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Angoli e scorci del quartiere San Marone

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Civitanova: chiesa di Maria Ausiliatrice, ciclopedonale, ciminiera, Castellaro

Un angolo del tutto nuovo del quartiere San Marone è quello legato alla nuova chiesa, consacrata a Maria Ausiliatrice dall’arcivescovo di Fermo mons. Luigi Conti, sabato 27 maggio 2017. Dal sagrato della basilica lo sguardo si allarga di cento ottanta gradi e coglie diversi elementi del paesaggio: la pista ciclo pedonale, la ciminiera della vecchia fornace, una valle appena accennata dal percorso del torrente Castellaro, il profilo di Civitanova Alta e parte di Montecosaro. Sulla sinistra si aprono le abitazioni private che insistono su via Seneca, Orazio, Virgilio, Foscolo con la locale Scuola Elementare. Via Seneca, che un tempo terminava poco più avanti dell’oratorio, si raccorda ora, dopo un’ampia curva e una breve salita, con la via Orazio che scende verso la via D’Annunzio, all’incrocio con la via Giovanni XXIII.
Il tracciato ciclo pedonale inizia all’altezza del vecchio lavatoio comunale e, superato un piccolo ponticello all’incrocio con via Abruzzo, costeggia il Castellaro, lasciandolo sulla propria sinistra, attraversa via Civitanova all’altezza del punto di ristoro “La Cinciallegra”, sale per quattro chilometri e cinquecento metri dal suo inizio e termina a “Fonte Giulia”, poco lontano dalla città di Annibal Caro. Ai lati della pista, inaugurata nei primi anni del nuovo millennio, si possono ammirare per tutto il suo percorso: il leccio, il pino pinea, l’olmo, l’acero, il platano, l’olivo, il cipresso, il ciliegio selvatico, l’acacia, il gelso, il pioppo bianco, l’acero, l’alloro, il prugnolo e cespi di piante nane. Piazzole di sosta, panchine e staccionate di legno rendono tutto ancora più bello.
La pista è parte integrante del Parco del Castellaro istituito con legge regionale il 15 marzo del 1978, dopo un lungo cammino iniziato qualche anno prima. Il Parco prende il nome dall’omonimo torrente Castellaro che nasce dalle falde della collina chiamata Monte Fogliano vicino a Civitanova Alta e sfocia in mare all’altezza del Club Vela. Ultimamente è stato aperto un allacciamento che collega il prolungamento della via Seneca con la pista ciclo pedonale. L’impresa appaltatrice dei lavori è la SMT di Silenzi Federico & C. snc di Torre San Patrizio (FM). È una piccola bretella che si snoda per la collina, per un breve tratto, fino a ricongiungersi con la pista ciclo pedonale che costeggia il Castellaro.
La ciminiera è ciò che resta della vecchia fornace, che ha conosciuto in tempi diversi molti proprietari. La fornace produceva mattoni, coppi e anche vasellame, ma già nel primo decennio del Novecento aveva ridotto di molto la propria attività. I resti di una fornace sono segni di una vicenda umana e la loro presenza, ancora oggi parlante, contribuisce a ricostruire, anche nei dettagli, fasi di lavoro, ambiente e condizioni di vita. Il terreno argilloso, materia prima della lavorazione, prima dell’avvento dell’industrializzazione, era liberato manualmente dal manto erboso e squadre di operai, solitamente corrispondenti a nuclei familiari, compresi anche i ragazzi, scavavano l’argilla sottostante per una profondità di due o tre metri. Quest’operazione, chiamata escavazione, avveniva nei mesi autunnali. L’argilla sterrata era ammucchiata in un canto e lasciata all’aperto. In questo modo, la creta, esposta alle intemperie dei fenomeni atmosferici, si liberava di tutto il silicio in eccesso, acquistando così la plasticità, condizione fondamentale perché la stessa potesse acquistare più malleabilità.
In primavera, dai cumuli preparati durante l’inverno, gli uomini zappavano di volta in volta la quantità di argilla che serviva durante la giornata di lavoro. Si zappava e si bagnava più volte il materiale perché riprendesse l’elasticità persa durante la fase d’ibernazione. In seguito, l’argilla prelevata era ammucchiata per essere pestata con degli attrezzi, oppure più spesso con i piedi, lavoro quasi sempre eseguito dai ragazzi e dalle donne. Se l’argilla era troppo porosa, se ne aggiungeva un quantitativo più fine allo scopo di renderla più consistente; se era troppo fine veniva mischiata con altra più grossa. Il formista, un uomo addetto alla modellatura di mattoni e tegole, riempiva d’argilla alcune cassette di legno fornite di manici sporgenti che servivano, una volta impugnati, per capovolgere la forma e farne mattoni, tegole o coppi. Il lavoro del formista consisteva poi nell’asportare dalla cassetta di legno l’argilla in eccesso, farne uscire la forma richiesta, ripetendo l’operazione per centinaia di volte.
I mattoni crudi erano lasciati a essiccare per una quindicina di giorni su appositi sostegni chiamati “gambette”, riparati dall’azione degli eventi atmosferici con stuoie di paglia. I mattoni ancora crudi, accatastati in pacchi regolari detti “cobbie” erano disposti attorno al forno, protetti dalle falde del tetto, in attesa di essere introdotti per la cottura.
Il fuochista o “cobbiettaro” prelevava i pacchi di mattoni essiccati e li calava all’interno del forno che aveva una struttura piramidale, detta anche “a pignone”. Accatastati uno sopra l’altro, i mattoni assumevano la forma di una grossa piramide. La camera di combustione era posta alla base ed era alimentata dal fuoco a legna. Questo sistema di cottura presentava degli inconvenienti. I mattoni a volte non erano cotti in modo uniforme, per cui si richiedeva una nuova cottura dei pacchi di mattoni. Il forno poi, al termine della cottura delle “cobbie” doveva essere quasi del tutto smantellato per permettere l’estrazione dei materiali cotti: mattoni, tegole o coppi. Queste lunghe soste dovute ai tempi di cottura non permettevano una produzione costante, rilevante e di qualità. Una svolta decisiva nella produzione dei laterizi si ebbe con l’avvento del forno Hoffmann dal nome dell’architetto prussiano Frederich Hoffmann che lo mise in funzione per la prima volta nel novembre del 1855.
L’evoluzione tecnologica del settore non si fermò solo al forno Hoffmann. Non vanno dimenticati i progressi fatti nel campo della modellatura vera e propria del mattone; la prima macchina per la trafilatura meccanica dell’argilla fu presentata a Londra nel 1851, ma solo molto più tardi, naturalmente, fu utilizzata in Italia. Nel secondo dopoguerra il processo di evoluzione tecnologica continuò incessantemente, applicato a tutte le fasi della produzione: dagli essiccatori industriali, all’imballaggio, fino all’adozione dei nastri trasportatori per la movimentazione dei materiali. La nuova Chiesa consacrata a Maria Ausiliatrice richiama il sacro nella vita di tutti i giorni.
La ciminiera della vecchia fornace ricorda il lavoro di una volta.
La pista ciclo pedonale rimanda al tempo libero. •

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