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L’umanità al centro delle storie raccontate

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Tante storie di sofferenza devono avere diritto di cittadinanza nei media prima che esplodano. Così si può riassumere il messaggio degli interventi del professor Maurizio Calipari e Mauro Ungaro in programma nella serata inaugurale di “Informazione 4.0, alla sorgente della verità in un’epoca di fake news”.
C’è grande necessità di una informazione onesta, completa, competente e comprensibile per tutti sui temi della bioetica. L’informazione deve essere capace di riportare al centro l’umano e dare diritto di cittadinanza alle storie di sofferenza. Questo il tema comune degli interventi del 9 novembre presso l’Aula Magna del seminario Arcivescovile di Fermo.
Ad aprire la staffetta di incontri culturali è stato il tema “La narrazione bioetica nei media attuali, analisi di alcuni casi concreti”, affidato al professor Maurizio Calipari, docente Bioetica Università Europea di Roma, giornalista e portavoce di “Scienza e Vita” e al Segretario generale Fisc (Federazione Italiana Settimanali Cattolici), Mauro Ungaro che ricopre l’incarico di direttore settimanale “Voce Isontina” e la direzione dell’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’ Arcidiocesi di Gorizia.
Il tema trattato ha necessità di approfondimento anche perchè rilanciato da Papa Francesco al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del “fine-vita”, organizzato in Vaticano. “
“Ci si potrebbe chiedere perché fra i tanti problemi che investono il mondo della comunicazione come mai dedichiamo un tempo specifico ad affrontare un tema che non è tra quelli più comuni. – ha esordito il professor Calipari – La bioetica è qualcosa di molto particolare. Credo sia utile parlarne per comprendere quanta incidenza abbia il modo di fare comunicazione e informazione su queste tematiche. Sono fortemente impattanti sulla vita delle persone che vanno a smuovere pilastri fondamentali come quella della visione dell’umano. Di fronte alla complessità della bioetica c’è un approccio che non aiuta a capire cosa stia succedendo. Non basta l’opinione”. Il professor Calipari ha evidenziato la necessità di fare informazione onesta, completa comprensibile per la gente. “A differenza di altri settori generici – specifica – un operatore dell’informazione che si occupa di questi temi dovrebbe avere una formazione specifica altrimenti rischia di fare un pessimo servizio perché non sa esattamente cosa sta scrivendo. Può capitare che utilizzando una parola diversa si possano veicolare altri concetti allontanando la gente dalla verità. In generale su questi temi va ridotta la dimensione emotiva per privilegiare una analisi più razionale basata sui dati scientifici clinici veri e sui criteri che vengono adottati per un ragionamento etico e morale. Criteri che vanno esplicitati e spiegati. Non si può andare per assiomi. Le cose devono essere fondate, avere una motivazione per essere anche condivisibili.
A volte anche il semplice reperimento dei dati è un lavoro faticosissimo che l’operatore dell’informazione onesto dovrebbe fare per andare alla sorgente della verità. Mi capita di leggere commenti su articoli scientifici fatti senza le opportune verifiche. Sono convinto che nei casi concreti che si affrontano bisogna rimettere al centro la persona umana. Non le ideologie e ancora meno le strumentalizzazioni. Questi casi non servono a dimostrare qualcosa ma ad avere la consapevolezza che ci sono drammi umani a cui si deve cercare di dare una risposta di aiuto, di sostegno di condivisione e di comunione, dare la miglior risposta possibile che nessuno ha già pronta nel cassetto. Al centro deve essere la persona con la sua storia. Non gli eserciti come nel caso del piccolo Charly che siano per la vita o per la morte. Bisogna dar conto anche delle visioni etiche e antropologiche differenti purché razionalmente giustificate. Quello che trovo è l’assolutizzazione dell’opinionismo. Sembra che questo atteggiamento sia diventato un vero e proprio sport. Occorre dare una opinione su ogni cosa. L’opinionismo è ormai diventato una professione anche su temi delicati come quello della bioetica”.
Nel corso della serata è intervenuto anche Mauro Ungaro, segretario nazionale dell Fisc Federazione Italiana Settimanali cattolici. “Vi porto il saluto del presidente Don Adriano Bianchi e di tutti i settimanali diocesani”. Ungaro parte dalle parole che Papa Francesco ha rivolto al comitato nazionale didi bioetica del 2016. ‘Si tratta, – afferma il Pontefice – di servire l’uomo, tutto l’uomo, tutti gli uomini e le donne, con particolare attenzione e cura per i soggetti più deboli e svantaggiati, che stentano a far sentire la loro voce, oppure non possono ancora, o non possono più, farla sentire. Su questo terreno la comunità ecclesiale e quella civile si incontrano e sono chiamate a collaborare, secondo le rispettive, distinte competenze”. Credo sia ben condensato in questo il mandato che la Chiesa rivolge ai media di ispirazione cattolica su un tema così importante e complesso come quello della bioetica. Dare voce a chi stenta a far sentire la loro voce o non possono più farla sentire. Su questo terreno la comunità ecclesiale e quella civile si incontrano e chiamati a collaborare secondo le distinte e rispettive competenze’.
“Spesso quando parliamo di bioetica, da profani, – afferma il direttore de La Voce isontina – ci troviamo dinanzi ad argomenti che ci fanno paura. Per la loro complessità da cui tendiamo a rimanere estranei bollandoli come temi da esperi affidandoli ad esperti, manipolazione genetica, clonazione, eutanasia, fecondazione assistita. Sembrano temi da non avere diritto sui nostri media. I più coraggiosi tra i direttori li affrontano in maniera furba, con pezzi e frasi del magistero del Papa e li sistemano. Però tutto finisce lì. Serve invece un giornalismo che accompagni anche nella questione della bioetica. Tema questo di cui i media si occupano di sfuggita. Quante storie ci sono nelle nostre città. Sposi che vivono la sofferenza di non riuscire ad avere figli. Quanti figli si chiedono se ha senso il calvario di cure sottoposti agli anziani genitori mentre gli stessi con gli occhi del cuore o le parole dicono solo poni fine alla mia sofferenza. Però in ognuna delle nostre comunità ci sono figli che continuano a prendersi cura dei loro genitori a costo di rinunce personali e familiari. Raccontare le loro storie è dire che credere nella vita è possibile ed è importante raccontarla per non lasciarli soli. Perché significa attivare delle catene di solidarietà impensabili che permettono una condivisione di quel peso che da soli sembra insostenibile. Senza dimenticare tutto il mondo anche cattolico che può stare vicino e questi sono esempi di bioetica. Storie che hanno diritto di cittadinanza sui nostri media, anzi devono essere sdoganate dalle quattro mura di casa. Vorrei dire – conclude Mauro Ungaro – che ci sono delle buone notizie anche nella bioetica. Ed i nostri media sono a chiamati a raccontarle per condividere. Anche perché prima di diventare notizie sono pagine di vita quotidiana”. •

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