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Fermo: visitare i carcerati. L’incontro è scuola di umanità che attraversa le sbarre

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Da una parte gli studenti, gli occhi sbarrati sul futuro e sui loro sogni. Dall’altra i detenuti che i sogni li hanno smarriti per strada e sul futuro hanno poche speranze. È un incontro che ogni volta si rinnova e fa crescere tutti, stavolta nella casa di reclusione di Fermo sono passati una trentina di studenti dell’Ipsia Ricci, ultimo anno di scuola prima della maturità. Si è trattato del passaggio finale del progetto che le insegnanti hanno fortemente voluto e che ha previsto discussioni in classe, per parlare di legalità, di Costituzione, di carcere, di diritti e di doveri. Molto atteso l’incontro dietro le sbarre, per i ragazzi è stato aperto il locale della palestra, per dar loro modo di porre domande e ascoltare testimonianze. Curiosi e attenti, rispettosi e per niente in soggezione si sono dimostrati i ragazzi, contanti e per niente imbarazzati i detenuti che si sono sentiti carichi della responsabilità di dare un esempio positivo, per provare ad evitare che altri facciano il loro stesso errore.
Queste le parole che Michela, 5 MB, ha usato per raccontare l’incontro: <Ciò che più mi ha impressionato appena siamo entrati è stato vedere questi lunghi corridoi sui quali si aprivano le celle e vedere tanti uomini appesi alle sbarre delle porte che gridavano per attirare la nostra attenzione. E questo mi ha creato una specie di ansia. Però, quando poi abbiamo cominciato a parlare, nella palestra, l’ansia è sparita e ho percepito la loro sensibilità, il loro bisogno di parlare e la loro voglia di cambiare>. Per Erona, 5 MB, ad entrare in carcere si prova disagio e un senso di claustrofobia: <Prima di incontrare i detenuti avevo l’idea che questi fossero persone del tutto diverse da noi, quasi dei “mostri”, invece dopo aver parlato con loro mi sono resa conto della loro “normalità” e del fatto che ciascuno di noi può passare quel limite e diventare uno di loro. Tra quello che ci hanno detto quello che mi ha colpito di più è stato il consiglio di un detenuto dominicano che, parlandoci come un padre, ci ha consigliato di <contare fino a 10 o anche fino a 20 prima di fare qualcosa che sai che è sbagliato perché poi tornare indietro è difficile se non impossibile>. Questo mi ha fatto capire di quanto sia facile sbagliare e quanto invece sia poi difficile rimediare ai propri errori>.
Le insegnanti erano Michela Pagliarini e Elisabetta Onori che hanno lavorato in maniera approfondita con i ragazzi, col supporto della dirigente Stefania Scatasta, c’era anche Patrizia Serafini che in carcere insegna inglese.
Incontri fortemente voluti dalla direttrice del carcere, Eleonora Consoli, e dal responsabile dell’area trattamentale Nicola Arbusti, col supporto della Polizia penitenziaria e del comandante Loredana Napoli. Si esce dal carcere col cuore un po’ più aperto, con la bellezza di avere la libertà piena e la possibilità di scegliere e di costruire la vita in maniera seria e serena. •

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