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Scuola di accoglienza

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Intervista ad un insegnante di religione sull’integrazione

Scrive Papa Francesco nel Messaggio per la giornata mondiale della pace: “Offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Accogliere richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. Proteggere ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. Promuovere rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. Tra i molti strumenti che possono aiutare in questo compito, desidero sottolineare l’importanza di assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione. Integrare, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali”.
Eppure, serpeggiano tra tante pieghe della società civile paure e rancore, frutto di una mentalità diffusa che vede nell’immigrato, qualsiasi esso sia, una minaccia. Lo si percepisce al super mercato, dal fruttivendolo, dal panettiere, in strada, al bar, ovunque. Qual è il clima che si respira nella scuola in ordine a questo problema? Dino, docente di Religione nella scuola secondaria di primo grado a Potenza e Porto Potenza Picena, ritiene che nella “Scuola Elementare l’accettazione di chi è diverso per il colore della pelle, per la provenienza geografica, per il proprio credo religioso non costituisca per nulla un problema. Il bambino è portato ad accettare, per empatia affettiva, qualsiasi altro bambino senza guardare alla sua provenienza. Gli insegnanti riescono a inserire, dentro il proprio percorso didattico, temi e argomenti che toccano il vissuto di ogni alunno. La stessa cosa avviene nella Scuola Materna”.
Aggiungo, a quello che dice il professore, quanto ho potuto sperimentare di persona.
Ho assistito, in occasione del Natale, qui a Civitanova Marche, alla prima recita del nipotino più grande. Sulla scena c’erano bambini italiani, cinesi, algerini, magrebini e di altre nazionalità. Tutti hanno dato il meglio di sé. C’era chi danzava, chi cantava, chi recitava, dietro l’impareggiabile lavoro delle maestre. Nel clima che si respirava c’erano accoglienza, protezione, promozione e integrazione.
“Il problema del diverso – prosegue Dino – nasce con la Scuola Media. Il bambino cresce, diventa grande. Inizia a scegliere i gruppi amicali e a costruire gradualmente una propria identità. La progettualità che viene messa in campo dagli operatori scolastici è il più delle volte solo disciplinare, volta a costruire competenze nelle diverse materie di insegnamento. Viene meno l’attenzione alla socialità perché si è schiacciati dal programma da finire. Il PEI, il Piano Educativo di Istituto, nato proprio per coniugare assieme istruzione e educazione, è stato sostituito dal PTOF (Piano Triennale dell’offerta formativa), che spesso si riduce ad un elenco di attività che la scuola propone, piuttosto che mettere a punto le priorità educative nei vari tempi che si succedono nell’arco dei tre anni.
Ogni scuola, per non esser da meno dell’altra, fornisce una vetrina delle opportunità formative, che, pur se utili, non rispondono tanto alle emergenze educative, quanto piuttosto alle risorse e alle competenze presenti nel personale scolastico. Ci si chiede insomma sempre meno qual è l’intento educativo del Piano dell’Offerta Formativa: il problema è averlo e tanto basta.
In questo vuoto educativo trova spazio qualche manifestazione di tipo razzista verso chi viene visto come diverso perché immigrato. Se poi l’alunno sente certi tipi di discorsi fatti dai grandi sugli immigrati in genere, allora il cerchio si chiude: Vengono a toglierci il posto di lavoro. Sono diversi da noi perché parlano una lingua incomprensibile. Professano una religione diversa dalla nostra. Sono terroristi. Vivono di accattonaggio”.
Aggiungo a quanto detto dal professore un fatterello, per usare un termine caro a don Milani.
Pasquale, chiamerò così un alunno di scuola media della provincia, per non identificarlo con il proprio nome e cognome, invitato da un educatore, in un luogo diverso dalla scuola, a scrivere qualcosa sugli immigrati, non va tanto per il sottile. Pisciano sui muri, rubano, sono negri, sono di un’altra religione. L’educatore gli chiede da chi ha avuto tutte queste informazioni. Il ragazzo risponde serafico: da mio nonno. Il papà scopre poi che, a rincarare la dose, accanto al nonno c’era anche uno zio dell’alunno, disposto a premiare il nipote con cinquanta euro ogni qualvolta il ragazzo le sparava sempre più grosse. Zio e nonno sono di famiglia benestante, forse con qualche nostalgia per il Fascismo e le Leggi Razziali.
Dino aggiunge che “odio e ostilità vengono seminati, subdolamente anche da certi format televisivi, quando speculano su notizie di cronaca, costruite ad arte, per suscitare rabbia e chiusura. Se vengono presentati fatti singoli, deplorevoli, a discapito del migrante, ciò suscita una notevole risonanza nell’istintività delle persone e ne condiziona decisamente la mentalità, soprattutto se gli individui sono poco attrezzati. L’adolescente, sia perché il fatto in sé ha una notevole presa su di lui, ancora in tenera età, sia perché ha un senso morale e civico ancora in costruzione, è poco disposto a fare concessioni e sconti verso chiunque sia”.
“Eppure – continua Dino – lo spazio per un recupero educativo nella scuola c’è sempre. Basta crederci e spendersi per far vivere agli alunni momenti forti.
Un anno invitai a scuola un profugo che era arrivato nel nostro paese dalla costa magrebina, con uno dei barconi. Raccontò agli alunni la traversata in mare aperto, le difficoltà incontrate, perché era venuto in Italia, qual era il suo lavoro. Gli alunni erano attenti. Non c’era nessuno che dimostrasse noia e menefreghismo. Molti avevano anche le lacrime agli occhi perché commossi per quanto stavano ascoltando.
L’appello a sostenere la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione non va rivolto soprattutto agli alunni che a volte possono sembrare demotivati, ma agli adulti, siano essi insegnanti o genitori, che lasciano dei vuoti o non correggono storture che condizionano mente e cuore dei giovanissimi. La responsabilità degli insegnanti è alta: si tratta di fare del ragazzo l’adulto di domani, capace di rapportarsi con tutti e avere atteggiamenti di tolleranza e di rispetto verso il diverso. Ciò, però, richiede che istruire e educare siano visti e trattati ambedue come due necessità imprescindibili o come due aspetti di uno stesso compito”. •

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