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Forte come la morte è l’amore

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L’amore che sfida anche la morte e si proietta nel per sempre

“La morte ti fa bella”, così titola un celebre film del 1992. Può essere un modo di vedere e di reagire in caso di lutto, quando la notizia di un trapasso tocca in prima persona. Ognuno di noi è diverso. Ognuno elabora e gestisce i propri vissuti in maniera diversa.
La perdita di un coniuge, di un amico, di un parente prossimo è sempre un evento traumatico. È la rottura di un equilibrio personale, familiare, sociale.
Quando avviene porta con se tante questioni e solleva molte domande. A volte si presume che il legame sia il metro di misura per quantificare il dolore che si prova, senza tenere in considerazione altri fattori, come l’età e il luogo in cui avviene la perdita della persona cara. Una perdita improvvisa, in giovane età o anche in età avanzata, può creare nelle persone un vuoto incolmabile tale da far cambiare, a volte, il modo di pensare riguardo alcuni aspetti o problematiche.
Quante volte capita di non voler più passare in luoghi che per noi sono legati ad una perdita personale? Spesso lo si fa inconsciamente, ma si evita ad esempio di percorrere una strada sulla quale è avvenuto un incidente, oppure di avvicinarci ad un ospedale, il cui solo pensiero riporta alla mente episodi di dolore. Pensando ai nonni, ad esempio, sapere che sono morti in casa, potrebbe far “drizzare i capelli” ad un nipote quando entra nella loro stanza. Sono tutti segni che danno al luogo una sua importanza specifica nell’elaborazione di un lutto.
Intendendo poi il luogo in senso più ampio, il fatto di vivere città o in un piccolo paese fa la differenza. Nel paese ci si conosce quasi tutti e questo crea a volte la voglia di isolamento o, al contrario, la voglia di andar via per reinventarsi .
Secondo Bowlby, la reazione dell’individuo in seguito alla separazione, dipende dal modo in cui è venuto ad organizzarsi il suo sistema di attaccamento nel corso dello sviluppo. Un processo di lutto sano ha solitamente luogo in soggetti con attaccamento sicuro, mentre individui che sperimentano dolore cronico è più probabile che abbiano organizzato un sistema di attaccamento insicuro.
Il processo di elaborazione del lutto può avere una durata variabile dai 6 ai 24 mesi, in riferimento a figure quali genitori, figli, partner. Molto importante è comprendere che il processo di elaborazione è soggettivo, e può durare per tempi variabili in base a fattori personali e situazionali: “l’osservazione del modo di reagire alla perdita di un parente stretto, mostra che le reazioni, con il passare delle settimane e dei mesi, attraversano una serie di fasi successive. Ovviamente tali fasi sono sfumate, e il singolo individuo può oscillare avanti e indietro tra l’una e l’altra”, (Bowlby 1980).
L’elaborazione può essere connotata da uno stato depressivo, che in base alla durata nel tempo e alla qualità dei vissuti, può evolvere in uno stato depressivo grave, comunemente definito “lutto complicato”.
Il “lutto complicato” si manifesta entro un anno dalla perdita, quando la persona non riesce a tornare ai modelli di comportamento “normali”, riprendendo in mano la propria vita, con le proprie abitudini ed il proprio modo di essere.
Altri fattori che possono predisporre al manifestarsi di un lutto complicato sono anche le circostanze della perdita. Si parla infatti di “lutto traumatico” quando si ha una scomparsa imprevista ed improvvisa, ad esempio in caso di un incidente sul lavoro, incidente stradale o un suicidio.
Per quanto riguarda la perdita del coniuge l’accettazione non è facile. Con la sua scomparsa viene a mancare una figura che è stata significativa nella costruzione della propria vita, in particolare della vita familiare. Con la morte del coniuge si devono affrontare una serie di compiti nuovi, come ad esempio trovarsi ad essere l’unica fonte di reddito per il nucleo familiare e doversi prendersi cura dei figli, se presenti. In questo caso ci si ritrova a dover assumere contemporaneamente sia le parti della madre che del padre, condensando queste due figure in un’unica persona. Il pensare in due diviene il pensare di due in uno, e sfido a prendere la cosa con filosofia per chiunque. La razionalità non è dalla parte del dolore, e spesso entra in conflitto con esso, generando il caos, in questo caso sia dentro di sè che in casa!
La presenza di figli, per certi versi gratificante (pensare a loro come un patrimonio donato dal partner, come una ricchezza), potrebbe però generare anche sentimenti negativi. Presi dallo sconforto si potrebbe pensare a loro come “ingombranti”, in quanto potrebbe capitare di sentirsi incapaci o inadeguati nel gestire le loro richieste ed il loro dolore. Ci si ritrova a dover gestire la propria sofferenza ed il proprio dolore e nello stesso tempo aiutare i propri figli nell’affrontare l’enorme perdita del genitore.
Convivere con il dolore e superare la sofferenza di un lutto come la perdita del coniuge, richiede tempo, energia e soprattutto volontà di stare meglio. È una sorta di sfida personale con se stessi e con chi ci sta accanto, con i propri figli, coi propri familiari. La durata è soggettiva e non bisogna affrettarsi o mostrarsi forti nascondendo le proprie debolezze. Con il tempo, il sostegno amorevole di amici e parenti e un comportamento positivo verso la vita, è possibile accettare la perdita, adattarsi alla nuova realtà e guarire dalla propria ferita: “Dopo questa svolta, chi è rimasto comprende che è necessario tentare di assumere ruoli inabituali e di acquisire capacità nuove. (…) Più il superstite riesce a svolgere questi nuovi ruoli e ad acquisire queste nuove capacità, più diventa fiducioso” (Bowlby 1980 ). Pian piano la vita, torna a essere sopportabile e godibile. Molto importante è non vergognarsi di chiedere aiuto. Che sia ad un amico, ad un parente, o ad un professionista, quale un terapeuta, l’importante è ricordarsi che non si è soli: potersi liberare dalle parole ingombranti che spesso attanagliano la mente può essere molto utile per riuscire ad elaborare un lutto che non siamo in grado di accettare. (R.G.)•

Bibliografia
Bowlby J. (1980). Attaccamento e perdita. Boringhieri, Torino.
Gambini Paolo, Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale, 2007, Franco Angeli

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