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Anche Mattia Pascal vince al Casinò

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“Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie, che ora, oppresso e fiaccato com’ero dalla doppia recente sciagura, mi cagionavano un disgusto intollerabile; non sapendo più resistere alla noia, anzi allo schifo di vivere a quel modo; miserabile, senza né probabilità né speranza di miglioramento, senza più il conforto che mi veniva dalla mia dolce bambina, senza alcun compenso, anche minimo, all’amarezza, allo squallore, all’orribile desolazione in cui ero piombato; per una risoluzione quasi improvvisa, ero fuggito dal paese, a piedi, con le cinquecento lire di Berto in tasca” (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal).
Bibliotecario con uno stipendio da fame, senza nessuna autorità, succube della suocera, vedova Pescatore, in contrasto con la moglie Romilda, persa la propria mamma e la figlioletta appena nata, dopo aver vagato per la campagna nel podere della Stia, presso la gora del molino, salutato il vecchio mugnaio Filippo che gli racconta i bei tempi andati dei propri genitori, Mattia Pascal decide di andare all’avventura. Destinazione Marsiglia per imbarcarsi poi verso l’America. Giunto a Nizza, decide di recarsi a Montecarlo per giocare alla roulette. Male che gli poteva andare avrebbe perso solo cinquecento lire che il fratello Berto gli aveva dato per pagare i funerali della mamma. A questo aveva pensato la zia Scolastica.
Prima di entrare nel palazzo ornato di marmo, aveva notato che all’esterno dell’edificio c’erano dei grandi alberi. Se avesse perso tutto, sarebbe stato facile per lui appendersi ad uno di quegli alberi con la cinghia dei pantaloni. Non aveva mai giocato alla roulette. Per scaramanzia si era fermato precedentemente presso una bottega su l’Avenue de la Gare, per acquistare un libro che conteneva spiegazioni sul modo di giocare alla roulette. Non ci capisce nulla. Decide di tentare la sorte. Entrato nella sala di gioco, incontra per caso un signore di Lugano che gli suggerisce di puntare sul numero dodici.
Prima di iniziare il gioco osserva gli altri clienti della sala per capire come e cosa facevano. Non era poi così complicato come era scritto sul libro acquistato poco prima: “In mezzo al tavoliere, sul tappeto verde numerato, era incassata la roulette. Tutt’intorno, i giocatori, uomini e donne, vecchi e giovani, d’ogni paese e d’ogni condizione, parte seduti, parte in piedi, s’affrettavano nervosamente a disporre mucchi e mucchietti di luigi e di scudi e biglietti di banca, su i numeri gialli dei quadrati; quelli che non riuscivano ad accostarsi, o non volevano, dicevano al croupier i numeri e i colori su cui intendevano di giocare, e il croupier, subito, col rastrello disponeva le loro poste secondo l’indicazione, con meravigliosa destrezza; si faceva silenzio, un silenzio strano, angoscioso, quasi vibrante di frenate violenze, rotto di tratto in tratto dalla voce monotona sonnolenta dei croupiers: – Messieurs, faites vos jeux! Mentre di là, presso altri tavolieri, altre voci ugualmente monotone dicevano – Le jeux est fait! Rien ne va plus. Alla fine, il croupier lanciava la pallottola sulla roulette: – Tac tac tac”.
Mattia Pascal non ascolta il consiglio del signore di Lugano. Punta a casaccio sul numero venticinque. La pallottola si posa proprio sul numero dichiarato. Pascal non sta in sé dalla gioia. Ha vinto una somma ingente di denaro. Un tedesco che parlava francese gli si scaglia addosso sostenendo che il denaro vinto era suo. Pascal guarda i croupiers che non si scompongono. Si allontana dal tavolo di gioco per recarsi presso un’altra sala dove molti giocatori.
Prima di giocare li osserva tra gli altri: “Un giovinetto, pallido come di cera, con un grosso monocolo all’occhio sinistro il quale affettava un’aria di sonnolenta indifferenza; sedeva scompostamente; tirava fuori dalla tasca dei calzoni i suoi luigi; li posava a casaccio su un numero qualunque e, senza guardare, pinzandosi i peli dei baffetti nascenti aspettava che la boule cadesse; domandava allora al suo vicino se aveva perduto. Lo vidi perdere sempre”.
Mattia Pascal ritorna in se stesso e inizia a giocare anche lui: “A poco a poco, guardando, la febbre del giuoco prese anche me. I primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in uno stato d’ebbrezza estrosa, curiosissima: agivo quasi automaticamente, per improvvise, incoscienti ispirazioni; puntavo, ogni volta, dopo gli altri, all’ultimo, là! e subito acquistavo la coscienza, la certezza che avrei vinto; e vincevo. Puntavo dapprima poco; poi, man mano, di più, di più, senza contare. Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in me, né s’intorbidiva per qualche colpo fallito, perchè mi pareva d’averlo quasi preveduto; anzi, qualche volta, dicevo tra me: « Ecco, questo lo perderò; debbo perderlo ».
Ero come elettrizzato. A un certo punto, ebbi l’ispirazione di arrischiar tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto in sudore, e gelato. Mi parve che uno dei croupiers, come sorpreso di quella mia tenace fortuna, mi osservasse. Nell’esagitazione in cui mi trovavo, sentii nello sguardo di quell’uomo come una sfida, e arrischiai tutto di nuovo, quel che avevo di mio e quel che avevo vinto, senza pensarci due volte: la mano mi andò su lo stesso numero di prima, il 35; fui per ritrarla; ma no, lì, lì di nuovo, come se qualcuno me l’avesse comandato”.
Pascal gioca di nuovo e punta sullo stesso numero e vince ancora. “Presi il denaro e dovetti allontanarmi, come un ubriaco.
Caddi a sedere sul divano, sfinito: appoggiai il capo alla spalliera, per un bisogno improvviso, irresistibile, di dormire, di ristorarmi con un po’ di sonno. E già quasi vi cedevo, quando mi sentii addosso un peso, un peso materiale, che subito mi fece riscuotere. Quanto avevo vinto? Aprii gli occhi; ma dovetti richiuderli immediatamente: mi girava la testa. Il caldo, là entro, era soffocante. Come! Era già sera? Avevo intraveduto i lumi accesi. E quanto tempo avevo dunque giocato? Mi alzai pian piano; uscii”.
Mattia Pascal si reca a Montecarlo per dodici giorni di fila: “Non ebbi più né modo né tempo di stupirmi allora del favore, più favoloso che straordinario, della fortuna: ero fuori di me, matto addirittura; non ne provo stupore neanche adesso, sapendo purtroppo che tiro essa m’apparecchiava, favorendomi in quella maniera e in quella misura. In nove giorni arrivai a metter su una somma veramente enorme, giocando alla disperata: dopo il nono giorno cominciai a perdere, e fu un precipizio. L’estro prodigioso, come se non avesse più trovato alimento nella mia già esausta energia nervosa, venne a mancarmi. Non seppi, o meglio, non potei arrestarmi a tempo. Mi arrestai, mi riscossi, non per mia virtù, ma per la violenza d’uno spettacolo orrendo, non infrequente, pare, in quel luogo”.
Al dodicesimo giorno, decide di fermarsi davanti alla morte del giovinetto che aveva conosciuto nei primi giorni del suo soggiorno a Montecarlo:
“Pareva più piccolo, lì in mezzo al viale: stava composto, coi piedi uniti, come se si fosse messo a giacere prima, per non farsi male, cadendo; un braccio era aderente al corpo; l’altro, un po’ sospeso, con la mano raggrinchiata e un dito, l’indice, ancora nell’atto di tirare. Era presso a questa mano la rivoltella; più là, il cappello. Mi parve dapprima che la palla gli fosse uscita dall’occhio sinistro, donde tanto sangue, ora rappreso, gli era colato su la faccia”. Mattia Pascal ritorna a Nizza da cui riparte nello stesso giorno. Ha con sé circa ottantadue mila lire. “Tutto potevo immaginare, tranne che, nella sera di quello stesso giorno, dovesse accadere anche a me qualcosa di simile”.
Il protagonista muore come Mattia Pascal e risorge sotto un altro nome, Adriano Meis.
Ma non riesce a risolvere i problemi esistenziali della propria vita. Ritorna al proprio paese. Nemmeno la fortuna accumulata a Montecarlo lo aiuta. “La farina del diavolo va tutta in crusca”.
Sì, è proprio così. Il romanzo è uno dei capolavori di Luigi Pirandello. Vale la pena rileggerlo. L’episodio del gioco alla roulette a Montecarlo è uno dei tanti intrecci del romanzo. •

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