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Il cinema aiuta a ricordare il dramma della Shoah

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Ogni anno ci attende l’appuntamento con il Giorno della memoria, il 27 gennaio, istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005: un’occasione per ricordare tutte le vittime della Shoah. Il cinema è un potente alleato per la memoria della società, della comunità tutta, perché ci accompagna – servendosi di differenti sguardi e registri narrativi – nel rimarcare pagine (tristi) della nostra storia recente, per non dimenticare e soprattutto per un passaggio di consegne con le giovani generazioni. Come sottolinea Papa Francesco, “il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza” (visita alla Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2016).

Nelle sale italiane dal 18 gennaio arriva Un sacchetto di biglie di Christian Duguay, tratto dal romanzo di Joseph Joffo, un’opera sulla Shoah dalla forte carica educational, adatta a giovani e famiglie.
La storia si snoda nella Francia della Seconda guerra mondiale: dinanzi all’incalzante invasione nazista due fratelli, Maurice (Batyste Fleurial) e Joseph (Dorian Le Clech), sono spinti dai genitori a lasciare casa, Parigi, perché ebrei, trovando rifugio presso alcuni parenti a Nizza. Un viaggio denso di insidie e tensioni, ma anche di speranza. Il regista Duguay – al cinema visto già con Belle & Sebastien. L’avventura continua e in tv nelle miniserie Lux Vide tra cui Sant’Agostino – ha lavorato sul testo, cercando di mettere la narrazione ad altezza di bambino, seguendo i due giovani protagonisti nel loro viaggio fisico ed emotivo. Come del resto ha dichiarato nella nota stampa: “Il film sposa il punto di vista del bambino senza la distanza creata dal narratore.
È una storia di formazione all’interno della quale i due vivono avvenimenti incredibili”. E proprio il lavoro sui bambini è una delle componenti pregiate del film, che cerca di rendere un tema ostico e doloroso alla portata dei piccoli spettatori, informandoli senza traumatizzarli.
Un sacchetto di biglie scorre fluido e semplice, posizionandosi come un prodotto valido e di facile comprensione. A livello pastorale, il film è certamente da valutare come consigliabile e problematico, adatto per dibattiti.

Vincitore dell’Oscar come miglior film straniero nel 2016, Il figlio di Saul (2015) è l’opera prima del regista ungherese László Nemes. Prendendo spunto dalle testimonianze sulla Shoah, dalle memorie degli ebrei dei Sonderkommando – ovvero i gruppi di prigionieri costretti a “collaborare” con i nazisti nelle attività dei campi di sterminio –, il film racconta la vicenda dell’ebreo Saul Auslander (Géza Röhrig) ad Auschwitz. Saul lavora nei forni crematori, obbligato a rimuovere i cadaveri delle vittime; un giorno scopre il corpo di un ragazzo, in cui crede di riconoscere il figlio, pertanto fa di tutto per salvare quel corpo e offrirgli una sepoltura dignitosa, accompagnata dalla preghiera. Film duro e sconvolgente, che affronta l’orrore a viso aperto, senza però mostrarlo direttamente. Nemes, infatti, lascia l’orrore fuori dall’inquadratura, non lo chiama mai in campo; questo non lo rende meno presente, insistente.
Il figlio di Saul è quasi tutto giocato con una falsa soggettiva, un’inquadratura che riprende il protagonista da vicino, di spalle, amplificando così angoscia e smarrimento. Film potente, asciutto, non adatto ai più piccoli.

Woman in Gold (2015) di Simon Curtis è un biopic sulla figura di Maria Altmann, capace di sfidare le istituzioni per mantenere viva la memoria familiare dinanzi alle violenze e ingiustizie subite durante la Shoah. Los Angeles 1998: Maria Altmann (la bravissima Helen Mirren) è una signora di origini austriache che nella stagione finale della propria vita decide di intentare causa contro il governo austriaco per l’indebita appropriazione delle opere d’arte della sua famiglia durante il nazismo, tra cui un celebre dipinto di Gustav Klimt. Al centro del racconto emerge un “legal drama”; tenuto sullo sfondo, ma mai fuori campo, c’è il tema della Shoah, che irrompe con i continui flashback della protagonista.
Un film di denuncia, bello e coinvolgente; un’opera in difesa della memoria del passato e un invito a non dimenticare, il tutto attraverso il coraggio di una donna.

Il viaggio di Fanny narra la storia della tredicenne Fanny (Léonie Souchaud) che vive con le proprie sorelle in una colonia francese sul confine con la Svizzera, tenute al riparo dall’aggressione nazista. Ma il male è sempre in agguato e ben presto le ragazze si troveranno faccia a faccia con la minaccia, cui risponderanno però con straordinario coraggio e soprattutto solidarietà.
Il film è tratto da una storia vera, dal libro autobiografico di Fanny Ben Ami, portato al cinema dalla regista Lola Doillon. Il film è stato presentato al Giffoni Film Festival nel 2016. Anche qui, come nel precedente Un sacchetto di biglie, troviamo una narrazione a misura di bambino, presentando le insidie della vicenda con una delicatezza adatta alla sensibilità dei più piccoli. Non si tratta di togliere complessità al male, ai fatti, bensì lo si traduce in un modo più attento alla psicologia dei minori.
Film positivo, che punta a mettere in risalto il potere dell’amicizia e della condivisione nelle difficoltà, per arrivare a ritrovare un orizzonte di speranza.

Meritano inoltre di essere citati e riproposti nelle attività sul territorio, in parrocchia, a scuola o in famiglia, anche opere di anni precedenti, tra cui: Hannah Arendt (2012) di Margarethe Von Trotta, La chiave di Sara (2010), Il falsario (2008) di Stefan Ruzowitzky, The Reader (2009) di Stephen Daldry, Il bambino con il pigiama a righe (2008) di Mark Herman, Il pianista (2002) di Roman Polanski, Concorrenza sleale (2001) di Ettore Scola, Train de vie (1998) di Radu Mihaileanu, La vita è bella (1997) di Roberto Benigni, La tregua (1997) di Francesco Rosi, La settima stanza (1995) di Márta Mészáros, Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg, Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza. •

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

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