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Ci si incontra anche per lettera

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L’amicizia come nostalgia del tempo che scorre in modo inesorabile

“Pronto, sono Raphael. Ti telefono da Marsiglia”. Rispondo imbarazzato: “Conosco un ragazzo che si chiama Raffaele. Dal momento che mi telefoni dalla Francia, forse hai solo trasformato il tuo nome italiano in quello francese”. Sì, era proprio la stessa persona. Mi aveva messo in contatto con lui un amico comune, prematuramente scomparso alcuni anni fa. Dopo la telefonata, con Raphael e altri amici dei tempi della Scuola Media e del Ginnasio-Liceo ci siamo rivisti in anni diversi a Montefortino e alla Madonna dell’Ambro.
Nel primo appuntamento, quello del 30 luglio 2006 a Montefortino, ci ritrovammo in trentadue a rispondere al suo appello, alcuni con figli e le rispettive mogli. C’era chi veniva dalla provincia di Macerata, da Ascoli, da Teramo, da Chieti e da Ancona. Commovente ed imbarazzante la presentazione di rito. Molti avevano con sé alcune foto di quando erano piccoli e frequentavano assieme la scuola Media, il Ginnasio o il Liceo. Dai quaranta ai quarantacinque gli anni trascorsi. Si poneva mano alle fotografie e si chiedeva se per caso il signore con cui si stava parlando era lo stesso ragazzo della fotografia, esile e mingherlino di tanto tempo prima.
Rotto il ghiaccio, ci si trasferì tutti al ristorante. Si sa che il momento conviviale è ciò che occorre per attaccare discorso e sciogliersi, facendo leva sui ricordi: i professori delle Medie, del Liceo, quelli bravi, altri meno bravi, le esperienze fatte allora, quelle successive, di lavoro e professionali. Molte le categorie rappresentate: medici, farmacisti, professori, infermieri, un fotografo di professione, piccoli imprenditori, rappresentanti di commercio. Poi il discorso andò a finire sui figli, sui loro studi, la loro professione e si incominciava a capire che il tempo trascorso era veramente tanto.
Incontrarsi con chi ha fatto con te un percorso comune, è sempre positivo. Serve per misurare il grado di amicizia, la fedeltà agli ideali condivisi, la propria maturità. Chiedersi come siamo e com’eravamo, giova sia a chi visita sia a chi è visitato. Se si viene a conoscere poi che qualcuno non sta bene, allora subentra lo sconforto. Si vorrebbe che il tempo si fermasse e che la vita fosse sempre quella dell’eterna giovinezza. Quando non è possibile incontrarsi fisicamente, si ricorre alla lettera che non è per niente sostituita dai nuovi mezzi di comunicazione. È un mezzo che uso spesso soprattutto per tenermi in contatto con persone lontane solo geograficamente. Carlo, Angela, Luigi, Guido sono amici di famiglia conosciuti a Giussano, in Brianza dove ho abitato per vent’anni. Tante sono state le occasioni per ascoltarli al telefono o per scrivere loro delle lettere in occasioni particolari. Francesco e Roberta, Alberto e Nadia sono venuti più volte a Civitanova Marche; con loro basta una telefonata.
“Carissima Angela, abbiamo saputo della prematura scomparsa della tua cara mamma. Non troviamo le parole adatte per esprimerti tutta la nostra attenzione, sostegno e vicinanza in questo momento di dolore che rinnova per te altri momenti tristi. Non dimenticheremo mai la tua famiglia: tuo papà Nino, la tua mamma, tuo fratello Emilio. Abitando nello stesso cortile, eravamo più che vicini di casa: le tue visite in casa nostra, gli acquisti nella cartoleria di famiglia, il retrobottega, la tipografia dove era possibile incontrare ad ogni ora del giorno tuo papà Nino. Ricordo qualche pomeriggio di Domenica quando scendevo in cortile, passavo sul retro del negozio e stavo delle ore a sentir raccontare da tuo papà le storie della Giussano di tanti anni fa: l’oratorio di via Addolorata, gli spettacoli e le compagnie di teatro, i Colla. E che dire di Emilio, tuo fratello! È stato uno dei primi ragazzi che ho conosciuto fin dal mio primo arrivo a Giussano. Io non ero ancora sposato e nemmeno tuo fratello lo era. Gli amici comuni: Luigi, Luigi C. Vincenzo, Ambrogio, Carlo ed altri ci permettevano di avere continue visite e chiacchierate all’interno del negozio o anche sulla strada, meglio, sul marciapiedi davanti alla piazza San Giacomo…”.
“Carissimo Carlo, ho letto con piacere il libro che mi hai mandato. È un testo che va letto ‘lentamente, senza fretta’. Accompagnamento, condivisione, incontro, ascolto, sono le parole chiave che guidano tutto il lavoro. Mi sembra di ascoltarti, come ero abituato a fare, quando ci si incontrava e parlavi del tuo lavoro, magari riferendo a volte quello che ti capitava di vivere con i tuoi colleghi. Il nostro lavoro, dicevi, non è di routine. Abbiamo a che fare con delle persone che dipendono da noi in tutto. Non possiamo calcolare i minuti e il tempo che passiamo con loro, comportandoci come altri lavoratori. Forse le parole non erano queste, ma sono quelle che scrivi ripetutamente nel libro. Tutte le pagine sono belle ed anche le riflessioni. Belle anche quando parli dei vissuti dei tuoi pazienti presso il ‘Piccolo Cottolengo’ di Seregno. Mi è particolarmente piaciuto quando scrivi che c’è un dire che serve per infiocchettare con parole e termini ricercati quello che andiamo dicendo, e c’è un dire più asciutto che va diritto al cuore delle cose: ‘Accanto a chi soffre, le parole e i nostri discorsi trovano il loro limite, sentono la loro inadeguatezza e nello stesso tempo si arricchiscono di vita’ (pag. 44). Ti ammiro. Non hai perso nulla dell’entusiasmo dei tuoi anni passati…”.
“Carissimo Luigi, ho lasciato passare qualche giorno dalla telefonata con la quale ci annunciavi la perdita della cara mamma, la signora Mina. Qualcuno sostiene che il tempo fa dimenticare i ricordi. Nulla di più lontano dal vero nel nostro caso. Quando sentiamo della scomparsa di persone care di Giussano, con le quali abbiamo fatto un bel pezzo di vita insieme, avvertiamo che viene meno qualcosa anche in noi. Lo è stato quando abbiamo avuto la notizia della morte di Emilio ‘Caputel’, della mamma, di Antonio Pedretti, di Gabrio Elli, di Vittorio Colombo, il salumiere che aveva il negozio sull’altro lato della strada. Venti anni trascorsi in piazza San Giacomo non si dimenticano affatto, poi le frequentazioni continue con te, con la mamma, il papà, il signor Pino, Faustina e Lena, per noi zie acquisite. Con voi abbiamo condiviso momenti di vita, stima, rispetto e amicizia. Tra le cose più care che teniamo con noi ci sono due fotografie. La prima è stata scattata nel giardino di casa tua di viale Rimembranze, con te, tua mamma, Antonio, mio nipotino che ha ora quarantadue anni e MariaVittoria, molto piccola nella foto. Antonio era venuto a Giussano a farci visita. L’altra è all’interno dell’appartamento di piazza San Giacomo, quando era ancora occupato da zia Faustina e zia Lena, prima che andassero presso La Residenza Amica. Zia Faustina e Zia Lena sono appoggiate alla finestra dell’appartamento, quella che dava sulla strada, nella stanza occupata da tuo papà per il lavoro. Si vedono ancora i coppi rossicci della casa che era, là dove c’è il centro commerciale, Acli Duemila. Ricordi e profumi di cose perdute. Nostalgia, come dolore per il tempo trascorso…”.
Guido è l’amico di Lissone con il quale mi sento spesso al telefono. Avevamo fatto assieme il militare a Firenze nel lontano 1976 e nell’anno successivo ero a Giussano, per le prime supplenze nella locale Scuola Media. Se non ci fosse stato Guido, che mi ha aiutato in qualunque modo nei primi mesi, difficilmente sarei rimasto. Avevo preso in affitto un monolocale senza che ci fosse nulla. Guido mi procurò un letto, una cucina economica, una stufa, tavolo, sedie, stoviglie e partii così. Andavo più volte a trovarlo a Lissone. Ricordo suo papà, un artigiano del mobile. Era al lavoro nel laboratorio sotto casa. Si toglieva la tuta e rientrava in casa per salutarmi. Era una persona veramente unica al mondo. Unici poi gli altri cinque fratelli di Guido: tre femmine e altri due maschi. •

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