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Chi può dire: malato?

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“…c’è un tempo per vivere e un tempo per morire”
Ecclesiaste

Dalla concezione paternalistica, tradizionalmente fondante il rapporto tra medico e paziente, si va verso esigenze di conoscenza dal volto ormai chiaro. A cosa si (ac)consente, se non all’intervento di chi ha giurato di prendersi cura della salute dell’altro? Tuttavia, nelle disposizioni sul c.d. fine vita (e sul “biotestamento”) si misurano impacci semantici che tristemente contraddicono ed invertono l’andamento evolutivo della scienza medica. Se un tempo il medico – osserva un noto bioeticista – doveva evitare di nascondere – tanto bastava a dire adeguatamente consapevole il paziente – oggi il professionista deve informare, che, si badi, è molto più che comunicare. Non basta dire, occorre spiegare, dar modo di avere una percezione piena, talvolta persino alfabetizzare. Tutto semplice, o forse no (…) Consentire a qualcosa implica l’individuazione di quel qualcosa, ed oggi l’impresa si fa più che mai ardua; nutrizione e idratazione artificiali, per esempio: vi si fa ricorso anche per fronteggiare situazioni patologiche del tutto reversibili e, dunque, nient’affatto terminali; l’habitus mentale le colloca tra le emergenze di fine vita”. E così, tutti i cittadini hanno diritto ad esprimere ora, consegnandole ai Comuni che hanno un registro, ad un notaio, lettere firmate autenticate con le loro decisioni future in materia sanitaria. O a vedere rispettati i documenti gia scritti e consegnati a pubblici ufficiali o ad associazioni.
È così in vigore l. 22 dicembre 2017, n. 219: lex voluit. Ora, leggendo l’art. 5, comma 2, sorge inquietante l’interrogativo (l’horror vacui di agostiniana memoria): quali patologie meritano tale consenso? come stabilire se sono in atto oppure no? basta una patologia qualsiasi a introdurre il tema del fine vita? Anche di fronte a una prognosi estrema, l’evolversi della patologia quale può essere? E «quanto il paziente può realisticamente attendersi in termini di qualità di vita» è parametro “congruo”? Prima che soggettivo, è oggettivo? E ancor prima, è conoscibile? A latere (la questione dell’)accanimento terapeutico in concordia discors con la eutanasia.
Si è giustamente stigmatizzato: è la linea dove poter decidere – homo faber fortunae suae – la vita e la morte a spostarsi avanti, oppure è la nostra capacità di sentirle quali dono a offuscarsi? La produzione di norme e l’idea stessa di diritto si sono estese alla possibilità di regolamentare e controllare non soltanto salute e malattia, ma lo stesso generare e porre termine all’esistenza, quando non è possibile risolvere tali problematiche attraverso dogmi di nessun tipo, né confessionali e nemmeno scientifici e quantomeno mediatici, essendo necessario confrontarsi con loro cause e conseguenze, tanto nel rispetto di ogni caso personale, quanto in relazione ad un disegno sociale collettivo. Occorre così chiedersi pure cosa resti del libero arbitrio in un mondo dove lo scegliere non sembra rispondere tanto a finalità specifiche, quanto piuttosto ad una specie di ansia da prestazione che degrada misura e significato dell’esistenza a criteri mercantilistici.
Le cose si complicano ulteriormente guardando al futuro della medicina: come predire di anni e/o decenni la/le patologie che saranno incurabili e quelle che non lo saranno? Con quale percentuale di probabilità o certezza si affronta un “consenso informato” di questo tipo? E come può percepire e comprendere l’informazione un soggetto che non è provvisto di strumenti conoscitivi “pieni”, o semplicemente di una condizione giuridica di piena disponibilità dei diritti? Per i profani, capita spesso di riflettere su questi temi per rispondere a luoghi comuni e stimoli provvisti di risonanza mediatica: tentazioni alle quali un “giurista” dovrebbe restare immune.
Per i medici, in una visione ideale del mondo, l’essere vivente “uomo” e l’essere vivente “uomo malato” non sono mai pienamente prevedibili; ogni medico lo sa perché lo vive, ogni giorno, in corsia o nella sua “coscienza”. In questo garbuglio inestricabile, se il problema di medicina e (bio)diritto non è la morte (ineluttabile), un nuovo indispensabile Umanesimo dovrà fare dell’umana pietas il comun denominatore delle situazioni di malattia che volgono inesorabilmente alla fine. Pena la perdita definitiva del Senso. •

* alias Jeff Qohelet

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