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Sotto la neve calore umano

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Fermo: il ghiaccio ha costretto a vivere la città a piedi

Giorni di neve e di gran freddo. Cammino tra i vicoli di una Fermo fantastica. Ghiacciata la grande fontana del Girfalco. Bene l’ha immortalata il fotografo-peripatetico Franco Marinucci. Non è il solo scatto che stupisce. C’è quello di via San Tommaso, c’è quello di Villa Vitali, ci sono quelli della minuscola casa di Salette, della piccola chiesa della Castiglionese, delle solitarie panchine del Colle Sabulo E c’è quello di un assiso e pensoso Sisto V, che ha perso il mantello grigio per indossarne uno candidato. Sempre più benedicente e forse oggi più simpatico.
Arrivo al Porticato di Palazzo Gigliucci. È sempre un piacere aggirarvisi. Costruito intorno al Milleottocento, il Porticato è pieno di fascino, non credo esista nelle Marche un’opera similare. Forse, causa neve – ma non penso – s’è trasformato in posteggio.
Le scuole sono chiuse. Bambini per strada. Diversi dinanzi al Duomo. Occorre la neve per estrarre dalle case e dai luoghi dello sport i giovanissimi, e ritrovarli assieme. Anche gli adulti prediligono il manto nevoso. Fa festa. È quasi una banalità scriverlo. Credo però che lo schema per leggere l’odierno abbia bisogno di un ripensamento. Dicono: mondo individualista, ognun per sé, egoismo sempre più montante, liquidità (e non nel senso di disponibilità economica). Eppure, sul Girfalco, sotto i portici di piazza, al Monterone di Santa Lucia, nei caffè, la gente si ritrova a comporre pallate di neve pesante e a bere cioccolate calde. Come per un’occasione buona per riprendere senso di comunità.
Un sociologo eretico, schifiltosamente guardato dai colleghi accademici, mi riferisco a Michel Maffesoli, parla di un ritorno alle tribù. Non quelle tradizionali o arcaiche. A tribù più recenti, coagulantisi intorno a nuovi dei. Non Zeus, non Apollo, non Venere. Dioniso, invece, divinità ctonia, tellurica, che lega la natura al nuovo ideale del corpo, del benessere fisico, del puro divertimento. È un’oscillazione tra il superato Prometeo, visione dell’uomo padrone e signore del mondo, e Dioniso, dio arcaico della vegetazione e della naturalità. Tra i due insorge Orfeo, l’artista per eccellenza, «nostalgia per ciò che si è perduto».
Mi raccontano che a Campiglione, i ragazzini cinesi sono usciti a giocare con la neve vestiti quasi a festa.
Mentre esco dall’abbraccio del Porticato, incontro una ragazzo africano, nero nero. Indossa una giacca a vento bianca. Spicca. Fa un saltello per scrollarsi, inutilmente, la neve dalle scarpe basse e inadatte. Mi saluta. Lo saluto. Lo faccio sempre con loro. Stavolta però è diverso. È più amichevole.
Qualche giorno fa, salutando i miei amici su FB, ho postato: «Qualcuno ha scritto che “la natura facendosi afferrare nel paesaggio, ci ricorda che la vita sociale è basata sulla tattilità”.
Come dire: sul corporeo, carnale, concreto». Direi di più: sul rapporto. Unico, irripetibile, in rapporto con gli altri, così dipingeva la persona Sant’Agostino. Ma la «parte del Diavolo» è sempre presente. Schifato, il pensiero va alle truci richieste siriane di sesso a donne affamate da parte di uomini di ONG e addirittura dell’ONU.
Questo mondo ha proprio bisogno di ritrovare un’anima. Candida come questa neve. •

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