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RITRATTI: Alberto Andrenacci

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Sempre in movimento. Chilometri al giorno per la Cattedrale di Fermo. Lui ne ha la responsabilità. «Amala come se fosse tua», gli disse l’arcivescovo mons. Gennaro Franceschetti. Lo ha fatto. Lo fa.
Alberto Andrenacci è il sacrista del Duomo. Lo vado a trovare in un mattino di pioggia. Sta stendendo qualche euro ad un mendicante. «Capita spesso» mi dice. Se fossi arrivato un giorno prima lo avrei colto con una scolaresca cui indicava la perfezione delle volte del Duomo.
La Chiesa madre sorge sul Colle Sabulo, la parte più alta della città. Alberto è facile incontrarlo che ramazza il sagrato invaso dai chicchi di riso dell’ultimo matrimonio. Oppure, spazza l’infinito pavimento e le navate laterali, oppure lucida le suppellettili, toglie la polvere, prende nota dei matrimoni… e sostituisce le lampadine ai tanti lampadari. «Quante ce ne stanno di lampadine? Circa trecento». Mi racconta di una specie di gioco con mons. Armando Trasarti, oggi vescovo di Fano, anni fa vicario generale dell’arcidiocesi di Fermo e rettore della Cattedrale. Mons.Trasarti arrivava in chiesa e controllava proprio le lampadine scoprendone sempre qualcuna fulminata. Una sfida bonaria con il sacrista spesso soccombente.
E poi? «E poi faccio tutto – spiega sorridendo – meno che celebrare messa e confessare». Però gli è capitato anche che una bella turista finlandese glielo abbia chiesto. Non l’ha confessata ma ci ha parlato a lungo. Così come parla con i tanti turisti. Per rispondere alle loro domande s’è preparato in storia e storia dell’arte, specie sul sarcofago romano e sull’icona bizantina.
Di tanto in tanto sale sulla torre (220 scalini), che è il punto più alto di Fermo. Controlla che tutto sia in ordine, pulisce le scale, verifica che la rete metallica impedisca ai piccioni di penetrare nelle stanze dove «ci viveva una famiglia sino agli anni Quaranta».
Alberto mi conduce nell’atrio, che è la parte rimasta medievale. Mi indica alcune pietre: «Lì c’era un grande soppalco dove a fine Settecento il campanaro Luigi Antonini ricoverava i bambini orfani e senza protezione». Chiesa e Ospitale.
Una cosa buffa? «Quando mons. Franceschetti fece tardissimo. Stava qui con me, aveva una cosa molto importante da sbrigare, doveva arrivare da qualche parte. Bloccò un giovane con lo scooter, si alzò la talare, salì in sella e si fece portare a destinazione».
Un’altra? «Quella donna dal seno talmente prorompente cui stesi una specie di mantellina che abbiamo fatto preparare per un po’ di decenza in chiesa. Mi guardò male».
Cosa ami di più? «La tovaglia ricamata dalle Benedettine di Fermo (1914-1917) che riproduce una scena della Cavalcata dell’Assunta, l’icona portata da San Giacomo della Marca, e il gruppo marmoreo dell’Assunta». E quasi si commuove. •

Alberto Andrenacci è nato a Fermo, dove risiede, l’otto aprile del 1958. Dopo aver frequentato l’Istituto Professionale di Stato, ha lavorato alcuni anni in un pantofolificio. Alla chiusura è passato alla Conceria Sacomar. Per tredici anni è stato colui che, spesso in mezzo all’acqua, aveva il compito di scegliere le pelli semi-finite. Dopo due anni presso un’azienda di tacchi, nel 1999 è stato assunto come sacrista del Duomo conoscendo diversi Rettori della Cattedrale: «don Natale Alesiani, don Alfredo Abbondi, don Armando Trasarti, don Pietro Orazi ed ora don Mario Lusek». Lo commuove la fiducia che gli hanno dimostrato.
Ama le canzoni di Battisti, I Nomadi, Ligabue.

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