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La carità del Vangelo

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NOTA PASTORALE NUMERO 4

“Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini, per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé. L’ascolto e l’amore della Parola del Signore sono in consonanza con la vita concreta delle persone del nostro tempo. La parola di Dio determina una chiamata, crea comunione, manda in missione, perché ciò che si è ricevuto per sé sia dono per gli altri. L’annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, il servizio della carità sono tre aspetti dell’intima natura della chiesa. Sono compiti che non possono essere separati l’uno dall’altro”.
(mons. Luigi Conti, La Carità del Vangelo, Nota Pastorale n° 4, pag. 140, ottobre 2008).

La Nota pastorale in oggetto veniva definita dall’arcivescovo come strumento di lavoro per le parrocchie e le unità pastorali della diocesi “per gli anni che verranno”. Le memorie della chiesa pellegrina fermana sono ancorate a documenti storici del passato raccolti nel “foglio ufficiale ecclesiastico”, nei Quaderni di Firmana e negli Atti del VII Congresso eucaristico diocesano (maggio 1985) con “tracce di riflessione” proposte da sapienti interpreti del contesto ecclesiale. La dinamica demografica della popolazione residente in diocesi, l’immigrazione, l’invecchiamento, la sua distribuzione nel territorio, temi trattati ampiamente nella prima parte della Nota pastorale e rielaborati nelle schede, curate da studiosi e dai responsabili delle diverse vicarie, offrono ulteriori spunti di riflessione.
Tutta la Nota pastorale è attraversata da una parola, diaconia, utilizzata da San Paolo, “per indicare il dono e il compito che egli ha ricevuto nello Spirito del Risorto. Paolo è perciò diacono della nuova alleanza (2Cr 3,6), il suo ministero è diaconia dello Spirito (2Cor 3,8) e diaconia della giustizia, contrapposta alla diaconia della condanna, cioè il ministero dell’antica alleanza (2 Cor 3,9); il carisma di Paolo è diaconia della riconciliazione (2 Cor 5,18), cioè servizio dell’opera redentrice di Cristo. Egli è diacono di Dio (2Cor 6,4), diacono della Chiesa corpo di Cristo (Cfr. Col 1,25), diacono del Vangelo per il dono della grazia di Dio a lui concessa (Cfr. Eb 3,7). Minister nella lingua latina è lo schiavo, colui che serve, non chi è servito. Quale differenza abissale con il ministro, chiunque esso sia, che occupi posti di potere. “Le parole non le portano le cicogne”, scriveva a suo tempo Roberto Vecchioni in un suo noto libro, edito nel 2005 per l’edizione Einaudi. Varrebbe la pena rileggerlo.
Mons. Luigi Conti continua nella sua Nota pastorale: “Il potere di Cristo è per il servizio; e ogni potere che Cristo ha trasmesso alla Chiesa è dentro la medesima logica diaconale… I ministeri non sono dignità che rivestano chi li detiene di una superiorità rispetto agli altri battezzati ma veri e propri servizi in favore di altri battezzati”. È tutto vero quel che scrive l’arcivescovo nella sua Nota pastorale. C’è comunque un fossato da colmare. Non sempre quel che si dice corrisponde a quello che si fa. È sempre necessaria una conversione sia da parte dei laici sia da parte dei sacerdoti e parroci, soprattutto questi ultimi che hanno il compito di guidare la comunità parrocchiale.
È difficile che un parroco riesca a raggiungere il proprio gregge e fare del proprio ruolo una diaconia, se non sa ascoltare, se parte per la tangente e si comporta in modo autoritario. Uno può essere esigente, estremamente rigoroso, severo e rigido ma senza essere prepotente, saccente e presuntuoso. Nessuno mette in dubbio che ogni persona ha il proprio carattere. Ci sono però dei limiti: “Sunt denique certi fines quos ultra citraque nequit consistere rectum” (Q. Orazio Flacco, Satire I, 1, vv. 106-107). C’è una misura nelle cose, vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto. Lo diceva Orazio che non conosceva nessun annuncio evangelico.
Il sacerdote o parroco è un uomo come tutti gli altri. Sa essere permaloso, invidioso, geloso, tutti difetti comuni a molti, laici e sacerdoti. Spesso molti parlano di figli e di famiglia senza averne nessuna esperienza diretta. Qualcuno fa delle battute di spirito quando dovrebbe tacere perché non ha nessun titolo per farle. Se arriva un altro nipotino in famiglia e il nonno è già occupato con altri due, qualcuno dice nella sua beata incoscienza: Tanto c’è il nonno. Non sa che cosa sia essere nonno. Non lo è mai stato né lo sarà mai.
Diaconia, servizio vanno tradotti nella pratica. Un po’ di umiltà da parte di tutti non guasterebbe. Mi piace terminare con quanto scritto da don Giordano Trapasso e pubblicato sul sito della diocesi: “Il Signore ci ama tutti così come siamo e cammina con tutti noi così come siamo, affida la sua Chiesa che vive nel territorio di questa Diocesi a tutti noi così come siamo, preti e laici… convertirci per saper ricevere da loro anche correzioni fraterne… L’invito alla conversione è anche per i nostri fratelli e sorelle laici: non imitare uno stile clericale, non essere troppo attaccati alle proprie idee a tal punto da generare eccessivi conflitti e climi pesanti, non considerare un servizio un ambito di potere ma essere pronti a donare spazio ad altri…” (Intervento di don Giordano Trapasso, pubblicato il 15 settembre 2017, www.fermodiocesi.it ). •

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