Resilienza

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“…senza protezione religiosa, gli uomini devono vedersela da soli con l’abisso della propria follia, che il sacro sapeva rappresentare e la
ritualità religiosa placare” (U.Galimberti)

Molto interessante e partecipato il dibattito che ha avuto come teatro la piazza di Servigliano e che ha visto l’intervento del prof. Galimberti, filosofo  e studioso della civiltà dell’uomo anche sotto il profilo delle psicopatologie che nelle varie epoche l’hanno contrassegnata, a fianco dallo psicoterapeuta Maurizio Stupiggia. Tema: “I paesaggi dell’anima: abitare il corpo, itinerari possibili”.
Le due eminenze grigie hanno affrontato tematiche di scottante attualità, relative all’inserimento dei giovani in una società sempre più complessa e ostica.
Il nodo principale è stato l'(ab)uso dei supporti telematici (smartphone, tablet, computer…) e gli effetti sugli utenti, in particolare sulla platea adolescenziale. Ne sono state illustrate le derive perniciose dovute al fatto che la comunicazione (se di comunicazione si può parlare…) online attraverso questi veri e propri “ordigni”  annulla quelle che sono le pause necessarie a scandire i vari momenti di riflessione (e ragionamento) riguardo a un argomento quale che sia, che si leghi ad una speculazione o ad una attività pratica, e che si svolge nell’arco di un’intera giornata. Antesignane del cellulare le trasmissioni trash quali quelle condotte dalla De Filippi, che hanno inculcato nel popolo dei teleutenti il (falso) convincimento che buttare fuori le proprie emozioni e darle in pasto a un pubblico affamato di panem et circenses significhi catarticamente liberarsene, quando invece il pianto e il riso telecomandati non fanno altro che appiattire – specie – i giovani su una concezione distorta dei sentimenti: per cui questi si possono pilotare a comando (o a casaccio), mimando le altrui (astruse?…) vicende. In parole povere, i giovani non sanno più nominare i sentimenti, che diventano indifferenziati liofilizzati al pari di qualsiasi altra sensazione ed emozione: non c’è più nessuna declinazione, una copula per “suggellate” l’approccio è “uguale” quanto alla valenza emozionale alla freccia di Cupido.
Ora, non essendoci più questa capacità di discernimento, la via obbligata è quella della omologazione, pericolosissima, che direziona queste povere vittime reclutate dal “regime” verso un pensiero unico, che fa di loro automi da catechizzare a proprio piacimento. I relatori sono poi passati a tracciare la linea di demarcazione tra cultura greca e cristianesimo/cattolicesimo, quest’ultimo largamente tributario della ferace civiltà dell’Egeo.
Il prof. Galimberti, tenace fautore della prima, ha tracciato il discrimine tra il significato di persona nel mondo greco e nel mondo cristiano.
Persona era la maschera che indossava l’attore dell’antico teatro greco, dalla quale usciva il suono (per sonum), che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava, ma anche a permettere alla sua voce di andare sufficientemente lontano per essere udita dagli spettatori: quindi qualcosa che nel celare la vera identità al tempo stesso la accampava.
Il professor Galimberti vi ha ravvisato un significato ulteriore in rapporto alla “dicotomia” tra le due civiltà: il cristianesimo pone l’individuo al centro; egli è  guidato da un comandamento, “ama il prossimo tuo come te stesso”, da cui l’”obbligo” di  relazionarsi con l’altro-da-sé per un fine squisitamente escatologico; viceversa, nel mondo greco persona – da prosopos – è  il soggetto messo di fronte all’altro-da-sé, che trova la propria identità nella relazione comunitaria.
Il filosofo ha quindi tracciato la differenza fra universo maschile e universo femminile, per cui la donna è nata per la relazionalità, in quanto datrice di vita, mentre l’uomo – a meno che non si metta in contatto con il femminile che è in lui, che spesso egli esorcizza in nome di un pregiudizio atavico – va a caccia di relazioni, si preoccupa di mandare avanti un ménage, laddove la donna se ne occupa. Tanto di cappello alla disamina del professor Galimberti (autoprofessatosi nichilista), variamente e perspicacemente declinata dall’altro relatore. Tuttavia essa manca del tutto di trascendenza. Al di là di ogni atteggiamento consolatorio offerto a buon mercato dall’apparato ecclesiastico (la Chiesa è più “interessata al potere che alla salvezza delle anime” – sono parole di Galimberti), secondo la vulgata paolina noi siamo le membra del Cristo, quindi non esiste una situazione monacale di isolamento di ciascun individuo, perché ciascuno di noi ovverosia la storia di ognuno di noi è ricapitolata nell’Unigenito,  ontologicamente si dà  ed escatologicamente si definisce attraverso l’alteritá: è questa la Vittoria della Croce sulla stoltezza degli uomini. In fin dei conti, una disamina oggettiva e appassionata all’un tempo non può non sottolineare che la esistenza dell’uomo si dibatte tra i due poli dell’eroico e del tragico: di qui la resilienza dell’eroe greco. Ma da qui a mettere in pratica la regola ce ne corre. Perché in fondo in fondo non si tratta (mi riferisco ovviamente al dibattito in questione e a tanti altri convegni “peripatetici”, tanto di moda di questi tempi…) che di pillole a buon mercato per l’anima: finiti gli applausi, che resta?… •

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