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Elogio del latino

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La lingua di Cicerone educa al rispetto delle sequenze temporali

Sono stato sempre innamorato della lingua latina, consapevole per averla scavata in profondità della sua importanza, in particolare  dal punto di visto logico-educativo. Matrice dell’idioma che oggi parliamo, in realtà bistrattato a causa dell’emergere del fenomeno inarrestabile di contrazione di fonemi che – in ossequio al diktat informatico – è figlio della cultura della velocità, ricordo i compiti che svolgevo a casa, aiutato da mia mamma, anche lei innamorata della lingua di Cicerone, i consigli, le correzioni. E i giudizi a pieni voti sui compiti in classe. Purtroppo, da qualche tempo pare che la sua importanza sia scemata, e da più parti si è levato un coro distonico secondo il quale la cosiddetta lingua morta non servirebbe a nulla, nemmeno a sistemare i paletti della logica, che sono essenziali per un ragionamento chiaro e coerente. In linea con l’opinione del Prof. Dionigi, il latino è, al contrario, più vivo e attuale che mai.
Basti pensare che, dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, la capitale francese ha deciso di dar voce al proprio dolore e alla propria forza attraverso le parole: Fluctuat nec mergitur – la nave “è sbattuta dalle onde ma non affonda”.
L’equivalente del Frangar, non flectar, “mi spezzerò ma non mi piegherò”. L’emerito precettore ha, giustamente, parlato di un “problema didattico di fondo” e della necessità di coniugare il passato, rappresentato dal policromo e multiverso patrimonio culturale che gli Antichi ci hanno lasciato in eredità, con il presente. Insomma, lo studio del latino va ben oltre le declinazioni e i tempi verbali, e-duca (in questo contesto, apre la mente per poter vedere la realtà da un’altra prospettiva), attraverso il pensiero di uomini illustri, grandi pensatori e politici, mentori e compagni di viaggio.
Nella sua eleganza e nelle sue regole grammaticali, riesce a creare un equilibrio di tanti piccoli elementi che, combinati, formano un meccanismo perfetto. Come i tasselli di un puzzle che si incastrano tra di loro, del quale, una volta completato, è possibile cogliere il messaggio.
La parola “desiderio” nasce dal latino “de”, complemento di distanza, e dal termine sidus-eris, stella. Desiderare significa quindi “assenza di stelle”, nostalgia di qualcosa che si è conosciuto e che si cerca di ritrovare.
“Nell’antica Roma – continua il Prof. Dionigi – tutto era all’insegna del tempo, mentre oggi sembra che il senso del tempo si sia completamente perso”, trascinandoci in un indistinto piatto, prono al verbo dei mezzi di comunicazione e della rete che tutto invischia, catturandoci come mosche.
Questo, oltra a farci perdere il senso della temporalità, non induce a riflettere che, per capire dove stiamo andando, è importante guardare da dove (unde) veniamo.
Ed è proprio il bisogno di ritrovare il “desiderio” di non abbandonare le nostre radici il “dato” su cui poggia il certamen latinum Firmanum “V. Tosco”, che ha visto salire sul podio tre giovani latinisti marchigiani.
Mi piace concludere sottolineando che il latino è una lingua pratica, icastica (per fare un esempio, medio tempore è un sintagma che sostituisce un’espressione della lingua italiana di una decina di parole all’incirca) a differenza del greco antico, la lingua artistica per antonomasia.
A ciò si inanella la vulgata dialettale, che attinge a piene mani dalla lingua dei nostri padri, ed è particolarmente marcata nel territorio fermano e nel maceratese, conservando un valore in sé, ma anche come custode della Storia. Fidatevi: ne è valsa la pena studiare il latino, ma soprattutto amarne la voce. •
* alias Jeff Qohelet

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