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Primo: la Carità

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“Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!“ (San Paolo, 1 Corinzi 13)

Il ventaglio delle Virtù Teologali si apre alla Fede, Alla Speranza e Alla Carità. Un cono di penombra accompagna il corteo di queste tre virtù che risiedono nell’uomo, ma che germinano direttamente da Dio. Il momento in cui si accende la grazia (cháris, vocabolo veterotestamentario che deriva dal greco antico) nel cuore dell’uomo – scrive Ravasi- «è il momento dell’apparire di Dio nella notte dell’anima».
Dio non è un sovrano impassibile e lontano. È Lui che ci cerca. È Lui che «squarcia la nostra solitudine», che bussa alla nostra porta. Illuminato da questa discesa di luce, l’uomo deve rispondere con la sua adesione.
La sua adesione è la Fede. Però, questa fede, questo abbandonarsi con fiducia, è un qualcosa che avviene al buio: che contempla una immensa possibilità di rischio. Infatti, affidandoci, noi non sappiamo a cosa, a quale entità ci affidiamo: perché non la vediamo. Non sappiamo questo abbandono fiducioso dove ci porterà. Come Abramo che uscì dal suo paese senza sapere dove andava, ubbidendo al comando, soltanto ci rendiamo disponibili al comando e al cammino. Ci sarà d’ aiuto la ragione, in questo cammino? Ci saranno d’ aiuto le opere (il dilemma che tormentò San Paolo)?
Non lo sappiamo. E, come leggiamo in Luca (18,8): «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Per definire la Speranza, valga un pensiero di Georges Bernanos: «La speranza è una virtù, anzi virtus, cioè una determinazione eroica dell’anima. La più alta forma della speranza è la disperazione vinta… La speranza è, allora, un rischio da correre. È, addirittura, il rischio dei rischi». Commenta Ravasi: «Contro di essa milita non solo il pessimismo sistematico ma anche l’ illusione».
È vero. Perché la speranza non è soltanto la virtù che regge e stimola la vita del presente: che ci fa, legittimamente, sperare di migliorare la nostra condizione terrena. La speranza decisiva è quella che ci spinge a guardare al di là della condizione terrena: al di là dei confini della morte. E chi di noi sa cosa accadrà dopo la morte? Certo, la risurrezione di Cristo è il suggello di questa speranza». «Se siamo morti in Cristo – dice San Paolo nella Lettera ai Romani – crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più».
Tuttavia, il nostro, per il momento, è un non possesso: è una attesa. E l’attesa «conosce il brivido del timore». Anche nella Carità, nell’amore, come nella Fede, Dio ci precede. Già lo scendere della Fede è un atto d’ amore. Non siamo noi ad amare Dio – non si stanca di ripetere Giovanni – è Dio che ha amato noi; è Dio che ha amato tanto il mondo da mandare il Figlio a sacrificarsi per noi e a salvarlo.
La carità inoltre suppone la giustizia, come quella predicata dal profeta Amos, voce che incide nella realtà umana. E poi il ruolo della preghiera. Senza la preghiera si ha un impegno sociale rispettoso ma non di carità, senza l’impegno sociale si ha una religiosità intimistica e spiritualistica.
In questo itinerarium spiritus ac vitae ci si apre all’Agape (amore) nel suo significato di donazione, reciprocità. Nella sua essenza, la carità deve avere una dimensione di trascendenza e amore superiore, totalizzante.
È questo il supremo insegnamento, il lascito d’amore di Gesù, morto e gloriosamente risorto. •

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