facciate dei vetri – camera per circa 400 mtq e l’altra metà dai vetri istoriati che all’interno contribuiscono a rendere questa chiesa un vastissimo mosaico e una grandiosa opera d’arte.

L’originario progetto delle vetrate e dell’Aula liturgica.
L’Architetto Renato Cristiano
Cinquant’anni or sono, nel 1967, l’architetto Renato Cristiano produsse una utilissima descrizione del progetto che stava elaborando per ornare questa chiesa con disegni alle quattro vetrate.
Oltre alla necessità di rompere l’ostacolo bidimensionale delle sagome, ossia rinunciare alla forma regolare del quadrato e del rettangolo, e alla difficoltà di non trovarsi di fronte ad una superficie piana, ma a quattro superfici a spicchio convergenti dal basso in alto, l’architetto sentiva di dover superare anche la difficoltà di una progettazione legata allo spazio: favorire la comprensione del volume stesso della chiesa, dai richiami antichi, simile ad una tenda e, all’esterno, ad una piramide.
Noi qui, riprendendo in mano quelle vecchie carte, tentiamo di presentare questa chiesa nel migliore dei modi, proponendo le intenzioni che l’architetto aveva in mente; ma contemporaneamente, constatando che i lavori esecutivi avvennero in modo assai difforme da quelle che erano le sue primitive intenzioni, avendo egli lasciato dopo solo un anno l’incarico di seguire i lavori (per incomprensioni con la committenza).
Cosa, quindi, ci troviamo davanti osservando questa chiesa?
Tentiamo di dare una risposta a questa domanda e di fornire chiavi di lettura per comprendere sia le intenzioni del progetto, sia le attuali realizzazioni che il restauro ha riportato il più possibile all’antico, secondo l’originario progetto. Questa chiesa non è stata mai effettivamente terminata.
Il vetro leggerissimo che circondava all’esterno le vetrate istoriate, di color grigio e non trasparente, non rendeva giustizia alla ricchezza di contenuti così come oggi ci troviamo a notare. Oggi, i vetri esterni, pur spessi e pesantissimi, favoriscono la trasparenza assoluta, da dentro e da fuori. L’averle dato trasparenza totale ha riportato la chiesa a ciò che era ancora prima di cinquant’anni fa, nel pensiero di coloro che l’avevano in mente: una struttura dotata di assoluta permeabilità e trasparenza tra l’esterno e l’interno, quasi un’attuazione liturgica di quelle che erano le intenzioni del Concilio Vaticano II e della Gaudium et Spes in particolare. Questa chiesa infatti nasce come uno dei primi splendidi frutti del Concilio da un punto di vista liturgico. Per intenderci meglio, un esempio: oltre a mettere in risalto l’aspetto dell’Eucaristia come convito, con i posti a sedere che circondano la Mensa di forma circolare, l’aula originariamente era stata concepita con al centro una piscina per il battesimo degli adulti, come nelle chiese bizantine dei primi secoli! Soprattutto però era stata pensata come completamente trasparente, per permettere il passaggio della mente e del cuore, oltre che dello sguardo, dall’interno all’esterno, dalla chiesa al mondo, dalla fede alla storia, dalla celebrazione alla vita reale.
Oggi, ciò che rende l’Aula Liturgica particolarmente bella e che le riconsegna ampiezza e vastità, sono anche i lavori compiuti al soffitto. Entrando in chiesa, il fedele si accorge di una novità frutto di una intuizione semplice quanto straordinaria negli effetti: la verniciatura del soffitto e dei costoloni con due sfumature diverse di grigio che, se da una parte riduce l’effetto del cemento a faccia-vista, dall’altra ridona all’Aula un sorprendente effetto di solennità e di luminosità. Il tutto è dipeso dalla scelta obbligata di sanare il soffitto dalle numerose pecche e fenditure dovute agli effetti corrosivi di decenni di infiltrazioni di acqua piovana dalla precedente copertura del tetto. Sappiamo da alcuni scritti e da testimonianze dirette che questo fenomeno si manifestava fin dai primissimi anni. Era più grave ed evidente alla vetrata nord, dalla quale “fin dal primo anno” (come si evince dall’epistolario tra Religiosi e Architetto Cristiano) la pioggia aveva libero accesso nella zona dell’altare. L’Architetto stesso aveva con sicurezza previsto che “entro qualche decennio la chiesa sarebbe diventata una rovina”. E ciò avvenne molto prima del previsto.
Da aggiungere che, mentre le due vetrate centrali hanno avuto bisogno di restauro di vetri rotti e caduti, ma non di ritocchi e completamenti, le vetrate est e ovest, in questa ultima opera, hanno avuto bisogno sia di ricostruzione di intere aree di vetri istoriati, sia di numerosi ritocchi con opera pittorica che rendessero possibile l’evidenziazione delle immagini e, quindi, più chiaro il messaggio. In buona sostanza, oltre al resto, molto lavoro di pennello, di nuove colorazioni, di perfezionamento delle linee e delle evoluzioni, per dare più realismo, soprattutto nella parte bassa alle zone “oscure”. Ritoccata, nella vetrata ovest, la città degli uomini, “ricostruita” la nave, curate le onde, gli animali, la stessa figura di Cristo Risorto. Nella vetrata est si è lavorato con interventi a vari livelli: nella base, sull’albero del bene e del male, sia a destra che a sinistra; sugli embrioni e sui simboli dei tre regni della natura e su ogni riquadro di vetro la cui colorazione avesse bisogno di essere adeguata all’insieme.
Noi oggi troviamo a commentare questa “Tenda” restaurata e lo facciamo con la gioia nel cuore per la ricchezza con cui è stata concepita e per l’ulteriore ricchezza con cui questo faticoso restauro, durato due anni, ce l’ha riconsegnata. Essa corrisponde più di prima alle originarie intenzioni. Restano piccole diversità col primo progetto che tuttavia non la rendono meno apprezzabile di quello che l’architetto stesso si proponeva.

Una grande sinfonia di luci, colori e messaggi.
Ora la chiesa si propone come una grande sinfonia di luci e di colori, di linee che si espangono e si incrociano, di tonalità che si fondono, di riflessi che appaiono e scompaiono a seconda dell’ora del giorno.
Nulla è scontato, nulla è uguale al resto, nulla è uguale a se stesso, nulla è stabile. Tutto viene creato dalla luce del sole e si rinnova istante dopo istante nella trasparenza delle vetrate.
Le immagini sono plastiche e mobili, non statiche e fisse: si muovono con le nubi del cielo, assumono il colore intenso e meditabondo della pioggia, per tornare ad essere lucide e splendenti nei raggi del sole. Vivono i lunghi momenti dei tramonti e riprendono vita all’aurora, fino alla pienezza della luce.
Qui non siamo in una chiesa “normale” fatta di pietre ed arricchita ed ornata da spazi figurati con vetrate.
Qui non vediamo delle immagini luminose alle mura di un tempio: qui siamo all’interno di un unico mondo di luce che appare, agli occhi emozionati del fedele, come uno splendido mosaico, ma anche come frammentazione infinita in migliaia di tasselli di luce che vivono e danzano di una vita propria, regalando a questo tempio caratteristiche che lo rendono veramente unico ed irripetibile.
Il tutto, illuminato con essenzialità e semplicità, durante la notte diventa una immensa lanterna, da ogni parte la si contempli, riferimento al cammino di chi ha la forza di guardare in Alto, in ricerca.
La guglia con le sue lame di vetro istoriato spicca su ogni altro edificio della città.
La chiesa appare come una esplosione di luci e colori per tutta la notte da ogni parte. Chi ha la ventura di passarle vicino, ha poi la fortuna di poter contemplare dall’esterno tutto il messaggio delle immagini della 4 vetrate.
Se scrivo queste cose è perché sono convinto che questa Aula liturgica è un esempio più unico che raro di arte moderna applicata alla spiritualità liturgica Conciliare, e – contemporaneamente – splendida realizzazione di un’opera evangelizzatrice che tante moderne chiese non sono mai riuscite a proporre. •
Francesco Monti

Scarica il libretto completo con la storia della chiesa e del restauro cliccando su questo LINK

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