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Diete dello Spirito

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Altro che dietologi.
Il cibo dei monasteri medievali divenne strumento per sottolineare la distanza tra chi utilizza il cibo come “segno” di potere terreno e la distanza dal potere stesso, proprio attraverso la parsimonia nell’assumere solo il cibo strettamente necessario.
“Niente piace più a Dio della magrezza del corpo e più il corpo sarà asciugato dall’asprezza delle mortificazioni, meno sarà soggetto alla corruzione della tomba e, quindi, resusciterà più gloriosamente” (Tertulliano).
Dal ricordo della mela offerta da Eva ad Adamo, su suggerimento del serpente tentatore, nella mentalità medievale un corpo morbido e rotondo, avvezzo a cibi “caldi ed umidi”, si abbinava ai piaceri della lussuria ed era destinato alla perdizione dell’anima. Chi si nutriva di cibi “caldi”, ben conditi con grassi e spezie, poteva essere in pericolo morale ed essere sollecitato da pensieri di natura erotica. Si raccomandavano dunque alimenti “secchi e freddi”.
Lussuria, avarizia, collera, accidia erano considerate quali conseguenze di una abbondante alimentazione, perché fra “i vizi che fanno al genere umano la guerra più spietata, il primo è la golosità” (Giovanni Cassiano, nelle Collationes, testo di meditazione e spiritualità). Quindi se la gola era il primo dei vizi, il digiuno era la prima virtù. Comparvero allora nelle regole monastiche il digiuno penitenziale, traslato poi nella comunità dei credenti con la doppia funzione: penitenziale e salutistica.
Tuttavia precetti rigidi e severi, logicamente, non potevano essere adatti a tutti. La Regola di San Benedetto, infatti, rivede l’approccio del monaco verso il cibo, raccomandando per i frati in salute, digiuno due volte la settimana e astinenza dalle bevande inebrianti come il vino.
Il santo di Norcia, fissò una triplice norma sull’alimentazione: misura del mangiare, del bere, orario dei pasti, per offrire ai monaci equilibrio alimentare, propedeutico alla loro vita spirituale atto a raggiungere la perfezione.
Una mensa parca, divenne segno esteriore del distacco dall’esistenza precedente per una scelta di vita all’insegna del sacrificio e della rinuncia.
L’astinenza dalla carne e la mensa semplice erano raccomandate come prima cura per i malanni fisici. Stessa cosa riguardo l’igiene personale. Il bagno era consentito di rado solo ai malati e alle monache, solo una volta al mese.
Il monachesimo opera sul cibo, carni e vino in particolare un totale cambiamento, facendone oggetto non più di rifiuto ma di rinuncia consapevole.
Nell’intento di mortificare l’ingordigia e la golosità i piatti che componevano la dieta dei monaci si ripetevano, scanditi dalla regola e dall’alternarsi delle stagioni. La carne solo di animali bipedi e non quadrupedi era consentita in caso di malattia del monaco. Il vino era consentito raramente per sostenere chi lavorava duramente nei campi e solo se vi si mesceva l’acqua, generalmente calda, in cui intingervi il pane  prima dell’arrivo delle vivande.
Il pasto quotidiano della Regola di San Benedetto consisteva in due pietanze cotte. L’eventuale terzo piatto era preparato con legumi: fave, ceci, lupini, carote, cipolle, ravanelli. Del pane si parla di una “libbra” romana che equivaleva a un terzo di chilogrammo. Il pane costituiva il cibo principale per i monaci di allora, impegnati quasi tutti in lavori manuali. Solamente l’abate aveva il potere di aumentare la quantità pro capite destinata a coloro che avevano svolto mansioni particolarmente faticose.
Interessante è comprendere come la cucina monastica esprime sicuramente un sicuro collegamento fra la cucina popolare contadina e quella dell’alta gastronomia. La diversa provenienza sociale entro cui si delinea il sistema organizzativo del chiostro riflette non solo la fisionomia propria dell’aristocrazia ma anche quella delle classi più abbienti. L’incontro e la fusione fra ricette provenienti da ambienti sociali diversificati, l’organizzazione della mensa, l’attrezzatura delle cucine, la scelta dei cibi, la sperimentazione, il rispetto delle norme, l’orario dei pasti e dei tempi di cottura del cibo, sono dunque state i capisaldi di questo sistema alimentare che si tramanderà nei secoli per ritrovarli nei documenti d’archivio dei monasteri sopravvissuti alla soppressione Napoleonica.

Santa Ildegarda (1098-1179), come badessa, sapeva curare le persone perché pochi come lei più conosceva le virtù delle piante medicinali.  Nel XII secolo i vari monasteri sparsi in Europa avevano la doppia funzione di ospedale e di ricovero dei pellegrini. A queste conoscenze delle proprietà delle erbe, la Santa, grande mistica, filosofa, scrittrice, cosmologa, musicista, guaritrice,  affiancò gli alimenti.
Il più amato era il farro di cui  santa Ildegarda parla nel volume Physica: “È un ottimo cereale, ricco di sostanza e benefico e più gradevole degli altri cereali. A chi se ne ciba, purifica la carne, fa buon sangue, rende lieta e serena la mente. Se si è tanto malati da non poter mangiare, bisogna prendere dei chicchi integrali di farro … che guariranno come un unguento buono e salutare”.
Per santa Ildegarda ci sono alimenti che fanno bene e danno gioia, altri sono considerati alimenti della tristezza perché possono danneggiare la salute.

San Francesco d’Assisi (1181-1226)
Tra i cibi francescani del tempo, ecco avere grande importanza il pane, a seguire le focacce, i cereali, le erbe selvatiche, le verdure dell’orto, le uova, formaggi, pesce, carni bianche e fra i dolci i mostaccioli di mandorle preparati da Frate Jacopa appositamente per il “poverello d’Assisi”. Il tutto, se preso senza ingordigia, contribuisce a lodare il Creatore nel creato. E a rafforzare la fraternità tra gli uomini.

E al tempo di Gesù, Giuseppe e Maria cosa si mangiava?
Sarebbe interessante fare una ricerca utilizzando tutti i testi della Bibbia. Si potrebbe fare riferimento alla zuppa di zucca, preparata, secondo il “Secondo Libro dei Re”, dal profeta Eliseo: una sorta di vellutata, da “portare alla gente, affinché ne mangino tutti”. “Il burro lo si consumava già a quei tempi ed era usato con   la farina in alcune cotture. I cibi citati più spesso, sono quaglie, pane dolce, pane azzimo, dolce di grano. Sicuramente hanno fatto parte della dieta di Gesù. Da ricordare ancora il bollito misto. Dio stesso, lo indica al profeta Ezechiele nel Capitolo 24, durante l’assedio di Gerusalemme. Gli spiega come una provvida Madre, di bollire a lungo diversi tipi di carne, con l’osso, insieme alle verdure. E Dio è il protagonista anche della cena di Abramo, in cui a tavola compare l’agnello, piatto tipico della cucina mediorientale in uso ancora ai nostri giorni. E poi il succo di melograno, che si beve ancora a Gerusalemme. Il Cantico dei Cantici lo ha chiamato la “bevanda degli innamorati”. Ed ancora, nel “Primo Libro dei Re”, al capitolo decimo, c’è la visita della regina di Saba a Salomone, che portò tantissime spezie, come mai se ne erano viste in Palestina.
Ed allora buona ricerca e buon appetito. •

About Stefania Pasquali

Stefania Pasquali nativa di Montefiore dell'Aso, trascorre quasi trent'anni nel Trentino Alto Adige. Ritorna però alla sua terra d'origine fonte e ispirazione di poesia e testi letterari. Inizia a scrivere da giovanissima e molte le pubblicazioni che hanno ottenuto consenso di pubblico e di critica. Docente in pensione, dedica il proprio tempo alla vocazione che da sempre coltiva: la scrittura di testi teatrali, ricerche storiche, poesie.

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