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Educare, non istruire

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“O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato, la nave ha superato ogni ostacolo…”
(Walt Whitman)

Il problema della scuola è oggi particolarmente sentito. Oggi la scuola non educa ma si limita a impartire insegnamenti, a trasmettere dati non sempre collegati tra loro, in una parola a istruire. La differenza tra i due verbi è radicale: educare viene da e-ducere (tirar fuori da ciò che si ha dentro), è l’arte con cui si impara a vivere attraverso un passaggio di consegne vivo e fecondo.
Viceversa, istruire deriva da instruere, fornire, preparare, in campo militare apparecchiare il campo di battaglia con truppe addestrate al loro compito, attraverso comandi indiscutibili, asettici. I programmi ministeriali (che prendono forma, esemplificativamente, nelle prove INVALSI) impongono oggi, all’interno di una dittatura strisciante, una visione delle cose unidirezionale, sì che grandemente scemata è la capacità di formulare nel discepolo in età evolutiva un pensiero critico.Lo scopo malcelato – almeno a chi non fa come le tre scimmiette… – è l’omologazione a modelli imposti dall’alto, che rendono appunto il fruitore prono al verbo, al diktat del dio consumo, e comunque alla acritica obbedienza. Modelli legati indissolubilmente ai protervi interessi delle grandi lobbies finanziarie che governano il mercato e i meccanismi di suggestione (subliminali) che vi sottendono.
Personalmente, da ex alunno che ha superato il mezzo secolo conosco la scuola come era un tempo e la scuola come oggi è, attraverso le mie esperienze e le esperienze dei miei figli. Ebbene, non che prima la scuola fosse indenne da critiche (ancora soffiavano sulle pagine i venti del ’68…); ieri come oggi, è il precettore “carismatico” (e con ciò dico anche autorevole, prima patente, osserva lo psichiatra Andreoli, di credibilità dell’insegnante) che e-duca attraverso un lento processo di apprendimento/approfondimento, volto a sollecitare il talento e la sensibilità dei discepoli: più che la preparazione conta la virtù del sapiens, perché un conto è affastellare dati su dati (erudizione), un conto la sapientia, stratificazione (assimilazione) di cultura (coltura) e afflato emozionale.
La mia impressione è che, in questa temperie senza più una bussola né “spaziale” né pedagogica, il livellamento del sapere (ovverosia l’appiattimento) su soluzioni precotte tenda anche e soprattutto a magnificare le res gestae del corpo docente (fatta eccezione per qualche mosca bianca, presa dal sacro fuoco dell’insegnamento educativo, definita a ragione come appartenente al genus “docens docens”) e a far passare in secondo piano le esperienze vitali e imprescindibili dei discenti.
Un esempio? Se chiedi a un preadolescente da poco approdato alla media inferiore dove siano le Alpi, questi, magari – e non è un’ipotesi… – dopo essersi dedicato tutto il santo giorno [non a caso la domenica, perché gli altri giorni c’è da fare cose (compiti) affastellate e assolutamente superflue, senza che si abbia di mira il nucleo dell’argomento trattato nell’ambito di ciascuna materia] a lavori di ritaglio – tipo scatola di Meccano – e di ricomposizione di pezzi dello Stivale, ti risponde – quando va bene… – che sono montagne, di cui però ignora dove siano!…
Ma dov’è andata a finire la fantasia l’inventiva la botta di genio, che si incanalava pur sempre entro precise direttrici, ma che, in ossequio alla “mente divergente”, non ubbidiva ciecamente alle regole di un “programma”?!
A peggiorare il quadro la dilagante onda degli strumenti telematici che da mezzo diventano, all’esito di una raccapricciante deriva valoriale e nichilistica, fini, ad anestetizzare ancor più l’apparato critico in via di formazione.
In conclusione, senza voler fare di un’erba un fascio, l’odore di gesso e di lavagna impregneranno ancora per qualche tempo le aule: ma quel fluere che assomiglia alla risacca dovrà solcare acque più placide e accoglienti, pensose e stimolanti, pena l’eclissi di ogni speranza di rifondazione umana e pedagogica. •

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