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Shalom Rabbi Gabriel, forza della Parola

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Mons. Gabriele Miola, 83 anni, ha lasciato questo mondo

Un ponte, una finestra aperta, una bibbia scritta in ebraico.
Sono questi tre i simboli che mi vengono in mente per rappresentare la vita di Mons. Gabriele Miola nato all’eternità il 22 dicembre all’età di 83 anni.
È stato un ponte. Ha lavorato spendendosi fino all’inverosimile. Ha voluto che tanti uomini e donne, sacerdoti e religiose potessero attraversare il fossato che si era costruito tra chiesa e mondo, tra clero e laicato.
Gli archi di questo ponte li ha costruiti con la Parola di Dio e con i documenti del Concilio Vaticano II. Non si è mai tirato indietro, ogni volta che qualche parroco lo chiamava per parlare ai catechisti, alla comunità.
L’Istituto Teologico di Fermo si è formato grazie alla scienza, alla laboriosità e all’impegno che don Gabriele ha profuso. Voleva a tutti i costi che gli operatori pastorali fossero formati teologicamente e spingeva tanti laici e laiche a continuare gli studi a Roma. Aveva la certezza che il futuro si sfida prima di tutto con la competenza teologica.
È stato quel ponte che ha permesso alla Diocesi Fermana di oltrepassare i secoli del modernismo e di affacciarsi alla contemporaneità, al post-moderno.
È stato una finestra aperta. Ha aiutato tante persone ad avere una prospettiva diversa. Là dove sembrava esserci un muro, lui ha fatto intravvedere l’universo. Dove sembrava esserci aria asfittica, egli ha portato una folata di Spirito.
La sua competenza biblica lo ha portato a vedere con ottimismo il futuro. E non si è mai arreso. Fino all’ultimo giorno della sua vita, sopra il suo tavolo c’erano il libro delle ore e il Novum testamentum graece et latine di Agostino Merk. È il segno evidente che la Parola di Dio è stata luce ai suoi passi.
L’ultimo segno con cui voglio ricordarlo è quella bibbia scritta in ebraico appoggiata sopra la bara durante la celebrazione delle esequie in Cattedrale, domenica 24 dicembre. La bibbia è un libro difficile da capire, da interpretare, da intendere. Scritta in ebraico è impossibile per i profani. Eppure don Gabriele riusciva a leggerla quotidianamente in lingua originale. Aveva fatto anche un corso di aramaico da studente in Palestina. Ed è stato lui a diffondere l’amore per la Parola di Dio in Diocesi.
È stato lui a tradurre parole difficili in parole che entrano nella mente e accendono il cuore. Ha dato spirito a quei segni. Ha dato valore a quel libro sacro perché è Parola di Dio per ogni persona. Racconta la storia di ciascuno. È la Parola che fa diventare “carne”.
Don Gabriele è stato tutto questo. •

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