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Orfeo e Euridice: origine mitica di ogni storia

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È l’ultimo libro di Alessandro D’Avenia, pubblicato da Mondadori nell’ottobre duemila diciassette. Sono trecento sedici pagine. Si apre con un prologo e si chiude con un epilogo. L’invito alla lettura è dato dalla mappa del viaggio. La partenza è il primo capitolo del romanzo. Tess Gallagher è la donna che ispirò Raymond Carver, il più grande scrittore di racconti della seconda metà del Novecento. Fanny è la “Stella luminosa” che fece innamorare il poeta John Keats. Segue la biografia di Sylvia Plath e di Ted Hughes.
Il filo conduttore che unisce tutte le storie riportate nel libro è l’amore di Orfeo ed Euridice, cantato da Ovidio nelle Metamorfosi.
“Il mito è la storia di tutte le storie. L’amore è il motore di tutte le storie. Il mito rivela la nostra urgenza di dare un fondamento al mondo, un senso allo scorrere del tempo, non è una fase precedente al pensiero, ma è pensiero esso stesso. Narrare storie è necessario alla sopravvivenza umana tanto quanto l’aver scheggiato la pietra per trarne strumenti e armi. L’immaginazione ci fa abitare il mondo. Se una narrazione sopravvive nel tempo, è perché offre uno strumento di cui l’uomo non può più fare a meno, proprio come la ruota, il fuoco, la sepoltura. Noi siamo e diventiamo le storie che sappiamo ricordare e raccontare a noi stessi” (A. D’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore, pag. 14).
Il viaggio nelle biografie di uomini e donne famose, artisti, poeti e narratori del XIX e XX secolo prevede dieci soste: la festa, il pianto, l’invocazione, il rischio, la vittoria, il disamore, la caduta, la nostalgia, il sacrificio, la sopravvivenza. L’arrivo è la metamorfosi. Ogni sosta e l’arrivo stesso s’identificano con la vicenda di Orfeo ed Euridice.
Il giorno di festa per i due innamorati si tramuta in tragedia. Euridice muore perché punta da un serpente velenoso. Orfeo non si dà pace. Chiede e ottiene da Persefone di poter visitare il regno dei morti dove abita Euridice. Riceve l’ordine di non volgere lo sguardo verso l’amata finché non fosse uscito dalla vallata dell’Averno. Orfeo non obbedisce al comando, tanto è il desiderio di abbracciare con lo sguardo la propria donna. Subito, Euridice scivola di nuovo nell’abisso.
Fanno parte della prima sosta le biografie di Zelda e di Scott Fitzgerald, di Anna Magdalena e di Johan Sebastian Bach, di Joy Davidman e di C. S. Lewis, autore di favole perfette.
Elizabeth Siddal, corteggiata dal pittore John Everett Milais e conquistata da Dante Gabriel Rossetti, Fanni Gyarmati e il poeta ungherese Miklòs Radnòti, Milena Jesenska e Joseph Kafka sono i protagonisti della seconda sosta.
La terza sosta, l’invocazione, è occupata dalle biografie di Guido Gozzano e di Amalia Guglielminetti, di Alma e di suo marito Alfred Hitchcock, di Anna Grigor’evna e di suo marito Fëdor Michailovic Dostoevskij, l’autore russo di romanzi indimenticabili: Delitto e castigo, I Fratelli Karamazov, L’Idiota, I Demoni.
Pigmalione e Galatea il suo amore scolpito nella pietra, Veza Magd ed Elias Canetti, Jeanne Hébuterne e di suo marito Amedeo Modigliani sono le biografie della quarta sosta.
Licy (Alexandra Wolff Stomersee) di Riga e Giuseppe Tomasi di Lampedusa di Palermo, Ezra Pound e Olga Rudge, Ofelia e Fernando Pessoa occupano le pagine dedicate alla quinta sosta, la vittoria.
La sesta sosta, il disamore, è forse la parte più bella del romanzo. Orfeo perde definitivamente Euridice perché volge lo sguardo verso di lei. È in questa sosta che emerge la passione educativa di Alessandro D’Avenia, docente di Lettere Classiche nei Licei. “Insegnare è ascoltare volti, come scrivere, è ascoltare personaggi… Solo quando siamo scovati da uno sguardo amante, solo allora il nostro io comincia a venire alla luce, come se si fosse creato lo spazio per la sua fioritura… Euridice si trova nella condizione d’ombra, e così accade a tutti noi quando l’amore si fa abitudine e precipita nell’anonimato, costringendo l’altro a ritornare nell’ombra da cui arrivava prima che lo incontrassimo (pag.154-155). Nella storia di Orfeo ed Euridice si trovano tutte le tappe dell’amore, e non solo. È una narrazione che riesce a intercettare gli snodi fondamentali della vita umana. D’Avenia prende a prestito da Dante Alighieri, che li ha inventati e che noi abbiamo perso, strada facendo, tre verbi: “Intuarsi”, entrare nel tu dell’altro sempre più in profondità; “infuturarsi”, entrare nel rischio del futuro insieme all’altro; “insemprarsi, svincolarsi dal tempo orizzontale pur appartenendovi e abitare un tempo verticale, che è l’anticipo di qualcosa che potrebbe durare anche dopo la morte” (pag. 158). Fanno parte di questa sosta: l’amore di David Foster Wallace verso sua moglie Karen Green, la vicenda amorosa tra Friedrich Hölderlin e Susette, raccontata da Henry, figlio di quest’ultima e che aveva avuto proprio nel grande poeta tedesco il proprio precettore. Doris Dowling, amica e confidente di Cesare Pavese, racconta la storia d’amore tra lo scrittore de La luna e i falò verso sua sorella Constance Dowling, amore mai corrisposto. Si chiede Doris: “Ma eri tu, Constance, a interessargli davvero, o la Musa che amava in te, il suo stato di grazia che tu non ricambiavi?” (pag. 176).
La settima sosta è quella della caduta. Invano Orfeo supplica Caronte e cerca di farsi traghettare di nuovo nell’Ade. Il nocchiero lo scaccia. Orfeo decide di non accostarsi più a un’altra donna. “Non è un voto frutto di privazione ma di affermazione. Nessun altro amore sarà grande come quello per Euridice, in nessun altro caso Orfeo conoscerà la morte due volte” (pag. 184). La sosta narra dell’amore di Ingeborg Bachmann, una poetessa, per Paul Celan rinchiuso in un campo di sterminio nazista. È un vecchio spasimante della poetessa a narrarne la storia, lui morto suicida nella Senna, a guerra finita da qualche tempo, lei arsa viva dal fuoco nella propria casa romana di via Giulia. Paul, fratello di Camille Claudel, racconta la storia d’amore di sua sorella con lo scultore Auguste Rodin che “S’impadronì del tuo talento per farne la sua ispirazione e trasformare così la pietra in amore perduto e cercato, la Musa dell’arte si era servita dell’amore per svuotare una donna della sua arte e della sua identità” (pag. 195). Stefan Zweig doveva tutto a sua moglie Friderike che fu per lui la Musa dei suoi racconti più belli. La lasciò con le due figlie che aveva avuto da lei per andarsene con la segretaria Lotte che morì con lui il 23 febbraio del 1942, a Petròpolis dove si erano rifugiati, in vestiti eleganti, con un ultimo gesto estetico, vittime di un’overdose di sonniferi.
L’ottava sosta di Orfeo avviene in una radura. “Questa da sempre ha un valore rituale, simbolico e magico. Rappresenta la dimensione interiore, un luogo raccolto e sicuro che si apre nell’intrico del bosco” (pag. 204). Chi non ha una sua radura interiore è destinato a perdersi. È quello che accade a Georgie Hyde – Lees e di suo marito William Butler Yeats. “Lei aveva avuto un padre alcolizzato ed era cresciuta senza sapere come fosse avere un padre” (pag.209- 212). S’innamorò del poeta William Butler Yeats, sposandolo, quando lui aveva quarantacinque anni e lei appena diciassette. Fu per lui non solo moglie ma anche madre, sorella, segretaria, musa, infermiera, compagna di vecchiaia. Katherine Reding è stata la Musa ispiratrice di Pedro Salinas il poeta che ha scritto il più bel canzoniere d’amore in lingua spagnola del Ventesimo secolo. Era sposato con Margarita Bonmatì, algerina, lui abitava a Madrid, professore e traduttore di M. Proust. Katherine Reding era una studentessa americana, veniva dal Kansas, arrivò a Madrid nell’estate del 1932 per conoscere la letteratura spagnola e incontrò Pedro. “Lui non era altro che un’ombra, come accade a ogni amante prima di conoscere la sua amata”, che divenne la fonte ispiratrice della sua poesia. Caitlin fu una delle tante donne di Dylan Thomas che “S’innamorò di lei perché lei stava con il suo amico e pittore Augustus Jolin, il che era insopportabile per un poeta come lui. Il desiderio si accende soprattutto quando si tratta d’avere una donna di altri. È proprio John a raccontare quanto quel poeta e amico fosse un invidioso bastardo” (pag. 223- 229).
Nella nona sosta, il sacrificio, Orfeo è ucciso dalle Baccanti perché vedono in lui colui che le disprezza: “Lo ammazzarono, sacrileghe, e da quella bocca ascoltata perfino dai sassi e compresa dalle bestie commossa, o Giove, l’anima si disperse, con l’ultimo respiro, nel vento” (Ovidio, Metamorfosi, XI). Sien, il cui vero nome era Clasina Maria Hoornik, era una prostituta di Amsterdam. “Le sue passioni erano il figlio che portava in grembo, la bimba che teneva per mano, l’alcol, le sue credenziali, il vaiolo e la tristezza” (pag. 239). Di lei s’innamorò Vincent Van Gogh, anche lui ammalato di malinconia. Lui precipitò nell’abisso, sparandosi un colpo di pistola nel cuore in mezzo ai campi in cui dipingeva, lei lo seguì qualche tempo dopo gettandosi nell’acqua fredda del fiume Schelda. “Lui aveva scelto un campo di grano con corvi, tu l’acqua scura. Due facce della stessa malinconia, addolcita per qualche mese dal tuo posare e dal suo disegnarti” (pag. 246). Un funzionario del regime, incaricato di controllare gli intellettuali per conto della Cultura, racconta l’amore di Nadežda Jakovlevna per Osip Mandel’ŝtam che osò sfidare il regime comunista con la sua poesia. La dittatura lo distrusse fisicamente in un gulag (1939) e spiritualmente, bruciando i suoi scritti. Sua moglie, Nadežda Jakovlevna, li aveva imparati a memoria, per questo sono arrivati fino a noi. I regimi temono la bellezza, perché dietro di essa vengono verità e speranza. Se amare è, essere custodi del destino di un altro, Nadežda Jakovlevna era stata fedele al proprio compito. “Un regime non vale un amore come il vostro” (pag. 251). Fausto, pittore, uno dei figli di Luigi Pirandello, racconta la vita di un padre geniale e la pazzia della madre, Antonietta Portulano, la cui pazzia consentì a Pirandello di svelare a tutti che questa è il meccanismo narrativo del mondo moderno.
Ma è tempo di fermarsi alla decima sosta: la sopravvivenza. Tutti piangono per la morte di Orfeo: animali selvatici, sassi, selve. Anche le Nàiadi e le Drìadi mettono manti neri sui loro veli e vanno con i capelli scompigliati. “L’amore vero non è dipendenza ma appartenenza, l’amore vero non è ricerca del completamento di sé ma messa a servizio della propria completezza: solo chi è qualcuno può donarsi a qualcuno” (pag. 259). Il custode del cimitero di Nørrebro racconta a chiunque glielo chieda il folle amore di Regime per Søren Kierkegaard e di questi per la donna amata ma invano: “L’infinito è solo nel cielo stellato che Dio ha additato ad Abramo come segno della sua alleanza. Non è l’uomo che può raggiungere l’infinito, ma è l’infinito che deve chinarsi sull’uomo” (pag. 263). José de Valderrama racconta l’amore di sua sorella Pilar de Valderrama per Antonio Machado che aveva perso la moglie solo dopo tre anni di matrimonio. Solo Pilar riuscì a consolarlo. Antonio Ranieri, amico di Giacomo Leopardi, raccolse dal grande poeta recanatese l’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti. L’avvenente donna fiorentina fu solo la Musa del Ciclo di Aspasia “dove si canta come ci s’inventa l’amore che si perderà e s’impara ad abitare il dolore del sentimento non corrisposto e il disincanto più crudele si muta in canto” (pag. 274).
L’arrivo di Orfeo nell’Ade è la sua metamorfosi. Il poeta ritrova Euridice e l’abbraccia appassionatamente, ormai non può più perderla, anche se si girasse a guardarla. “La tappa definitiva dell’amore è entrare in una dimensione oltre lo spazio e il tempo e costruire un’eternità fatta non di una sovrabbondanza quantitativa delle cose che più desideriamo ma della profondità qualitativa di amare e di sentirsi amati” (pag. 279).
In quest’arrivo di Orfeo nell’Ade troviamo la storia d’amore di J. R. R. Tolkien e di sua moglie. Sulla loro tomba si leggono i nomi dei protagonisti, Beren e Lùthien, i due personaggi più famosi del racconto più bello uscito dalla penna di Tolkien. “Non c’è mito più vero di una storia d’amore, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non li unisca” (pag. 285- 292). In quest’arrivo c’è spazio per la storia d’amore tra Federico Fellini e Giulietta Masina (pag. 293- 297) e di Julio Cortàzar per Carol Dunlop (pag. 298- 304).
Tutto il libro ruota attorno a trentasei storie d’amore, unito come a un filo a quello di Orfeo per Euridice. Nell’epilogo e nei ringraziamenti (pag. 305- 315), Alessandro D’Avenia traccia le conclusioni del suo lavoro, lasciando qua e là alcuni forti aforismi, come solo lui sa fare: “La letteratura occidentale non comincia con una guerra, ma con il rapimento di una donna per cui si scatena una guerra. Achille non sarebbe, senza Elena” (pag. 306). Continua con un viaggio di ritorno da quella guerra. Ulisse ritorna nella sua Itaca per riabbracciare la sua Penelope.
“Guerra e viaggio, sono questi i due movimenti della letteratura di tutti i tempi. Le storie sono come barche. Non c’è storia di lotta o ricerca che non porti il nome di una donna inciso sullo scafo. La donna è il viaggio e la meta… La verità dell’amore si coglie solo accettando di rischiare la vita, come ogni protagonista che non rinunci al suo desiderio più vero… Si espone alla morte solo chi sa amare.
Chi sa amare acquista una capacità impossibile: quella di morire.
Ho visto lottare così tanto per amore da credere che oltre il tempo non possa che esserci l’amore, e se così è, allora ogni storia è una storia d’amore, che nelle stagioni di una vita ha soltanto il suo inizio: ogni donna ne è testimone” (pag. 308- 309). •

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