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RITRATTI: Giovanna Bonaiuti

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Più si racconta e più mi convinco che non poteva che diventare poetessa e scrittrice.
Parlo di Giovanna Bonaiuti, fermana d’adozione, toscana di nascita. Gavorrano il suo paese d’origine, nella Maremma, a contatto con i siti etruschi.
Da piccola, la sua quasi tata Zelinda, le cantava i versi danteschi riguardanti la triste storia di Pia dei Tolomei. Zelinda le dava la mano e la conduceva quasi sotto Castel di Pietra.
Sua nonna materna: Maria Gheis, era di discendenza austro-ungarica; la sorella di sua nonna: Teresina Gheis, era una nota cantante lirica. Dino Bonaiuti, fratello di suo nonno paterno, era stato un grande attore del cinema muto, passato poi al teatro e alla commediografia. Artisti, artista. Ci fermiamo qui, altrimenti girerebbe la testa..
Giovanna ha una sfilza di premi letterari impressionante. Li ha ricevuti da Trieste a Viareggio, da Fucecchio a Prato. Al suo attivo, quattro libri di poesie: Il mio mezzo mandarino. Per amore del sindaco di Bracconigi; Solo per te. Ricordando l’albero del basilico; Il silenzio del giardino segreto. L’uomo silente e il suo melograno; La panchina innamorata. Strellino, insolito amico della mia solitudine.
In uscita, tra poche settimane, c’è il suo primo romanzo, Il sogno di Aimone. Partiamo da questa storia un po’esoterica, forse un po’ mistica. Chi sia Aimone, l’autrice non lo spiega. Sarà una sorpresa che si svelerà nelle ultime tre pagine. Il luogo della storia però lo rivela senza problemi: «La Maremma e l’Ungheria, che un po’ si somigliano».
Resto basito. Come l’Ungheria? E viene fuori un’altra storia. Giovanna s’è laureata in Lingue e Letterature straniere a Bologna con una tesi in ungherese; ha preso un’altra laurea sempre con una tesi in ungherese; e un’altra ancora al D.A.M.S. portando un approfondimento sul cinema… ungherese. Anzi su un regista del cinema muto, Fejés Endre. Per studiarlo al meglio, le hanno aperto le porte della cineteca nazionale di Budapest.
I primi anni del dopo laurea li ha passati a Gorizia traducendo testi ungheresi, facendo interpretariato e scuola (insegnante di tedesco). Il terremoto del Friuli l’ha colta a Venezia. Impaurita, è tornata a Fermo, dove viveva da anni la sua famiglia. Suo nonno materno: Nanni vi era arrivato nel 1901, per insegnare tecniche di laboratorio all’ITI Montani.
Dunque, ritorno a casa, e cambio di professione: bancaria e direttrice di banca. Poi, l’esplosione della scrittura propria, la voglia di tirar fuori tutto quello che c’è dentro di lei («la scrittura è meglio di una seduta psicanalitica»), la passione per la natura e gli animali. Alcuni di questi sono co-protagonisti dei suoi versi: la lucertola Esmeralda, il pipistrello Strellino, il grillo Ippolito, e ancora le farfalle, le lucciole, gli scoiattoli.
Pensandoci bene, un segnale della passione letteraria e del talento, Giovanna l’aveva già ricevuto. Era il 1971. Il comune di Fermo aveva proposto un premio letterario tra gli studenti delle Superiori. Lei, studentessa al liceo scientifico, lo vinse con la poesia La Creazione, pubblicata poi nel suo primo volume poetico.
Da dove l’ispirazione? «Camminando». Giovanna ama andare a piedi. Porta con sé un blocchetto d’appunti e una serie di penne. Ha una panchina che privilegia. Una panchina con tante scritte in vernice. Si trova nella zona Tirassegno di Fermo, nei pressi di casa. Cammina cammina cammina, alla fine la panchina è sempre il suo punto d’approdo. Si siede, apre il blocco e scrive. Poi, nel suo sudio, riporta e sviluppa in computer. Il cuore però le resta nella puszta, che «molto somiglia alla Maremma toscana».
«Non sempre volevo ascoltare il canto di Zelinda riguardo a Pia dei Tolomei, credo però che mi abbia segnato». •

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