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Angeli di una grande gioia

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Se c’è una festa che ha il potere di far nascere in tutti: sentimenti di pace, concordia, felicità e serenità, questa è il Natale. S’impara fin da piccoli ad attendere questo giorno con trepidante attesa. Ma il ricordo del passato, che vive nella memoria personale e collettiva, non so se può essere ancora preso a modello per leggere il nostro presente e forse non è nemmeno valido per progettare il futuro. Questo perché tutto si traduce in consumismo, anche il Natale non sfugge a questa regola. Eppure in occasione di questa festa siamo abituati a fare gli auguri a tutti. Esprimiamo cioè il desiderio che, a chi facciamo gli auguri, avvengano cose liete o che si compia ciò che desiderano. Sarebbe bello che il clima di auguri, di bontà verso gli altri durasse per tutto l’anno ma non è così.
Eppure la vita scorre per un anno intero. Giorni di stanchezza e d’indolenza si alternano ad altri colmi di entusiasmo e voglia di fare. La vita è una sola anche se con tante sfaccettature. In una società fondata sul profitto e sull’arrivismo, è facile cadere in momenti di depressione quando non si raggiungono determinati risultati. Invecchiando o comunque andando avanti negli anni s’impara a vedere la vita con occhi diversi. Da pensionato quale sono e da nonno mi sembra di poter dire che ogni giorno è per me un rendimento di grazia. Ho poco da aspettarmi: la salute e nient’altro. Gli auguri di Buon Natale che posso fare ai miei nipotini è che crescano e vivano bene il loro presente, per il loro futuro possono attendere. Sta semmai agli adulti creare le condizioni perché sia bello. Auguro a tutti i nonni: gioia, felicità e una vita serena in compagnia dei nipoti.
Dalla politica ci si aspetta che trovi la soluzione ai tanti problemi che attraversano la società italiana, europea e mondiale: lavoro, povertà, immigrazione, terrorismo, cambiamenti climatici. Paolo VI definiva la politica come la forma più alta della carità. Deve ritornare ad esserlo. L’immigrazione non è solo una questione di numeri né ci si deve fermare solo all’accoglienza. Occorre mettere in atto progetti d’integrazione che può avvenire solo con la scuola e il lavoro. La “narrazione sui migranti è fatta solo di numeri e dati ed è completamente disumanizzata: quasi mai appaiono le persone con le loro storie di vita e sofferenza. Il tutto si trasforma in un’atmosfera di rabbia, rancore, frutto di una crisi che ha acuito le diseguaglianze e reso sempre più ampie le distanze sociali tra i pochi ricchi e i tanti poveri” (Giuseppe Massafra, in www.rassegna.it).
Gli italiani sono diventati rancorosi secondo una recente indagine. “Il senso di frustrazione spinge le persone a difendersi, a respingere tutto ciò che può sembrare una minaccia, ad arroccarsi nel proprio spazio, rischiando di risvegliare i peggiori istinti dell’uomo. Tutto questo, però, non è fatale. Qui entra in gioco la responsabilità di una politica che per piccoli calcoli cede spazio al populismo parlando d’invasioni etniche e d’identità da preservare. Le ragioni di questa crisi, di questo impoverimento, non sono certo i migranti, ma si spiegano con il modo in cui è stata gestita la globalizzazione. Si è lasciata mano libera al mercato, permettendo alle merci di spostarsi sempre più liberamente ma ergendo invece steccati per gli esseri umani, in zone della terra sempre più impoverite o funestate da guerre terribili. Per l’Europa, le migrazioni sono un fenomeno da arginare. Sforzi e risorse sono stati impiegati solo per bloccare e fermare l’immigrazione, quasi mai per strategie per aiutare migrazioni sicure, regolari, capaci di migliorare le condizioni di vita delle persone” (Ibidem).
Cosa augurare alla Chiesa? Che sia sempre Madre e Maestra, trovando il giusto equilibrio tra i due ruoli. Il suo Magistero deve essere declinato nelle singole parrocchie dai parroci e dai sacerdoti che hanno il contatto diretto con i propri fedeli. Non fa male che si spoglino un po’ del clericalismo sempre in agguato. Tutti i documenti conciliari e le esortazioni apostoliche: Evangelii Gaudium, Amoris Laetitia di Papa Francesco dovrebbero essere letti e meditati da ogni fedele. L’augurio per tutti viene da lontano: “Siate, cristiani, a muovervi più gravi, / non siate come penna ad ogni vento, / e non crediate ch’ogni acqua vi lavi. / Avete il vecchio e il Nuovo Testamento, / e il pastor della Chiesa che vi guida: / questo vi basti a vostro salvamento. / Se mala cupidigia altro vi grida, / uomini siate e non pecore matte, / sì che il giudeo di voi tra voi non rida. / Non fate come agnel che lascia il latte / della sua madre, e semplice e lascivo/ seco medesmo a suo piacer combatte” (Dante Alighieri, Paradiso, V canto, 73- 84).
Se il Cristianesimo è per natura sua una religione festiva, il Natale è il dies festivus per eccellenza. La festività è una dimensione permanente e stabile della vita della chiesa. Se i cristiani non si preoccupano di coltivare la loro festività, meritano il rimprovero di non credere a sufficienza, perché danno l’impressione di non essere mai stati salvati.
“Dovrebbero cantare canzoni più belle, se devo imparare a credere al loro Redentore: i suoi discepoli devono avere per me un’aria più redenta” (Nietzsche). Se è così, non possiamo che dire Maràna tha – Vieni, Signore Gesù.
È il gioioso annuncio della reale presenza del Signore sia l’attesa cristiana del suo ritorno. •

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