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Poesie belle e struggenti

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Ci sono dei ricordi che, legati come sono a momenti della propria vita, non si cancellano mai. Si era sul finire dell’estate 1978 e prima di partire per Milano, dove insegnavo già da due anni, mi fermai per qualche giorno a Santa Lucia, frazione di Morrovalle, dove sono nato e dove abitavano i miei genitori e i miei zii. Camminavo e mi fermai all’altezza della chiesa. Girai gli occhi sulla sua parete esterna, quella rivolta verso la strada. Un piccolo manifesto funebre annunciava la morte di Lorenzo Romagnoli. Rimasi con un groppo alla gola.
Succede sempre così quando non si frequenta abitualmente il proprio luogo di nascita. Nel 1976 avevo prestato il servizio militare a Firenze e nel 1977 avevo iniziato le prime supplenze nelle scuole del milanese.
In un’occasione, forse nell’estate del 1977, incontrai Lorenzo Romagnoli nei locali situati sotto l’abitazione del parroco a Morrovalle. Era lì a presentare il suo ultimo libro di poesie.
Ricordo esattamente che regalò una copia a mia cognata Miriam, sorella di mia moglie, con una sua dedica. Acquistai anch’io la silloge di poesie Frammenti di vita. Possedevo anche l’altra raccolta …e poi l’infinito. Nel mio lungo soggiorno milanese avevo con me alcuni libri: Macerata e il suo territorio di Dante Cecchi, i libri di poesie di Lorenzo Romagnoli, Attorno al castello di Morro un giorno lontano e Nebbia di ricordi e profumi di cose perdute di Mario Latini. Erano per me il legame che mi teneva unito al mio ambiente di nascita.
Ho memorizzato da qualche tempo pochi versi di alcune sue poesie: “Così tutto un tratto è arrivato l’inverno/ lo senti nell’aria gelida di neve/ nelle poche persone che incontri/ e tu sei lì fermo sul marciapiede/ a macinare i ricordi di un’estate passata/ a non raccogliere che miseri pugni di polvere/ sul palmo della tua mano/ mentre rapida fugge così / un’altra stagione della tua vita”.
Li ho trascritti così come li ricordo. Li citavo spesso a mia figlia, quando d’inverno la accompagnavo a scuola. Altri versi imparati a memoria: “Ma a te, cara piccola amica/ un poco d’amore ti chiedo/ almeno stavolta il dolore/ lo voglio tenere per me”. Altri ancora: “Calpesti i residui di un carnevale recente/ che ha fatto felici i bambini/ e allora ti accorgi com’è triste/ scoprire/ che in maschera resta soltanto il volto dei grandi… Tu ripensa ai tuoi giorni di sole o poeta/ Io che giorni di sole non ho/ mi voglio godere in silenzio/ questi giorni di nebbia e di buio/ perché ciò che davvero conta a questo mondo/ è avere qualcosa da ricordare”.
Ho citato più volte questi versi all’amico poeta Piero Marelli, di Verano Brianza.
Ho insegnato nella locale scuola media per sedici anni di seguito. Piero è un profondo conoscitore e traduttore della poesia provenzale. Ha all’attivo molte pubblicazioni per diverse case editrici. È poeta lui stesso, vincitore di premi nazionali di poesia, molto legato alla poesia di Clemente Rebora. Non gli ho mai dato da leggere i due libri di poesia di Lorenzo Romagnoli. Li avevo regalati all’amico Carlo Boneschi, cultore di Davide Maria Turoldo di cui aveva tutti i volumi. Carlo trovava le poesie di Lorenzo Romagnoli molto belle, ricche di struggente e infinita malinconia.
Mario Latini, nella propria orazione funebre, letta al cimitero di Morrovalle il giorno del funerale, così ricordava il poeta insegnante: “Lorenzo Romagnoli era amico dei più, stimato da tutti e a tutti regalava la sua amicizia, la sua bontà, le esplosioni di poesia di cui era capace il suo piccolo cuore di uomo. Egli sapeva parlare agli uomini che spesso dimenticano che la vita è un volo di farfalla, e va vissuta come missione d’amore e di donazione, come incontro tra uomini che si riconoscono fratelli” (Mario Latini, Attorno al castello di Morro un giorno lontano).
Nello stesso documento ho ritrovato una bella poesia di Lorenzo Romagnoli, pubblicata per intero: “Ho pianto con voi, / o gente di poche pretese. / Ora vi conto tutti ad uno ad uno/ come quando nei campi laboriosi/ rompevate le zolle di sasso / per guadagnarvi il pane. / Ed era mio padre con voi, / lo ricordo, volgeva d’agosto la fine, / curvo sulla terra ingrata. / Ed egli soltanto mi resta / in tale distesa di silenzi / angosciosi / a parlarmi di voi”.
Il mondo contadino, caro a Lorenzo Romagnoli come anche a me!
Dopo l’orazione funebre di Mario Latini, che ho letto più volte, sempre bella, commovente e ricca di sentimento, non ho mai più trovato nulla di scritto su Lorenzo Romagnoli, tanto che, ritornato nelle Marche, ho chiesto a molti che conosco da sempre come mai non si è pensato di organizzare qualcosa per ricordarlo.
Se “L’armonia (la poesia) vince di mille secoli il silenzio” (Foscolo), perché non ricordarlo quarant’anni dopo, stampando di nuovo le due raccolte di poesie Frammenti di vita e …e poi l’infinito o dedicargli un convegno, un incontro dove si parli di lui? Questo mio piccolo contributo è un invito ad altri che desiderassero fare qualcosa per commemorare Lorenzo Romagnoli l’insegnante poeta, morto all’età di soli trent’anni nel fiore della vita.
Forse è vero quello che mi disse tanto tempo fa una persona che conoscevo e che incontrai di nuovo nei primi anni del mio ritorno nelle Marche: “Non pensare di ritrovare quello che hai lasciato vent’anni fa”. Non ero né sono così sciocco dal non pensare che con il tempo le situazioni cambino e noi con loro. Ricordo che ci rimasi male.
Omnia fert aetas, animum quoque; saepe ego longos/ cantando puerum memini me condere soles; / nunc oblita mihi tot carmina (Virgilio Bucoliche Egloga IX).
Traduzione: Tutto il tempo ci strappa, anche l’anima; ricordo che spesso da ragazzo trascorrevo cantando lunghe giornate; ora ho scordato tante canzoni. È vero che la vita insegna a ognuno cose diverse. Ma la nostalgia del futuro si deve nutrire di ricordi. Questo io credo, diversamente anche il presente diventa un inferno.
Mi piace terminare questo scritto con una poesia inedita di Lorenzo Romagnoli, donata nel 1975 a Mario Latini come segno di amicizia e riportata da quest’ultimo nel proprio libro Nebbia di ricordi, profumo di cose perdute.
Il testo della poesia è dedicato a Morrovalle il paese, dove Lorenzo Romagnoli è nato e ha trascorso la sua breve esistenza terrena.
“Altra gente / altre luci ai miei occhi , / altre lune e distese di verde / e fiumi e campagne e città, / ma in nessuno di essi ho trovato / la pace e la calma / che all’animo danno / le tue case di notte, / o Morrovalle, / quando stanca riposa / dal duro lavoro la gente, / in attesa dell’alba / e di un giorno migliore. / Più volte ho sorpreso me stesso/ a pensarti / più volte a guardarti dal Colle, / e sempre ho sentito / che stavo rubando qualcosa / all’incanto di luci e di case/ che, in silenzio aggruppate, / m’arrivano agli occhi / come uccelli nel caldo del nido” (Lorenzo Romagnoli, Morrovalle in una notte d’estate, in “Nebbia di Ricordi, profumo di cose perdute” di Mario Latini).
Il colle di cui parla è quello di “Bellavista” dove sorge la villa Pace – Leopardi, già villa Grisei, un protagonista del Risorgimento italiano.
È una collina che sovrasta Morrovalle, da cui si può godere una visione incantevole quasi a trecento sessanta gradi.
Lo sguardo si posa sulla sottostante pianura del Chienti, si allarga sui mille paesini del fermano, sul monte Conero, sulla vallata del Potenza e sui Monti Azzurri. “E il naufragar m’è dolce in questo mare” avrebbe detto un grande marchigiano, il giovane favoloso, Giacomo Leopardi. Ogni paese delle Marche che sorga sulle alture è un balcone dal quale ammirare un paesaggio splendido, non più come quello della mia infanzia e della mia prima adolescenza ma ugualmente bello. Sta a noi e a chi verrà dopo conservarlo così. •

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