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Spariti i punti cardinali

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Dall’esperienza di essere “terrona” in Trentino alla compassione

«Che vi importa se non la invito al mio compleanno: è una terrona!».
Avevo anagraficamente quattordici anni e un’esperienza della realtà un po’ utopistica, ricevuta attraverso l’istruzione scolastica nella prima e seconda infanzia. Ricordo ancora: primo anno di studi alle Superiori in Trentino Alto Adige. Puntuale arriva la fatidica domanda dopo l’appello di inizio: «Dove è nata?».
Alla risposta: «Nelle Marche», il giovane professore replicava con un sorriso ironico rivolto al gruppo classe in cerca di approvazione: «Ah! Nelle Marche! Vuol dire in Africa!!!»
E da quel momento benché abitassi al Nord da quando ero piccola, ero e restavo la “terrona” da scartare. Erano tempi in cui gli extracomunitari eravamo noi che per il lavoro delle nostre famiglie si lasciava la terra di origine, idiomi e affetti parentali, per trasferirsi in regioni in cui poter ricominciare a sognare una nuova e miglior vita.
Per questo, quando sono entrata, in una Scuola Superiore a Trento, ho impiegato un po’ di tempo a capire perché ci fossero delle differenze in base alla provenienza di nascita e più si scendeva lo stivale e peggiore era la situazione. Del sud e del centro Italia, non eravamo molti in classe ma quel tanto bastava per farci sentire “altri”.
Frequentavo le varie  lezioni con attenzione e caparbio impegno. Ero stimata, grazie a Dio, dall’unica professoressa di lettere, siciliana di nascita ed orgogliosamente siciliana di origine, come lei stessa amava definirsi. In lei trovavo conforto e comprensione forse perché la intuivo come partecipe di quella atmosfera fredda e distaccata che percepivamo noi alunni “terroni”.
In famiglia, mio padre militare, non potevo raccontare più di tanto, mi avrebbero presa per una ragazzina esagerata e fragile ma non era soltanto questo a ferirmi: le mie entrate e le mie uscite in classe erano spesso accompagnate da risatine che cercavano di farmi sentire ridicola o inadeguata. Ero alta rispetto la media, bruna di capelli, occhi castani, lineamenti mediterranei e sapevo il fatto mio. Non mi lasciavo intimidire e non mi interessavano i pregiudizi giacché fin dagli anni cinquanta, la mia famiglia si era trasferita nel Trentino. Avevo frequentato le Scuole Materna ed Elementare ed ero padrona della lingua dialettale che parlavo in modo naturale e fluido.
È crescendo che sono arrivati i primi problemi. La Scuola Media che ho frequentato dalle suore del Sacro Cuore, era stata un’accogliente oasi di pace, conclusasi troppo in fretta.
Non ero forse italiana tra italiani? Bastavano pochi chilometri verso Sud per fare la differenza.
Ho impiegato un po’ di tempo a comprendere il perché di certe battute sarcastiche e pungenti. Lo capii quando durante un intervallo, sentii alle spalle: «Quella non la voglio al mio compleanno: è una terrona!»
Frase pronunciata volutamente e con un accento che scimmiottava la cadenza del sud.
Restai molto colpita da queste parole e di essere chiaramente oggetto di scherno. All’improvviso non ero più trentina né marchigiana.
Ero un’apolide che viveva in una sorta di terra di mezzo in cui mi sentivo come smarrita e sola.
Così, ho iniziato a riconoscermi in una sorta di gemellaggio affettivo e scolastico con chi, come me, proveniva da altre regioni, spesso più a sud della mia. Ci si stringeva l’un l’altro per farci forza, in gruppetti solidali e uniti, riscoprendo con orgoglio che essere “terroni” era bello, perché eravamo unici.
Nel corso della mia permanenza nel Trentino come insegnante e dove ho messo su famiglia, ci sono stati presidi che mi hanno apprezzata dicendomi che ero in gamba perché dimostravo che mi piaceva lavorare così come si usa fare al Nord. Altri invece affermavano con naturalezza, nei collegi dei docenti, che giù per l’Italia, oltre a pecore e pastori, regna spesso l’ignoranza più completa.
Ho conosciuto tanti luoghi comuni sul Meridione che hanno piano piano dato vita a questa leggenda oscurantista di cui io facevo parte. Difficoltà a trovare casa in affitto, diffidenza iniziale nelle nuove amicizie, senso di sradicamento. Il massimo della vicinanza e dopo vari anni di residenza l’ho colta in frasi del tipo: “Tu, però, benché marchigiana, sei diversa! E poi oramai sei del Trentino!” Mi avevano adottata!!! Nel 1979 per scelta, con tutta la mia famiglia e con due figli su tre nati a Trento, sono tornata a vivere nelle Marche, fra la mia gente. Le cose al Nord con gli anni sono cambiate. Si è fatta strada una nuova ideologia politica basata sull’appartenenza geografica e la situazione è peggiorata ulteriormente: il pregiudizio strisciante è diventato talvolta insulto e razzismo. Le trasmissioni delle radio o delle televisioni locali, i siti di queste organizzazioni, grondavano frasi ben confezionate e discriminatorie. Ero oramai lontana, niente poteva ferirmi. I pochi amici, pian piano si sono fatti sempre più distanti e quando dopo lungo tempo sono ritornata nei luoghi vissuti per quasi ventisette anni, ho scoperto che non mi appartenevano più, neanche attraverso lo sguardo della nostalgia. Ero una turista che vedeva come per la prima volta ogni bellezza di questa regione del nord, ma con occhi nuovi e cuore riappacificato. La stessa mentalità, un tempo chiusa, era finalmente cambiata. Ho terminato il mio ciclo professionale nelle amate Marche e una volta in pensione ho realizzato alcuni sogni che tenevo ben chiusi nel cassetto dei desideri, uno fra tutti: scrivere, facendo tesoro di quanto la vita in bene e male mi abbia insegnato.
Ora, gli immigrati, stanno vivendo lo stesso disagio che ho provato da giovane.
Le classi delle Scuole si riempiono di visi di bambini e ragazzi con i tratti caratteristici dei Paesi di loro provenienza. A guardarli provo una sorta di ammirazione per la fierezza dei loro sguardi ma anche sofferenza pensando a quanto potrà essere non sempre facile trovare spazi e strade nuove di buona e sana integrazione.
Sul disagio dell’integrazione, alta si alza la voce di Papa Francesco che a tutti ricorda i principi evangelici di riferimento per ogni cristiano.
Il sangue è per tutti gli esseri umani dello stesso colore rosso, al di là del colore della pelle. Sono i pregiudizi che nascono dalla paura del “diverso” a fare la differenza. Ognuno ha il proprio sud ma a furia di additarlo non ci si accorge che il cerchio alla fine si chiude ed ecco che i punti cardinali scompaiono. Resta ciò che più conta: amare il nostro prossimo come noi stessi, in barba ad ogni pensiero discriminatorio e disfattista. •

About Stefania Pasquali

Stefania Pasquali nativa di Montefiore dell'Aso, trascorre quasi trent'anni nel Trentino Alto Adige. Ritorna però alla sua terra d'origine fonte e ispirazione di poesia e testi letterari. Inizia a scrivere da giovanissima e molte le pubblicazioni che hanno ottenuto consenso di pubblico e di critica. Docente in pensione, dedica il proprio tempo alla vocazione che da sempre coltiva: la scrittura di testi teatrali, ricerche storiche, poesie.

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