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Accanimento eutanasico

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Amare riflessioni sulla presunta “inutile vita” del piccolo Alfie

Non volevo scrivere nulla sull’argomento perché è già sufficientemente inflazionato ad ogni livello ma sento il bisogno di mettere in ordine e condividere alcune riflessioni personali perché posso dire che dalla sera del 22 aprile il mio respiro si è adeguato al percorso di Alfie Evans: è rallentato tristemente quando ho visto le prime immagini del bambino staccato dal respiratore; ha ripreso come ho saputo che erano ricominciate parzialmente almeno l’ossigenazione e l’idratazione e che il piccolo manifestava una certa autonomia nella respirazione; è stato reso per qualche istante più faticoso dalla notizia della morte.
Nel groviglio di sentimenti, pensieri e notizie il dettaglio che mi ha maggiormente colpito è stato l’atteggiamento dei genitori che, al pari del loro piccolo, hanno lottato con tutti i mezzi possibili: Alfie sembrava non arrendersi alla morte che  la presuntuosa sicumera di certe diagnosi mediche prevedeva immediata dopo l’estubazione, e i genitori-ragazzini hanno intrapreso una battaglia che ha mosso e commosso, se non il mondo intero, senz’altro almeno l’intera Europa. Due genitori culturalmente figli della loro società, molto giovani, non sposati ma che hanno dimostrato una tenacia e uno sguardo di fede sul valore della vita di fronte al quale anche io mi sento piccolo e molto più indietro.
Mi ha colpito il loro essersi rivolti fin da subito a quello che pensavano fosse un pastore affidabile, l’arcivescovo di Liverpool: non era una scelta scontata perché il padre di Alfie è cattolico ma la mamma appartiene alla Chiesa Anglicana che nel Regno Unito è Chiesa di Stato, molto più influente e ascoltata della minoranza cattolica. Eppure hanno scelto di appellarsi al rappresentante locale di Santa Romana Chiesa, forse perché ricordavano che la Chiesa Cattolica è quella che si batte sempre per la tutela e la promozione della vita soprattutto quando questa è fragile e indifesa. Ma hanno ricevuto una enorme batosta morale: il loro vescovo nemmeno li ha ricevuti e mai ha speso una parola in loro favore, anzi, li ha freddamente scaricati scrivendo erroneamente in un comunicato ufficiale che nessuno dei due è cattolico romano mentre l’intera Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles, mettendo insieme uno squallore di rara ricercatezza, ha emanato un comunicato nel quale sposa in pieno la scelta dell’ospedale Alder Hey e pertanto definisce “migliore interesse” del bambino l’opzione eutanasica (non così il Papa, il card. P. Parolin e nemmeno autorevoli voci dell’episcopato italiano come i vescovi F. Cavina, G. D’Ercole e F. Moraglia).
Eppure abbiamo tutti visto foto e video di un bambino amato e coccolato dai suoi genitori, capace di rispondere con i gesti e lo sguardo alle attenzioni che riceveva; un bambino che sicuramente viveva una condizione debilitante ma non soffriva e allora perché tanta fretta e tanta freddezza nel volergli staccare il respiratore per lasciarlo morire soffocato? Perché non una parola di compassione e comprensione da parte dei vescovi del Regno Unito il cui primate anzi – il card. Vincent Nichols – ha pubblicamente difeso l’operato dell’ospedale che, è vero, ha curato Alfie non per qualche giorno ma per 18 mesi, ma ora ha intrapreso un’azione giudiziaria di fatto volta a sopprimerlo ad ogni costo contro la volontà dei genitori?
Un ospedale il cui operato è stato più volte discusso ed oggetto di denunce in passato come quella presentata dall’infermiera Bernerdette Loyd nel 2012 per la disumanità con cui i malati terminali del reparto pediatrico venivano lasciati morire di fatto per disidratazione.
L’aspetto più sconvolgente però è quello giudiziario per il quale i giudici sono stati irremovibili e hanno deciso che questo bambino doveva comunque morire nonostante la mobilitazione dell’intera Europa, l’offerta di cure da parte di altri ospedali (con la stupenda precisazione che Alfie è inguaribile ma non incurabile) i molteplici moniti del Papa, la volontà contraria dei genitori, l’incertezza di una diagnosi medica che ha manifestato tutta la propria precarietà e inaffidabilità al punto tale che, iniziato il protocollo di morte, lo hanno dovuto sospendere perché il bambino ha continuato a respirare autonomamente (lo hanno fatto boccheggiare per 10 lunghissime ore ma alla fine -se per ragioni di scienza o di pietà non importa- hanno dovuto ripristinare parzialmente ossigenazione, idratazione e nutrizione per poi togliere nuovamente l’ossigeno in un secondo tempo).
Le sentenze di vario livello pronunciate su questo caso non possono non fare riflettere perché non hanno avuto lo scopo di mettere fine ad un accanimento terapeutico, ma di indurre con una determinazione senza precedenti un accanimento eutanasico; l’attuale promozione delle leggi a favore dell’eutanasia sottolinea sempre che si tratta di sostenere la libera scelta della persona o di coloro che ne fanno le veci e ne hanno la tutela legale ma in questo caso la libera e convinta scelta degli unici autorizzati a farlo, i genitori, è stata calpestata con una violenza inaudita e questo ha svelato la reale intenzione del legislatore che usa la maschera dell’autodeterminazione per promuovere in realtà l’eliminazione della vita che considera inutile, cioè di peso e non produttiva.
È ciò che hanno sostenuto le ideologie più disumane della storia; in questo modo la vita fragile e bisognosa non è più vita da amare, accudire e tutelare, ma peso di cui liberarsi. Siamo agli antipodi del Vangelo e non mi stupisce che questo pensiero trovi il proprio portabandiera in un giudice massone o in una scienza senza Dio, ma mi sconcerta che se ne facciano portavoce anche i pastori del popolo di Dio. L’udienza che il Papa ha concesso a Tom Evans, i successivi appelli e i tweet non possono neanche minimamente mettere in ombra la squallida freddezza delle parole dell’episcopato del Regno Unito, allineato con l’Alder Hey, nonostante la molteplicità di comportamenti quantomeno discutibili e forzosi quali la pretesa della morte per sentenza, le forze di polizia a presidio dell’ospedale per poter agire indisturbati, l’allontanamento del cappellano, la proibizione del trasferimento in Italia, come in qualsiasi altra struttura disponibile ad accogliere il bambino e a farsene carico con la risibile motivazione che non reggerebbe il viaggio e rischierebbe la morte (sic!); è già, Alfie non può semplicemente rischiare la morte: l’Alder Hey deve averne la certezza!
Qualcuno potrebbe pensare che comunque questa storia è arrivata alla fine, tristemente ma ci è giunta, e invece non è così perché a quasi quattro giorni dal decesso il corpicino non è stato ancora restituito alla famiglia e sembra che mai lo sarà; se questo accadrà davvero sarà il chiaro segno che l’ospedale teme davvero i risultati di un’autopsia imparziale da cui intende tutelarsi.
Rimane l’amarezza personale per una Chiesa inglese la cui voce si è dimostrata troppo fievole e confusa ma anche la consolazione che deriva dal sapere che le parole del giudice P. Hayden sulla «inutile vita» di Alfie sono state smentite dalla partecipazione di massa agli eventi che testimonia come quel neonato silente ci ha coinvolto e ci ha fatto “utilmente” pensare, pregare, sperare, commuovere e appassionare alla vita come raramente accade. •

don Andrea Bezzini
Parrocchia San Lorenzo Martire

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