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Educare giocando

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Mentre va declinando la forza educativa di genitori, nonni, insegnanti, preti, va invece crescendo il rilievo educativo del Mister, come in genere, nell’ambito calcistico, viene indicata la figura dell’allenatore. Infatti, oltre agli allenatori famosi e strapagati che operano nella Champions League o nella Serie A italiana, ci sono molti “ allenatori di periferia “ che, per pura passione, nei nostri paesi lavorano con bambini e adolescenti per fornire loro una educazione di base nella pratica del calcio.
Tra questi c’è Furio, un allenatore di Servigliano, che è un personaggio di riferimento per le sorti del calcio giovanile della Media Val Tenna. Inizia ad allenare nel 1984, quando gioca in seconda categoria con la Servigliano calcio. La squadra perde le prime sette partite.
Il presidente, Franco Fratini, decide allora di nominarlo allenatore. La squadra riesce a salvarsi, perché, pur perdendo quasi sempre fuori casa, in casa, invece, molto spesso in “ zona Cesarini “, riesce a vincere tutte le partite.
Nell’anno successivo allena la prima squadra di Servigliano e si occupa anche del settore giovanile. Negli anni seguenti allena a Belmonte, Rapagnano, Piane di Montegiorgio, Monte San Martino. Allena anche squadre della prima categoria, come la Folgore di Piane di Falerone, e la Vis di Sant’Elpidio a mare. In Ancona, Furio frequenta un corso per conseguire il patentino di allenatore. Ha come maestro il roccioso Romeo Benetti, un combattivo centrocampista che molti ricordano ancora per i lividi che i suoi tacchetti lasciavano su gambe e caviglie degli avversari in interventi che gli arbitri di oggi avrebbero sanzionato con espulsioni a vita.
Nella sua attività, Furio si dedica soprattutto ad avviare alla pratica calcistica bambini tra i 6 e gli 11 anni. Le partite tra le varie squadre sono autogestite. Si va dai tre contro tre dei più piccoli, ai nove contro nove degli esordienti. Ai bambini insegna le tecniche di base del calcio: stop, palleggio, passaggio, tiro. Educa inoltre allo spirito di squadra, a “fare spogliatoio”, come si dice in gergo, un ingrediente essenziale della pratica del calcio.
“Con i bambini – mi dice Furio – si lavora bene”. Certo, a volte sono un po’ pigri, altre volte vanno sollecitati a liberarsi dalle cattive abitudini alimentari che favoriscono il fenomeno della obesità infantile. Tuttavia, opportunamente stimolati, i bambini tra i 5 e gli 11 anni in genere rispondono ben. Il discorso cambia per i ragazzi dopo i 12 anni. Con loro il lavoro dell’allenatore diventa più difficile. Molti abbandonano. Quelli che restano sono a volte poco attenti e vanno continuamente sollecitati. Insomma, anche l’allenatore, come i genitori, in nonni, gli insegnanti, i preti, deve misurarsi con i problemi non sempre facilmente decifrabili dei ragazzi in età adolescenziale.
Nella sua attività di allenatore, Furio cerca di insegnare a bambini e adolescenti il rispetto dei compagni e degli avversari. Li educa al senso della collaborazione e alla “ legge della squadra “, fa del tutto, mentre vanno crescendo, per tenerli lontani da “ giri strani”.
Il rispetto delle regole, la puntualità, l’impegno in allenamento e in partita, la capacità di non perdersi d’animo nella sconfitta, l’esercizio all’autocontrollo nel linguaggio e nei gesti, sono cose che educano. Contribuiscono infatti alla maturazione di una gestione responsabile di se stessi e aiutano a vivere in maniera costruttiva e collaborativa il rapporto con gli altri.
“Con i ragazzi – mi dice Furio – resta un rapporto anche quando smettono di giocare a calcio e non fanno più parte del giro della squadre”. Egli è molto attento, inoltre, a coltivare il rapporto con i genitori, che vengono convocati varie volte nel corso dell’anno per condividere un pranzo o una cena.
L’alto numero dei partecipanti a questi momenti di incontro conviviale è un indice eloquente del buon rapporto che esiste tra genitori e allenatore.
Furio si sforza anche di far capire ai genitori l’importanza del fatto che tutti debbono giocare, non solo quelli bravi.
In età infantile o pre-adolescenziale il calcio non può essere infatti praticato con una mentalità selettiva che induca all’esclusione dei meno dotati.
L’allenatore, se porta avanti il proprio lavoro con passione, competenza, attenzione ai problemi dei bambini e ragazzi a lui affidati, e non si svende alla logica truffaldina di procuratori che utilizzano il calcio giovanile per le loro estorsioni e i loro raggiri, può essere un importante riferimento educativo, perché allena non solo a giocare a pallone, ma a quel gioco più complesso e difficile che è la partita della vita. •

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